Cor Veleno: “Fare rap all’epoca significava crederci fortemente, oggi è salire sul carro dei vincitori”

da | Nov 5, 2026 | Digital Cover

Dall’underground romano ai cambiamenti delrap italiano, i Cor Veleno ripercorrono quasitrent’anni di musica, tornando a Rock ’n’ Rolla 25 anni dall’uscita, con una nuova edizione Cassaforte Edition, disponibile dal 23 ottobre distribuita da Sony Music. Tra nuove collaborazioni,indipendenza artistica e il ricordo di Primo Brown, il racconto di un gruppo che non ha mai smesso di seguire la propria linea

In un’industria musicale che muta forme e linguaggi per stare al passo con le richieste, c’è chi senza troppe difficoltà riesce a rimanere fedele alla propria linea. I Cor Veleno hanno attraversato quasi trent’anni di rap italiano, partendo da quando muoversi in questo genere significava scegliere una strada avversa, fino a oggi, in cui farlo significa parlare la lingua musicale più ascoltata al mondo. Nel mezzo, la fame di creare un proprio spazio in una scena che è cresciuta, si è trasformata e ha raggiunto un pubblico che all’epoca era impossibile persino immaginare.

Un percorso iniziato con una formula più anarchica e indipendente, lontana dalle dinamiche dell’industria discografica di oggi: “Non c’era la pletora di discografici che aspettavano i dischi e le produzioni e finanziavano il tempo passato in studio. Abbiamo dovuto costruire tutto in maniera nostra, artigianale“.

Era il 2001 quando i Cor Veleno decidevano di esordire con Rock ’n’ Roll, un disco destinato a diventare una pietra miliare per i loro fan e per la scena hip hop, prima romana e poi italiana. Venticinque anni dopo, il gruppo torna a confrontarsi con quel lavoro, riproponendolo in una Cassaforte Edition, disponibile per Sony Music dal 23 ottobre, attraverso nuove versioni e collaborazioni con artisti appartenenti a generazioni diverse, dimostrando quanto certi brani possano ancora parlare con la stessa rabbia di una volta.

Abbiamo incontrato i Cor Veleno per parlare di underground, della scena romana, dei cambiamenti del rap e del rapporto con le nuove generazioni. Ma anche di Primo Brown, della sua presenza nella musica del gruppo e di una voce che continua a vivere dentro e oltre i dischi, anche a dieci anni dalla sua scomparsa, sempre senza compromessi.

Il rap italiano sarebbe lo stesso oggi senza di voi?

“In realtà no. Noi abbiamo iniziato a fare musica quando il rap in italiano non esisteva ancora, non aveva nessun tipo di forma. Esisteva del rap politico oppure fatto in inglese, ma un rap che trovasse dei codici, delle attinenze con la realtà underground – perché oggi è mainstream, ma nasce underground – non c’era.

Io, Squarta e successivamente anche Gabbo abbiamo cercato di dare forma e suono a questo modo di vivere e costruire il rap. Nel tempo si è creata una vera e propria scena e questa è una cosa bellissima, perché era proprio ciò a cui miravamo: dall’underground, dalle semplici realtà locali che via via hanno preso piede, fino a diventare un fenomeno sociale e integrarsi nella realtà italiana.

Non credo che da soli si riesca a cambiare le cose. Però noi, insieme a un altro pugno di pazzi, folli e scatenati, abbiamo contribuito a pavimentare questa strada. Non solo noi, ovviamente: anche tanti altri artisti che hanno sperimentato, provato e si sono gettati senza paracadute. Abbiamo contribuito insieme, ognuno a modo suo”.

Siete consapevoli di aver fatto qualcosa di importante per il rap italiano, soprattutto in un periodo in cui portare avanti questo tipo di musica era tutt’altro che semplice?

“Siamo consapevoli di aver fatto qualcosa di importante prima di tutto per noi stessi. Poi c’è anche di mezzo il rap italiano, ben venga. Sicuramente, quando è successo tutto questo, si è trattato di una formula un po’ più anarchica: non c’era la pletora di discografici che aspettavano i dischi e le produzioni e finanziavano il tempo passato in studio. Abbiamo dovuto costruire tutto in maniera nostra, artigianale”.

