Dutch Nazari e Cori da sdraio:”Tra malinconia e leggerezza? L’equilibrio”

da | Interviste

E’ una mattina calda e soleggiata nella nebbiosa Emilia, quella del 28 aprile. Forse per il meteo, forse per una coincidenza, o, forse, per un anticiclone tutto cromosomico. Infatti, alle 11.30, ho avuto il piacere di incontrare (online, s’intende) Dutch Nazari, in un collegamento Ferrara-Padova che più e più volte ho visto, frequentando le stazioni ferroviarie.

Dutch Nazari si concede a Cromosomi per rilasciare, in anteprima, qualche dichiarazione sul suo nuovo album, Cori da sdraio.

Le domande nascono spontanee: il disco è una bomba e le curiosità sono tante. Duccio risponde con la nonchalance e la tranquillità di un amico di lunga data. A volte, i ruoli quasi si capovolgono: è lui a chiedere a me opinioni, piuttosto che il contrario. Oggi, giorno di debutto di Cori da sdraio, Cromosomi vi svela i retroscena del nuovo lavoro di Dutch Nazari.

Ho ascoltato il tuo nuovo disco in anteprima, Cori da sdraio, e devo dire che mi è piaciuto molto. Ti faccio i miei complimenti, mi ha ricordato molto Amore povero.

Allora, iniziamo con una domanda che faccio io a te. Siccome me lo stanno chiedendo tutti, secondo te, questo album sarà più come Amore povero o come Ce lo chiede l’Europa? E’ difficile analizzare la propria musica, quindi lo chiedo a te.

Secondo me, assomiglia di più ad Amore povero, anche come sonorità. Ho trovato anche qualche riferimento in più al Veneto, che in Ce lo chiede l’Europa è mancato.

Sì, effettivamente Ce lo chiede l’Europa è stato più cosmopolita, più europeo.

Dove si piazza, secondo te, Ce lo chiede l’Europa e dove, invece, Cori da sdraio, in questo percorso non esattamente lineare?

Nella mia percezione, questo disco è un riassunto stilistico dei dischi precedenti. Abbiamo sempre guardato avanti dal punto di vista del cosa fare con la nostra musica, visto che vogliamo un’evoluzione. Però, mi sono anche reso conto che a me piace fare le barre. Anche in Ce lo chiede l’Europa c’era questa cosa, ma era il periodo in cui avevo scoperto tanto la musica. Avevo preso lezioni di teoria musicale, che ho imparato molto in quegli anni (e ancora me la porto dietro): mi andava di sperimentarla in quel lavoro. Una volta fatto quello, mi sono anche reso conto che a me piace tanto fare le barre, quindi ho cercato, in questo disco, di fare entrambe le cose: quindi, di metterci la mia conoscenza e la mia passione verso la musica e le melodie e la mia passione verso la parola e i suoi giochi.

Amore povero l’ho visto con sonorità pop, rispetto a Ce lo chiede l’Europa, ma le barre non sono mai mancate. Sei sempre stato un po’ lì in mezzo fra rap, pop e cantautorato, ma se tu dovessi darti un’etichetta, quale sarebbe la tua preferita?

Io sono un rapper. Questa cosa qui è stata un po’ faticosa da capire e da far capire negli anni. Anche complice una mentalità musicalmente molto provinciale tutta all’italiana che legava, fino a poco tempo fa, l’idea di rapper a uno stereotipo stantio di pistole, parolacce e violenza. Il rap è anche quella roba lì, pure tutt’ora: ci sono tantissimi esponenti, soprattutto nella trap, che vengono da quei mondi lì e parlano quella lingua lì. Ma il rap non è solo quello.

In America, dove il rap è nato, esiste il trap concitato, ma esiste anche Chance The Rapper, uno dei rapper più famosi del mondo, che scrive le canzoni per e con Justin Bieber, ha arrangiato l’album Life of Pablo di Kayne West con le orchestre. E’ un musicista, ma è anche un rapper. Io sono un rapper in quel senso lì.

In Cori da sdraio mi è sembrato ci fosse una sorta di dicotomia che hai cercato poi di unire: malinconia e leggerezza. Quale lato ha prevalso? Era proprio quello che avresti voluto prevalesse?

Secondo me hai riassunto molto bene i due punti core della mia stilemica, che poi è anche come son fatto io. Sono una persona malinconica, che, però, ci ride sopra, cerca di fare dell’umorismo sulla cosa. Tra malinconia e leggerezza, spero di essere riuscito a mantenere l’equilibrio. Quando una cosa è troppo malinconica diventa pesante e ti fa prendere male, quando, invece, è troppo leggera, è una cazzata, non ti lascia nulla. Io cerco di tenere in piedi entrambi gli aspetti.

Anche in questo disco si sente il tuo stile di scrittura, che è abbastanza riconoscibile: giochi di parole e incastri. Ti viene così naturale o ci lavori poi?

