Trentadue gradi percepiti, la polvere delle Capannelle che si solleva fin dal parcheggio e la certezza che l’estate romana non conceda sconti a nessuno. Eppure ieri sera l’ippodromo si è riempito per l’unica data italiana dei Mumford & Sons, accogliendo un pubblico splendido, armonioso e decisamente preso bene. Uno scenario che nel 2026, in un mercato saturo di produzioni elettroniche e basi pre-registrate, possiede una forza quasi anacronistica. La verità è che proprio questa totale sproporzione rispetto alle tendenze attuali rappresenta la loro carta vincente.
Marcus Mumford e i suoi soci salgono sul palco privi di quel distacco post-moderno che spesso raffredda i grandi live. Credono fermamente nel loro repertorio, e questa serietà d’intenti salva lo show da qualsiasi deriva nostalgica. La struttura dei brani è una macchina progettata per funzionare a colpo sicuro, mossa dai loro veri tratti distintivi: un avvio acustico quasi sussurrato che cresce progressivamente fino a quando la chitarra parte a cannone, la grancassa picchia duro e il ritornello esplode in faccia a tutti, trascinando il festival in un ballo spensierato.
La gestione della serata evita qualsiasi calcolo prudente. L’apertura è affidata a pezzi imponenti come Babel, usata subito per ripulire l’aria dal torpore del caldo, aggredendo il concerto e costringendo il pubblico a muoversi fin dalle prime battute all’interno del cartellone di Rock in Roma. La band macina chilometri su una scaletta solida, capace di alternare le grandi fiammate folk a momenti di maggiore respiro.
La dinamica più bella si consuma quando il gruppo decide di eliminare ogni barriera spaziale. La band scende letteralmente dal palco principale per suonare una manciata di pezzi su una pedana secondaria posizionata direttamente in mezzo alla folla, stringendo il pubblico in una sorta di abbraccio collettivo. In questa dimensione ravvicinata, episodi storici come White Blank Page e le spigolosità di Ghosts That We Knew acquistano una grana ruvida, amplificando l’energia di una platea caldissima che risponde cantando ogni singola parola.
Il finale segue i binari collaudati della grande macchina dal vivo. La progressione di The Cave prepara il terreno per i bis di rito, lasciando l’epilogo alla doppietta micidiale di Little Lion Man e I Will Wait, quest’ultima accompagnata dal boato finale del pubblico sotto il cielo di Roma.










