di Cristiana Dicembre
Dell’odio e dell’innocenza, ultimo album di Paolo Benvegnù uscito lo scorso 6 marzo, è un disco dalla storia a dir poco particolare e del tutto inusuale. Chiama all’appello il nostro aspetto più umano per poi negarlo. Ci riporta con i piedi per terra per poi chiederci di andare via. Cosa c’è dietro questa contraddizione?
Dell’odio e dell’innocenza ci fa riflettere su quanto le parole siano tante, disperse tra miliardi di bocche, e tra miliardi di orecchie che neanche stando in coppia riescono a coglierne il senso. Forse perché non ne hanno voglia, forse perché non ne hanno la capacità.
Cosa fate voi quando avete una gran voglia di essere ascoltati?
Uno sconosciuto, un giorno, ha abbandonato un cd da lui scritto ed inciso nella buca delle lettere di una scuola di Perugia, per affidarlo alle mani di colui che forse ha ritenuto esperto ed adatto a recepire tutte le parole rinchiuse lì dentro. L’intestazione era “Per Paolo Benvegnù”.
Benvegnù non è venuto meno a quella che da un giorno all’altro non sapeva neanche fosse la sua missione, ha preso parola per parola, nota per nota, di ogni angolo di quel cd, orfano di padre per pochi attimi.
Ha deciso così di adottare i pensieri di un uomo o una donna senza volto, per renderli noti ad un intero paese. Non ha cambiato nessuna parola, ha solo riarrangiato dei brani creati in precedenza con voce e chitarra dallo sconosciuto, ed ha dato loro un nuovo spazio “meno strano e più comune” – come afferma lui stesso.
Non sarei molto convinta del fatto che il padre biologico di quel cd volesse che qualcuno riportasse le sue canzoni da un luogo strano, ad uno più comune. Ma sono abbastanza sicura che ritenga la musica di Benvegnù il posto più sicuro dove custodirle.
Avete presente quando nei film passa la scena in cui una madre piangente lascia il proprio bimbo appena nato e bendato sull’uscio di una porta, di cui conosce vagamente i proprietari ma sa che potrebbero essere persone in grado di assicurare al pargolo un futuro migliore di quanto lei possa fare?
Io la immagino esattamente così la vicenda del cd consegnato a Benvegnù.
Leggendo i suoi testi ci si può interfacciare con la realtà e sofferenza, di un perfetto sconosciuto. Quello per cui la società non ha trovato posto nel fiume del commercio musicale, ed allora un posto l’ha cercato lui stesso, piazzandole un pareggio con una mossa da scacchiera indomabile. La sofferenza, ma soprattutto, le grida dell’autore stridono forte, e per quanto in Pietre, primo singolo dell’album, dica «il silenzio è verità», la sua verità non viaggia silente.
A fine album avremo imparato ad ascoltare uno sconosciuto.
Insomma, è un po’ come quando si va da uno psicologo e iniziando a parlare di sé, si conosce il parere di un estraneo.
Vien naturale chiedersi se fosse davvero questo ciò che voleva il creatore dei brani, venir ascoltato da tutti. Oppure, vien proprio da chiedersi se in realtà volesse esser ascoltato solo da Benvegnù.
Eppure ciò di cui parla è molto forte, e allo stesso tempo denota una sensibilità d’animo un po’ sofferente. Come a voler ribadire di non esser compreso in questo mondo, e che i suoi soli mezzi sono una gran testa, prima di tutto, e poi una voce ed una chitarra con i quali ribellarsi – che sono più potenti dell’ostentazione dell’incomprensione.
Pietre è un brano davvero molto rock nelle sue parole. Sono molto crude, molto vere, graffiano, fanno anche male.