Ci lavoro molto. I testi che tengo sono frutto di un processo di selezione in cui scarto tantissimo. Il fatto di scrivere così tanto mi dà una mano, perchè quando devo partire da zero e ho il foglio bianco sotto, mi riguardo quello che ho precedente cestinato. Per una strofa di sedici barre che tengo, in quel foglio di testo, ho sessanta barre, di cui ne ho tolte quaranta. Frasi a caso che in quel momento mi sembrano una cazzata, magari le riprendo fuori sei mesi dopo e mi dico:”Ma sai che forse ha senso riprenderle in mano?”. Ciò detto, se stai con me e il mio gruppo di amici per dieci minuti e sei una di quelle persone a cui non piacciono molto i giochi di parole e le freddure, ti uccidi, perché noi parliamo solo così. Mi viene anche molto naturale e mi diverte. Alla fine fai anche quello che ti diverte e che ti viene spontaneo fare.

Hai ascoltato qualcosa di particolare durante il processo creativo di Cori da sdraio?

Di solito cerco di ascoltare poco la musica italiana quando faccio i dischi, perché non voglio farmi influenzare. In realtà, era più vero lo scorso disco. A ‘sto giro, ho ascoltato quello che mi capitava. Diciamo che un disco che mi è piaciuto molto è quello degli Easy Life, una band inglese che ha un modo di fare musica mista fra pop e rap, fresca e con un approccio strumentale ed elettronico che è proprio la mia tazza di te.

Se dovessi parlare di Dutch Nazari a 360 gradi, quali sarebbero le sue tre influenze maggiori di sempre?

Ti direi Dargen D’Amico, il più facile. Poi, Burbank e Sicket. Burbank rappresenta la poesia e l’essere rimasto attaccato alla musica che faccio. Sicket rappresenta la musica che sarebbe diventata la mia: io venivo dal rap e lui mi ha aiutato a capire cos’è veramente la musica. Per me, all’inizio, era semplicemente penna e foglio. Grazie a Sicket mi sono avvicinato alla parte strumentale e armonica della musica.

Per quanto riguarda il matrimonio artistico con Sicket, va avanti da anni e anche fruttuosamente, mi pare. In questo disco, però, ti sei aperto anche ad altri producer. Com’è stato il cambio di paradigma?

Non è stato proprio un cambio, perché Sicket è sempre presente. Lui è stato il regista e ha aiutato soprattutto in fase di scrittura, perché serve molto avere più menti sul posto. Abbiamo fatto vari chiusoni in case e le persone che hanno partecipato alla fase di scrittura, oltre a Sicket, sono state un producer di nome Rookley e Wairaki, migliore amico da sempre, che rappava con me quando avevamo la crew Massima Capienza.

Adesso fa ancora il producer di rap e trap ed è il musicista dietro Tony Boy. Wairaki mi conosce musicalmente dal giorno zero ed è molto bravo a capire cosa ho in mente quando non sono in grado di spiegarlo bene. Sicket ha portato tutte quelle cose lì fino alla fine, fino all’ultima fase in studio, quella del missaggio. Il fonico che mixava era Peppe Petrelli che, a sua volta, ha co-prodotto alcuni pezzi.

Per quanto riguarda i featuring, ci sono stati dei nomi importanti: Frah Quintale, Nayt e See Maw. Qual è stato l’artista con cui hai preferito collaborare?

Sono tre collaborazioni nate in maniera diversissima. See Maw mi ha fatto un featuring su un ritornello che non mi convinceva al 100% cantato con la mia voce. Quel brano l’ho scritto io, da solo. Siccome in quel periodo avevo molto in testa la musica di See Maw (sono un fan) e il suo timbro, ho avuto l’intuizione che, secondo me, la sua voce su quella melodia sarebbe stata perfetta. Quando l’ho detto ai ragazzi mi hanno chiesto se fossi sicuro; quando, però, See Maw l’ha cantato, mi hanno confermato avessi ragione.

Invece, Nayt ha fatto due dischi bellissimi, per me, quest’anno. Il suo progetto esiste da tantissimo: a 14-15 anni ha iniziato a rappare nella scena romana, con artisti importantissimi. Io lo avevo presente da almeno dieci anni, solo che quest’anno ha fatto Mood e Doom, due dischi stupendi. Il mio Spotify Wrap mi ha segnalato che era l’artista che più ho ascoltato nel 2021, quindi l’ho contattato da fan, senza essere amici. Lui si è preso bene, io gli ho passato la canzone e ha fatto la strofa.

L’ultimo è Frah, che, invece, è stato un:”Oh, ti va se scriviamo una canzone insieme? Ma sì, dai, scriviamola”. Quindi, siamo andati in studio e da zero, insieme, abbiamo scritto un brano: direi che è stato lui l’artista con cui ho preferito collaborare. Per quanto tutte e tre siano canzoni che amo moltissimo e featuring che mi hanno soddisfatto pienamente. Sono contentissimo di tutto.

Com’è nata l’idea di fare il Lundini Skit?