Cosa significa riproporre oggi un album di 25 anni fa, sapendo che nel frattempo siete cresciuti voi, ma soprattutto che è cambiato il pubblico a cui vi rivolgete?

“Riproporre un disco di venticinque anni fa, risentirlo dopo tanto tempo e ritenerlo ancora attuale, con tematiche vive, è sicuramente una cosa che ti colpisce in prima persona. Abbiamo anche potuto e voluto rimettere mano ad alcuni brani: in ogni ristampa che faremo di tutta la serie di dischi ci sarà sempre una versione nuova, due o tre versioni di alcuni brani che riteniamo importanti. Ci piace ospitare artisti della nostra età, ma anche molto più giovani, con i quali pensiamo di condividere una certa visione della musica.

Per Rock ’n’ Roll abbiamo fatto una nuova versione di Tigre insieme a Gemitaiz, una di Nelle mani con Claver Gold e una versione speciale di Trastevere con un membro dei Colle del Fomento. In quella strofa racconta una fotografia perfetta di quello che era Trastevere all’inizio: una pentola in cui si sono mischiate tante cose, in ebollizione, da cui è uscito quello che è oggi il rap e quello che sono stati i Colle”.

Venticinque anni fa vi aspettavate che quei brani potessero diventare dei classici del rap?

“Quando abbiamo fatto quell’album non avevamo minimamente idea di quello che stavamo facendo in termini di qualità e di prospettiva. Non ci eravamo resi conto che quei brani, realizzati nel tempo, sarebbero diventati dei classici per tantissimi ragazzi che allora ci ascoltavano. Brani come Trastevere o Nelle mani sono diventati nel tempo canzoni trasversali, ascoltate anche da persone che non appartengono propriamente al mondo del rap.”

Quando vi siete resi conto che la vostra musica stava diventando un inno per qualcuno?

“Suonando in giro. Quando sei a contatto con le persone ai concerti e vedi che la risposta a quei brani, che pensavi fossero soltanto tuoi, è diventata di tutti, quello ti dà un metro di giudizio. Quando senti che a Palermo o a Milano cantano Trastevere, sai che nel tempo è diventata una canzone che qualcuno si è scaricato, qualcuno ha comprato, qualcuno ha ascoltato da un amico. Insomma, le persone l’hanno portata avanti negli anni, così come le altre canzoni e i brani degli altri dischi dei Cor Veleno”.

Rock ’n’ Roll è stato l’inizio di tutto, però.

“A questo disco siamo particolarmente affezionati perché è stato il nostro primo album. Però stiamo vedendo che anche altre generazioni conoscono e cantano le canzoni. Alla presentazione che abbiamo fatto a Roma c’era gente molto più giovane di noi che le ascoltava e le conosceva: ci è cresciuta insieme”.

Tornando alle collaborazioni di questa nuova edizione, come avete scelto gli artisti e i brani da affidargli?

“La scelta dei compagni di viaggio per queste riedizioni è avvenuta in maniera spontanea, perché ognuno di loro era strettamente collegato al brano che gli è stato proposto.

Gemitaiz ci ha risposto immediatamente con un messaggio entusiasta che non riporteremo perché ci sono delle parolacce di mezzo (ride, ndr). Quando un artista importante come Gemitaiz riceve una cosa da te e dopo trenta secondi ti scrive: «Te lo smonto il beat, vedrai che fa una bomba», quella roba ti carica come quando eri un ragazzino. Senti ancora quell’energia, senza pensare a sovrastrutture. È proprio energia, musica, amicizia: il resto viene da solo”.

Avete anche collaborato di nuovo con i Colle del Fomento.

“In altri casi, come per Trastevere, la scelta è legata al periodo storico in cui è stato scritto il brano. Giorgio e Masito dei Colle del Fomento vivevano praticamente Trastevere ogni giorno. Giorgio perché abitava lì, Masito perché da Roma Nord raggiungeva quotidianamente quella zona e la frequentava con la sua cricca. Tutti erano e sono strettamente legati ai brani che gli sono stati proposti e abbiamo sempre ricevuto risposte piene di entusiasmo.

