Dutch Nazari è il nostro Fiore d’inverno

da | Recensioni singoli

Esiste un fiore che preannuncia la primavera, ma sboccia tra l’erba gelida ancora innevata. Un bucaneve potrebbe annunciare tempi migliori eppure a parlare stavolta è Dutch Nazari.

Non c’è modo di capire come succede, come si resiste a certe tempeste, come si innestano bene certe radici, l’unica cosa che ci è dato sapere è che certi fiori sbocciano quando meno te l’aspetti e oltrepassano la pioggia battente, per tornare a vivere e portare finalmente una nuova stagione.

Edoardo – anche se ahimè ce n’è uno solo nel cuore di tutti gli indie-dipendenti – in arte Dutch Nazari già dal 2014 entra nel roster dei fighissimi, e parlo di Giada Mesi, etichetta fondata da Dargen D’Amico, con la quale pubblica 2 EP: Diecimila Lire e Fino a qui.

Ci sono artisti o band che hanno carriere incredibili ed esaltanti. E poi, c’è chi, invece, riesce solo a trovare la formula giusta per un’unica canzone e a non ripeterla più. Dutch Nazari però ne fa di strada: sfida la musica, si avvicina alla poesia, si fionda nell’arte teatrale e letteralmente sa il fatto suo.

Grandi aspettative per il secondo singolo Fiore d’inverno, brano in uscita lo scorso 21 gennaio e preceduto da Cori da sdraio, aspettative chiaramente raggiunte seppur con un’asticella puntata sul cursore della sufficienza (forse con un +).

Non esiste la formula del successo, non conosciamo gli ingredienti né sappiamo indovinare le dosi, potremmo fare una torta e bruciare tutto l’impasto, oppure cuocere una massa informe a pennello ma senza il pizzico di sale.

Fiore d’inverno è la mia sachertorte – cioè praticamente lei non ha mai assaggiato la Sachertorte? – ma senza confettura di albicocche, è un pan di spagna soffice, sofficissimo, ma che ha bisogno di un collante, qualcosa che faccia esplodere i sapori ancora troppo nascosti tra zucchero e farina. Che va pure bene la merenda delle 6 del pomeriggio, ma continuiamo così, facciamoci del male.

Senza sale è bello tutto, da far male, come il tempo che passa, come i ricordi che si insidiano come particelle tra le pieghe, tutta una vita a stare in equilibrio sulla punta della lingua senza riuscire mai ad afferrare bene il sapore delle cose.

Ma Fiore d’inverno non è una brutta canzone – per quello ci ha pensato Emanuele Filiberto con Italia amore mio a Sanremo 2010 – anzi, risiede tra l’olimpo delle canzoni orecchiabili, di cui abbiamo bisogno il lunedì mattina, è la novità tratta in inganno ma che comunque non ci dispiace poi così tanto. C’è amore, c’è malinconia, c’è un ritorno alla propria individualità e la forza di rifiorire nonostante la neve funesta. Lascia spazio a riflessioni più ampie, dal cambiamento climatico all’accettazione di sé.

Resto dentro il mio universo in cui non soffia neanche un filo di vento
Mi vorresti diverso, ma non è che se mi vuoi in quel modo lì lo divent
o

Prendetevi tre minuti per ascoltare una storia lunga in realtà una vita, tra continui inciampi e ripartenze. Preparate tutti gli ingredienti, perché stavolta di zucchero potrebbe servirne anche di meno.

Siamo un popolo di stramaledetti romantici e cosa potremmo desiderare se non questo?

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