Io sono un fan della primissima ora di Lundini. Quando ho iniziato a seguirlo, aveva un modo di utilizzare Instagram che mi piaceva molto: usava i filtri di Snapchat per modificarsi voce e faccia. A seconda di che faccia avevano questi filtri, si inventava delle macchiette, con nomi e identità, e faceva dire loro cose in base alla propria personalità. Facevano un sacco ridere. C’era Palafitte, che era questo filtro con la frangetta, che impersonava il cantantello indie del Pigneto, che diceva “il mio disco fuori presto”. Poi c’era un altro che era il PR della discoteca e via così.

Fra questi personaggi, c’era Saverio, un amico d’infanzia, un po’ provinciale, che si approccia goffamente al fatto che il suo interlocutore potrebbe avere un po’ di fama. Mi faceva stra ridere Saverio. Ho sempre avuto il pallino che mi sarebbe piaciuto avere un vocale in cui Saverio mi mandava un in bocca al lupo. Quando l’ho detto a Lundini mi ha chiesto se fossi sicuro: quei filtri sono durati poco e lui ha smesso di fare queste cose (anche perché è diventato famoso dopo). Quindi gli ho risposto che mi sarebbe piaciuto comunque, perché anche se non verrà capito, l’avrò capito io. Quindi, niente, l’ha fatto in due secondi ed era già bellissimo.

Padova c’è molto in questo disco, come c’era molto anche in Amore povero. Come mai sei così legato alla tua città natale? A volte, in realtà, mi sembra un amore-odio.

Esattamente. E’ come dici tu. Il luogo in cui cresci e ti formi ti segna moltissimo. Io mi ci sentivo molto stretto e ho voluto andarmene a tutti i costi, per poi rendermi conto che non puoi scappare da te stesso. Quando te ne vai, gli aspetti positivi diventano d’un tratto più visibili e ti viene la voglia di ritornare. E’ questa tensione che regola il mio rapporto con la città.

Com’è nata l’amicizia fra te e Alessandro Burbank e perché avete deciso di fare un podcast?

Io e Burbank ci siamo conosciuti all’università a Trento: io facevo giurisprudenza e lui sociologia. Trento era una realtà universitaria in cui c’era poca vita serale, quindi ci siamo trovati a essere le persone che organizzavamo le cose. Ci siamo conosciuti subito grazie a questo, perché lui teneva dei reading. Abbiamo creato, fin dall’inizio, un collettivo, Motel Filò, con anche Sicket, in cui ognuno faceva le proprie cose. Si leggevano racconti scritti da Sicket, le poesie di Burbank, io rappavo le mie canzoni e c’era la musica. E’ nata una grande amicizia, abbiamo fatto tante cose insieme. Siamo andati in Palestina nel 2012, abbiamo fatto un progetto-documentario; io ho scoperto la slam poetry grazie a lui e ho capito tante cose.

Nel 2021 abbiamo iniziato a camminare. Lui ha fatto una mezza follia: è partito da Torino e a piedi è andato a Venezia. Io l’ho raggiunto per un pezzettino in quel tragitto. Durante quel viaggio, abbiamo incontrato un camminatore che ci ha chiesto se ci fosse già venuta la febbre. Straniti, gli abbiamo chiesto spiegazioni: intendeva la febbre del camminatore. Tu inizi a camminare, ti viene la febbre ed è finita: non riesci più a smettere. Magari non te ne accorgi, ma stai camminando e hai già la mente al prossimo viaggio. Ci siamo resi conto, in quei giorni, che quell’uomo aveva ragione: stavamo già organizzando il cammino di Santiago di Compostela. Poi, a settembre, abbiamo fatto la via del Sale, con anche Dargen D’Amico. Camminando, hai un sacco di tempo libero e hai l’esigenza di occupare i pensieri, che, altrimenti, hanno il rischio di diventare preponderanti. Quindi, si chiacchiera, si scherza, si gioca. Noi, in particolare, siamo quel tipo di persone che, per qualsiasi cosa, trovano un gioco. Facevamo tanti giochi, fra cui questo qui del Cosa preferiresti?.

L’abbiamo fatto tanto nel cammino verso Santiago, dove abbiamo conosciuto un sacco di persone. Mi sono reso conto che Cosa preferiresti? è un ottimo modo per fare la prima conoscenza di una persona, per caprine meglio la personalità a livello un po’ più che superficiale. Mentre quando fai una domanda a qualcuno su di lui, diretta, la persona tende a risponderti nella maniera secondo cui lui vorrebbe essere visto. Invece, se ti faccio una domanda completamente fuori dal contesto, il tuo cervello non è allenato, non è capace di applicare, in poco tempo, il “come vorrei essere visto” e, quindi, risponde sinceramente. Si capiscono molte cose di una persona da questo. Ci siamo resi conto che questo sarebbe potuto diventare un bellissimo e alternativo modo di intervistare in un podcast.

Sei contento di tornare in tour?

Contentissimo, sono veramente contentissimo. E’ anche uno dei motivi per cui ci abbiamo messo un po’ a fare il disco, perché volevamo tirarlo fuori quando lo si poteva portare in giro. Ricominciamo dal MiAmi, che è una bomba, poi abbiamo lo Sherwood, che è bellissimo. Sono molto contento.

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