Il 9 febbraio 2004 usciva Piccoli fragilissimi film, un’opera collettiva e solistica al tempo stesso, firmata per la prima volta da Paolo Benvegnù.
Alla luce discreta e inattinica della sua copertina, Piccoli fragilissimi film ci invita a sviluppare con pazienza gli scatti di una documentazione interiore. Undici tracce, fragili come la cellulosa ma durevoli come il vinile, raccolgono con la ruvida autenticità del Super8 entusiasmi, dolori, riflessioni: ogni sensazione ed esperienza viene masticata attraverso parole pesate al milligrammo, capaci talvolta di un’incisività aforistica.
Un traguardo piuttosto che un esordio
Nel percorso artistico di Paolo Benvegnù, sono più di dieci gli anni che precedono l’uscita di Piccoli fragilissimi film. È infatti il 1993 quando il cantautore milanese contribuisce alla nascita degli Scisma, uno degli storici gruppi del nostro indie anni ’90: sette primavere e tre album più tardi, la band decide di fermarsi. Arriva allora il trasferimento a Firenze e nel ricco ordito di collaborazioni musicali/teatrali risalenti a questo nuovo periodo troviamo il nome degli Otto’p’notri. Due dei suoi componenti, Massimo Fantoni e Fabrizio Orrigo, avrebbero partecipato insieme a Giovanni Dall’orto e Andrea Franchi alla realizzazione di questo album.
Piccoli fragilissimi film si presenta infatti come un’opera collettiva, nata da una cellula creativa «anarco-insurrezionalista […] poi trasformatasi in ipersensibilista» (comunicato stampa): Paolo Benvegnù da il nome all’intero progetto.
Un album-documentario
Come scavare a mani nude nella terra
per sentire il sangue mescolarsi con la pioggia
Esordisce così la sua voce, immergendoci in un Mare verticale che porta il nome di un prezioso romanzo di Giorgio Saviane. Una volta raggiunto il fondo attraverso un lungo crescendo sonoro, tastiamo con un’ossessività mantrica il solido invito a lasciare che «le cose passino e [ci] sfiorino, perché non [siamo] in grado di comprenderle». Il testo vive, qui come altrove, di un’intenzione non solo narrativa ma anche didascalica: le riflessioni del cantante invitano talvolta a meditare su noi stessi, su ciò che siamo e come lo viviamo.
Pertanto in Cerchi nell’acqua vi è la gioia di un amore e al contempo l’invito a «riconoscersi per creare», camminando «senza chiedersi perché»; si spera poi che il Sentimento delle cose ci re-insegni lo stupore, mentre galleggiamo sulle pagine dei libri che abbiamo letto per non affogare (immagine meravigliosa); infine, in Suggestionabili, ad una ruggente dichiarazione d’intenti artistica viene affiancata un’accusa alla nostra malleabilità.
Sarò la prima cosa che avrò, se sono l’ultima cosa che mi rimane
Un carattere più narrativo definisce invece la passione gridata in Io e te, il traffico delle esperienze di Fiamme; la tensione irreprensibile di Brucio, il suono ovattato dell’innocenza in È solo un sogno; i ricordi frangibili di Only for you, il sorriso macchiato di sangue di Quando passa lei, così come la «lunga notte» e lo «stupido mattino» di Catherine.
E ho visto molte cose spegnersi, rivoluzioni spente nel fair-play
Una musica liquida
I versi di ogni canzone non cercano mai la convenzione di una rima, ma piuttosto si sciolgono in un flusso instabile, umorale. Ad accompagnare un itinerario così incostante troviamo sonorità arrangiate e composite, in continuo movimento attraverso un caleidoscopio di stili e generi. La musica accompagna la parola senza mai cederle il passo, spendendosi in un atteggiamento gregario ma mai subalterno. Essendo di fronte a undici piccoli film, si può parlare allora di undici piccole e complesse colonne sonore. Passiamo dal sapore pop di Cerchi nell’acqua agli arrangiamenti per soli archi (sintetizzati, purtroppo) di Catherine; dall’ansimare di una sessione di jogging (Brucio) a sonorità vagamente beatlesiane (Only for you); dalle incursioni del rumore bianco (Quando passa lei) a quelle di una glass harmonica (Brucio): una olla podrida di sapori accomunati da una dimensione cameristica della strumentazione e guidati dalla voce talvolta volutamente incontrollata, sbavata di Paolo Benvegnù.
Il bugiardino di un farmaco
Nel comunicato stampa di presentazione dell’album viene consigliato un ascolto notturno. Ho seguito questo invito per cercare di raccogliere al meglio le intenzioni di Benvegnù e del suo collettivo, lasciandomi guidare in quello che viene definito:
«un prontuario sulla costruzione di un oggetto, il bugiardino di un farmaco, il semaforo di un passaggio a livello» (comunicato stampa)
Al termine dei suoi 54 minuti, Piccoli fragilissimi film lascia appagati, ma stanchi, come dopo un impegnativo spettacolo teatrale. L’album rappresenta un’operazione raffinata e a tratti ardua, durante la quale capita a volte di buttare l’occhio sulla durata residua di un brano. Un lavoro che non si presta ad una fruizione passiva, in cerca di mera orecchiabilità, ma piuttosto ad un ascolto attento, ad una ricezione vigile: il risultato è un opera affascinante e sensibile, capace di testimoniare i primi passi della definizione solistica di Paolo Benvegnù. Come ogni bugiardino che si rispetti, l’album esige dell’impegno per poter essere ripiegato e ricondotto alla forma per la quale era stato originariamente pensato. Far combaciare le sue pieghe richiede pazienza ed è necessario che piaccia un’accezione ricercata del termine “indipendente”. Nel caso in cui ci siano questi due presupposti, non resta che stendere la carta sul tavolo. E ascoltare.