Lo stesso vale per Claver Gold: è cresciuto con Nelle mani e ce l’ha ribadito anche quando gli è stata proposta. Nella strofa dice: «Quando sentivo questo brano avevo 15 anni e mezzo». Quando un artista più giovane ti scrive che aveva quindici anni quando ascoltava quel pezzo, hai già una fotografia di come anche le nuove generazioni recepiscano la musica di chi è arrivato prima.

Per quanto riguarda il sound, è il risultato della fusione delle nostre personalità. Ognuno di noi tre, e quando c’era anche David, ha gusti musicali differenti, ma alla fine tutto contribuisce a creare quello che è il sound dei Cor Veleno”.

Ascoltandovi, soprattutto quando raccontate Trastevere e i luoghi che hanno segnato la vostra storia, emerge spesso il passato. Siete nostalgici di un tempo che non c’è più o riuscite ancora a guardare al presente con entusiasmo?

“La filosofia dei Cor Veleno è un po’ quella degli alti e bassi della vita, che fanno parte della musica come gli accordi musicali. Tutto quello che fa un suono, anche nelle nostre parti migliori e peggiori, siamo sempre noi stessi in quello che facciamo.

La malinconia, in realtà, non c’è. Se qualcosa del passato ritorna, lo fa sotto forma di suoni, storie e racconti che fanno parte delle nostre canzoni.

Siamo stati fortunati a vivere un periodo così in fermento, ma ci sentiamo altrettanto fortunati a essere ancora in studio a fare dischi. Cavalchiamo l’energia e la novità, sapendo che qualche chilometro l’abbiamo fatto, ma senza nostalgia”.

Ad oggi esiste ancora una scena romana?

“Roma non ha mai smesso di fare musica. Sì, c’è una scena romana. Se ti riferisci al fatto che facciano cose insieme, per un periodo magari è successo un po’ meno, ma la città è sempre stata piena di artisti.

In questo momento ci sono tanti pischelli di Roma che si stanno mettendo insieme e unendo le energie per essere più efficaci. Quella famosa scena romana, che in realtà non se n’è mai andata, secondo me sta tornando.

Avendo la fortuna di incontrare spesso ragazzi giovani in studio o nelle nostre attività, vediamo proprio che c’è un bel fermento. Secondo me, nel giro di un paio d’anni, lo vedremo affermarsi a livello nazionale”.

C’è qualche giovane artista romano che sentite di consigliare?

“Polemica,  Bytaz, se li senti sono forti. Potremmo fare un elenco, ma sono veramente tanti. C’è un sacco di fermento”.

Quando avete iniziato voi, il contesto era più ostile nei confronti delle novità rap. Quanto è stato difficile far capire il valore di quella musica a chi ne era fuori?

“Era proprio un contesto in cui, fuori dall’ambiente, la musica che facevamo noi, figlia degli anni Novanta, non veniva recepita.

Prima di noi c’erano i Blocchi, le ideologie. C’era tanta musica italiana cristallizzata su uno stile poco aperto. Non era più la musica dei cantautori, ma era diventata magari una presa per il culo di quella musica. Era tutto una rima cuore-amore.

Oppure c’erano quelli innamorati di un certo tipo di suono, che apparteneva anche alle nostre famiglie e al nostro background. Però era considerato la musica assoluta, quella seria, mentre tutto quello che veniva fuori era visto come una scureggia al pranzo di Natale, qualcosa che rovinava l’atmosfera.

Invece noi, come tanti altri, ci siamo messi pancia a terra e abbiamo scelto di fare diventare questa cosa la nostra vita. Non ti dico come una missione, perché da come parlo sembra che siamo andati a fare la guerra. In realtà ci siamo divertiti, abbiamo conosciuto un sacco di gente e iniziato a lavorare con persone che venivano da zone lontanissime dalle nostre, in giro per tutto il Paese.

Abbiamo suonato e fatto concerti, dalle cantine underground fino ai grossi palchi, fino ai tour con Jovanotti, i 77 e 50 Cent. Non credo che tutto questo sarebbe successo se avessimo gettato la spugna e deciso che la musica da fare era quella che ci proponevano i discografici in quegli anni, quando abbiamo iniziato”.

Oggi il rap – con le sue varie declinazioni – è il genere più ascoltato al mondo. Quanto è diversa la scelta di farlo oggi rispetto a quella di farlo allora?

