A distanza di due settimane dalla vittoria della 71esima edizione del Festival di Sanremo, i Maneskin lanciano il loro secondo album Teatro d’ira vol. 1 distribuito da RCA Records etichetta discografica statunitense.
Zitti e Buoni, singolo estratto dall’album con il quale inaugurano il palco dell’Ariston è disco d’oro; le date del tour che avrà inizio a dicembre 2021 sono sold out, già da alcuni giorni prima che uscisse il disco e la rivoluzione, tanto auspicata dai Maneskin, che vi piaccia o no, è in atto. L’album d’esordio Il Ballo della Vita, risale a tre anni fa: dopo le 70 date europee del primo tour e numerose certificazioni d’oro e di platino, i Maneskin lavorano per due anni a Teatro d’ira vol. 1, un album dai suoni ricercati, suonato da dio e registrato in presa diretta come i bootleg anni ’70 delle divine rockstar del secolo aureo, con l’intento di ricreare i live vissuti durante il primo tour dalla band.
Certamente le esibizioni e la teatralità rappresentano la vera natura dei Maneskin: performer dominatori dello stage, vestiti come i Kiss e truccati alla The Cure, si atteggiano da rockstar, e fanno bene!
Dall’interpretazione intensa del brano monumentale dei CCCP, Amandoti affiancati da Manuel Agnelli (loro mentore sin dai tempi di X Factor) durante la serata delle cover, alla finale di Sanremo, i Maneskin hanno portato l’innovazione in un Festival ormai saturo di conformismo che quest’anno con tutte le limitazioni del caso, è riuscito tuttavia a fiorire, e non solo grazie a questa band.
Il distacco dai suoni pop che definivano Chosen e il primo disco è impressionante: le sonorità sono graffianti e toccano l’alternative rock e il glam rock alla Bowie, e se non vi piace che lo si chiami rock, allora inventate pure un sinonimo perché di questo comunque si tratta.
Il disco registra gli elementi musicali e sonori acquisiti dai loro ascolti ma ruolo fondamentale gioca la permanenza londinese della band: contiene assoli indubbiamente inediti nella scena italiana contemporanea e sonorità ereditati da gruppi colossali come i Sonic Youth, Led Zeppelin (ebbene sì), Radiohead fino all’indie rock autenticamente britannico.
I Maneskin sono in modo esplicito gli eredi della vecchia scuola del Rock, se poi fa strano che quattro ragazzi così giovani si mostrino apertamente proiettati ad un target internazionale nonché tanto motivati a cambiare la scena musicale italiana ormai troneggiata dalla trap, dall’ Itpop, dall’indie scopiazzato da qualche grande nome che, oltre al talento ha avuto anche tanta fortuna, e autotune allora definiamoli pure poser, bluff o semplicemente pop (e sorge il dubbio che li starete confondendo con i The Kolors.)
Riuscire ad arrivare alla massa, raggiungere milioni di stream, annunciare date sold out non è sinonimo di musica scadente o copia venuta male dei grandi colossal, bensì di qualcosa che finalmente funziona e che rappresenta soltanto l’inizio perchè i Mankeskin oltre a suonare bene hanno la grande dote di essere giovanissimi: avranno tanto da imparare, da migliorarsi ma per adesso possono atteggiarsi da chi ce l’ha, quasi, fatta.
Tutti i testi del disco sono scritti interamente dai Maneskin e registrano la loro nuova identità artistica già annunciata dal titolo: il teatro diventa metafora dell’ira non leggibile in chiave negativa ma in quel modo che suona tanto barocco, tanto rock (è proprio bello poterlo dire) che è sinonimo di rivoluzione, la loro e anche la nostra, se solo riuscissimo ad apprezzare la novità o soltanto a distaccarci dal concetto di rivoluzione fatta dai quei Signori del rock che per fortuna, evidentemente, sono anche gli idoli di quattro giovanissimi come i Maneskin.
Le tracce di Teatro d’ira vol.1 sono otto e tutte registrano il vento di un cambiamento di rotta.
La tracklist si apre con l’arcinota Zitti e Buoni. Le sonorità dirette e magnificamente distorte simulano l’energia di un’immaginaria (almeno per adesso) presenza scenica sul palco. La potenza del brano cela la storia di una rivincita raccontata a chi non ha mai creduto in loro. Il brano, inoltre, verrà presentato in versione censurata in occasione dell’Eurovision Song Contest di Rotterdam dove i Maneskin si esibiranno a maggio rappresentando l’Italia.
Segue Coraline che parla della fragilità di chi teme di non saper mantenere, emotivamente, una certa integrità in questo mondo. Musicalmente veste la forma di una ballad dalla bellezza aggressiva dove parti narrate, si alternano a riff graffianti che tanto ricordano la scena dell’alternative rock italiano degli anni ’90 (senza fare nomi!)
Lividi sui gomiti è legata concettualmente a Zitti e Buoni, dunque anche a In Nome del Padre: tutti e tre i pezzi consacrano la musica lanciando uno schiaffo alla gente
che purtroppo parla, non sa di che cazzo parla
Musicalmente sono le bombe ad orologeria dell’intero album, sono le più rock. (pardon!)
Due i brani in inglese presenti nel disco:
For your love, testo icona di un amore letale, “dell’amore cieco” per dirlo come il Poeta. Ha sonorità fortemente ereditate dalla scena britannica: ha un intro da Babyshambles e un’esplosione alla Skunk Anansie.
Se For Your Love decanta la sacralità dell’amore tossico, I wanna be your slave, celebra l’infimo bisogno carnale. In fondo, cos’è che suona più rock del sesso?
Chiudono il cerchio Paura del buio e Vent’anni, che come la traccia in apertura, è il primo singolo estratto dall’album lanciato ad ottobre 2020, certificato disco di platino: un augurio di leggerezza e autenticità alla propria generazione.
Teatro d’ira oggi è siglato vol. 1, seguirà un vol. 2? Sicuramente (e sarà stata una scelta di mercato!) Nel frattempo impariamo ad apprezzare gli artisti che fanno musica, e pure bene; e se poi, questa mantiene uno sguardo alla maestria del passato, è figo assai.
La caption di una foto postata sui social della band subito la vittoria sanremese recita:
Abbiamo fatto la rivoluzione
se ci credono loro sono già a metà dell’opera, per il resto dei detrattori frega un ****.