Vien voglia di coprirsi da tutta questa verità spiattellata in faccia:
“Venditori del mondo in occhiali assolati
Le corone di alloro sopra i volti azzerati
Regalate dei fiori perché sono già usati
Criminali assassini siete sponsorizzati”
Profuma di critica sociale tutto questo. Di gente diventata famosa sui social per aver sponsorizzato la bella vita, di laureati azzerati dal non poter venir meno al loro obbligo morale di figli da ammaestrare ed educare, di criminali assassini che trovano posto nella giustizia, proprio dove non dovrebbero stare.
E allora:
“Più conosco gli umani
Più capisco le pietre
[…]
E i fiori si riprenderanno grattacieli ed autostrade
I fiori si riprenderanno tutto
Il silenzio è la verità”
Ed è vero che le pietre, nel loro silenzio, sono figlie della verità.
Infinito 1, è forse il brano più distopico di Dell’odio e dell’innocenza.
Canta di una realtà, appunto, distopica, di cui lui è a capo. Realtà figlia di un presagio di una vita indesiderabile, dove l’unica cosa da non negare è lui stesso, il padrone di un mondo nuovo, in cui i poeti minori hanno voce e in cui fa fuori l’American dream, perché non c’è più nulla da desiderare.
“Il mondo che vedete non esiste
Esisto solo io
Cantami o Diva dei poeti minori
Di amori consumati dentro gli ascensori
La musica ribelle l’orrendo paradiso di voi figli delle stelle
E allora io, io vi uccido l’America
Perché non c’è più niente da desiderare”
Ennesima critica sociale, che esplode genialmente nel “sono io a […] tagliare gli alberi per boschi verticali” puntando diritto nel petto dell’orgoglio dell’architettura Milanese.
Tra America e Milano, sembra quasi contro attaccare la moda musicale – magari a mo’ di critica sottile e più che nascosta – con un modo diverso di parlare della città da quello tipico dell’indie Calcuttiano, e non solo.
La soluzione e Animali di superficie sono testi che un po’ si somigliano: “il crimine è la soluzione” nel primo, “la costruzione non è costruire niente” nel secondo; e ancora, “è il ventre delle madri che è sacro” e “cibo alle madri, madri alle terre”, oppure “Ma intorno uomini mitragliatrice, uomini disarcionati, uomini spenti abbandonati” e “E anche i filosofi vogliono morire quando i soldati sparano in cortile”.
Sono brani che anche questa volta criticano la società, la segmentano e la rendono vittima di così tante cose sbagliate che a riviverle tutte, in queste canzoni, quasi desta preoccupazione. Fortuna che ci delizia con frasi molto delicate che ci danno anche uno spiraglio di luce, come:
L’apocalisse dei seni che sanno diventare un fiore…
E ci regala, inoltre, con molta semplicità quello che è un nuovo modo di vedere la tipica cecità dell’amore, e quindi che se:
l’amore è cieco, allora è una visione…
Dell’odio e dell’innocenza si chiude con Non torniamo più, una vera boccata d’amore che, coerente con l’idea di visione sopra citata, trasporta i due amanti lontano da qui, dal mondo, e che mano nella mano salutano le miserie infinite, i dolori, il denaro e le offese, e non tornano più.
Benvegnù ha accolto pensieri importanti quanto personali di un estraneo, ci ha lavorato musicalmente, ha affidato per ogni brano un titolo – a lui inizialmente pervenuto come Track 1, track 2, eccetera, e ha sperato di non contraddire una personalità forte come quella dell’autore. Si è assunto le sue responsabilità insomma, ma lo ha fatto bene. Perché è rimasto fedele in primis a quella che è la sua musica che per anni ha intonato le nostre case, e rispettando sé stesso, ha rispettato chi gli ha fatto un dono – che non tutti i cantautori dell’epoca avrebbero preso di buon grado.
Uno sconosciuto passa la palla ad un artista, l’artista continua il gioco.
Così Benvegnù, con il suo Dell’odio e dell’innocenza, ci ha dato dimostrazione che la musica altro non è che un gioco leale di comunicazione.










