Mannarino porta in tour l’album “V”

da | Interviste

Domenica 24 aprile 2022 è partito da L’Aquila il tour di Mannarino. Sarà un’estate piena per il cantautore romano, che suonerà per la prima volta dal vivo “V”, il suo ultimo album.

In un’occasione del tour, abbiamo intervistato Mannarino proprio il giorno della data zero a L’Aquila e, nonostante l’agitazione, ci ha fornito dettagli profondi e introspettivi sull’album “V“.

È curioso incontrarti spesso in un tuo luogo di appartenenza come Montesacro (quartiere di Roma) e poi vederti sfornare un album (“V”) così esotico, completamente poco romano e dissociato dal resto del Mannarino che la gente si aspettava.

Sì, infatti si discosta anche dal resto della scena musicale italiana e da quello che siamo abituati a sentire.

Cosa ha favorito questo passaggio da una romanità acuta a un esotismo primordiale?

Non è stato un colpo di coda ma una ricerca, un cammino che è iniziato con “Il bar della rabbia” ed è arrivato fino qua. È abbastanza lineare nella sua evoluzione. Certo è che in “V” ho fatto un salto più evidente, essendo una cosa che maturavo da tempo.

Dunque, era qualcosa che doveva accadere.

Sì secondo me sì. Nel “Bar della rabbia” partivo da Roma, dalla tradizione, ma già lì cercavo una via di fuga dato che è tutto ambientato in un bar dove troviamo una prostituta, un pagliaccio, un ubriacone ed erano tutte proiezioni di me, gente ribelle che stava ai margini. Quindi era già un cercare una via di fuga dalla società, dall’ordine. C’erano queste due immagini di donne forti Marylou e Maddalena che rappresentavano la speranza e la ribellione, per proseguire con una presa di coscienza. Il protagonista, infatti, decide di andarsene e da lì incontra un soldato, un popolo in cerca di Dio, un fantasma di un carcerato, insomma, tutte icone che nel cammino di liberazione si incontrano fino ad arrivare al monte. Questo perché allontanarsi è vedere meglio da vicino e non bisogna assuefarsi alle regole. In tutto questo, anche la mia musica cambiava, come una sorta di “andiamo a vedere cosa c’è aldilà”. Infatti, in questo disco ho trovato una chiave, un punto d’arrivo che è anche un punto di partenza. Non è un aldilà, è un’alterità al di fuori di tutto, dove c’è l’essere umano in una chiave indigena. Si parla al corpo e alla fantasia, sono spariti i palazzi della società, la chiesa. Insomma: è sparito il nemico perché stiamo celebrando la possibilità, la vita.

Dunque è una celebrazione alla possibilità di sentirsi possibili.

Esatto, la possibilità di coltivare una resistenza umana attraverso una fuga che non è una fuga, ma riscoperta della propria forza, indigena, ancestrale, che fa molto più parte della storia dell’umanità.

L’obiettivo dell’album è appunto scoprire la forza degli esseri umani. Dunque, ti chiedo: in cosa consiste questa forza?

La resistenza, lo spirito di sopravvivenza.

La resistenza a cosa? A noi stessi o a ciò che viene da fuori?

Per me la resistenza è vitalità, perché resistere viene da un senso di vitalità e quindi difesa della vita. Riscoprire la propria vitalità significa poi avere risorse per combattere, perché per conoscere la propria forza bisogna viverla e per viverla bisogna entrare in contatto con una libertà.

Qualcuno ha definito l’album futuristico, ti trovi d’accordo? Anche per la combinazione tra primordiale e futuristico che sembrano cose opposte, ma in realtà qui pare che nascono per essere unite.

L’idea di origine, infatti, è stata una visione di una donna indigena che veniva da un passato lontanissimo che avrebbe lottato in un futuro distopico. L’indigenità è dentro di noi. Se la terra non è più un territorio di conquista anche la visione della donna e dell’uomo bianco capitalista cambia, perché la donna non è più preda, né territorio di conquista. Infatti, molte leader tra gli indigeni sono donne. L’altra componente fondamentale è la comunità, dove il problema di uno è di tutti, mentre la società capitalistica ha bisogno di isolare l’individuo che, isolato, rende di più, sta più sui social prende psicofarmaci, va a lavoro e gli va bene cosi perché non ha la forza di pensare a un altro modo.

L’uomo, a volte, non è neanche consapevole che ci sia dell’altro oltre quello che la società impone.

Esatto, perciò io dico di non assuefarsi a ciò che viviamo, ma chiedersi se quello che viviamo è naturale.

Pensi che possiamo riuscire a coltivare la primordialità nonostante la società? C’è un modo per convivere in questo modo?

Sì, possiamo farlo attraverso la liberazione della coscienza. Cioè occorre sapere che quello che si vive è una struttura e, così, liberarsi da questa struttura.

Fai meditazione?

Non una pratica in particolare, ma comunque contemplazione che sia fatta di musica o di natura.

E questo rientra nel processo creativo della tua musica?

Sì, anche perché io non ho mai pensato in maniera razionale a cosa creare.

Creerai in Italia un luogo dedicato ai tuoi ideali, dedicato alla natura e alla libertà?

Questa la prendo come un input, un’idea. Eh già, sarebbe molto figo, perché no.

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