“Scegliere oggi di fare rap significa già stare sul carro dei vincitori.

Farla all’epoca loro significava invece credere fortemente in qualcosa. O la facevi per una forte devozione oppure non l’avresti mai scelta. Non c’era nella testa di nessuno il pensiero che potesse diventare così importante ed esteso, soprattutto da parte di chi si occupava di musica. È stato sicuramente tutto più complesso rispetto a oggi, per quanto riguarda la scelta di fare quel tipo di musica.

Amore e sana pazzia”.

All’epoca era difficile incasellarvi in una tendenza e forse oggi lo è ancora di più. Vi sentite artisti difficili da etichettare?

“Abbiamo un gusto molto marcato, che è il risultato delle nostre teste. È come avere un frullatore in studio: ci mettiamo tutte le idee e alla fine viene sempre fuori un blend unico.

Quindi non ci sentiamo avulsi, ma sappiamo anche di non essere conformi al sound che deve andare per forza di moda in questo momento. In realtà non ce ne frega niente: facciamo le cose che ci piacciono, punto.

Quando facciamo musica non ci poniamo tutte queste domande. È molto più un flusso, qualcosa che ci fa stare bene e ci porta a fare musica e a scrivere i testi che poi vengono fuori”.

Un tema degli ultimi tempi è quello degli innalzamenti del costo dei biglietti dei concerti. La musica sta diventando sempre più elitaria?

“Ci si deve tirare fuori, assolutamente. Per fortuna, oltre agli artisti già consolidati, che stanno lì da tanto tempo e ormai sono veri e propri brand della musica internazionale, c’è gente che a livello underground, in tutte le parti del mondo, continua a fare musica e a sperimentare. Saranno loro quelli che salveranno la musica domani.

Di conseguenza, la musica può avere una deriva elitaria, sicuramente, perché gli interessi che girano intorno sono molto forti, ma fondamentalmente credo che, se uno vuole sentire la musica vera che esiste oggi, non debba necessariamente affidarsi a quelli che sono diventati ormai dei marchi e basta”.

Si può essere ancora underground oggi, allora, pur avendo raggiunto numeri importanti?

“Ah sì. Se fai delle scelte che rispecchiano esattamente quello che sei, puoi avere anche un riscontro grande, importante, però sei underground.

Se te ne freghi veramente di quello che succede all’esterno – non perché stai sulla torre d’avorio, ma perché continui a fare quello che ti piace – sei underground nello spirito, a prescindere dai numeri e dai risultati. Il risultato è secondario: prima rispondi alla tua esigenza artistica e poi le cose, se vengono, vengono. Altrimenti sei comunque in pace con te stesso, perché hai risposto alla tua esigenza artistica.

Si può essere al vertice della scena musicale di riferimento, come nel caso, per esempio, di Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, che ha scelto di lavorare con noi a più di una canzone, e conservare quella curiosità che ti spinge a superare i confini musicali normalmente imposti dalla discografia”.

Com’è stato riprendere in mano Rock ’n’ Roll portando con voi l’eredità di Primo?

“Riprendere il materiale vecchio, come Rock ’n’ Roll, non è affatto semplice, anzi. Però è anche terapeutico. Sappiamo qual era la visione di Primo e la rispettiamo sempre, perché non potrebbe essere altrimenti”.

Quanto c’è di lui nel vostro modo di fare musica oggi?

“In studio c’è sempre quella stessa energia di David: ce l’abbiamo addosso e dentro la nostra testa. A maggior ragione nei brani in cui è stato protagonista è ancora più facile sentire la sua presenza e quello che voleva esprimere in quel momento.

Una figura di tale rilevanza può essere percepita dalla gente come vicina e prossima anche dopo dieci anni. Ed è giusto che sia così, perché è questo che deve fare l’arte, la musica: avvicinare la gente.

Fermo restando che Primo non era solamente un membro del gruppo Cor Veleno: noi siamo amici che lavorano assieme da tantissimi anni. Al di là della dimensione prettamente artistica e musicale, c’è sempre stata una profonda amicizia e il tempo passato insieme. È per questo che sentiamo la sua presenza in quello che facciamo: siamo diventati quello che siamo tutti quanti, uno grazie all’altro”.

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