Muri medievali, chitarre in faccia e decenni che pesano: la prima notte del Laos Fest

da | Ago 1, 2026 | #Cromosomiintour

Il 31 luglio il Laos Fest ha aperto il suo decennale trasformando il borgo medievale di Scalea in un’arena rock a cielo aperto. Tra le sventagliate viscerali di Motta e l'elettronica notturna di MHATT, ecco com'è andata la prima notte di pura resistenza musicale in provincia.

C’è una sottile differenza tra fare un festival e fare un’eroica resistenza culturale. La seconda opzione la trovi solo se sei disposto a spingerti giù per le curve della Statale 18, superare i lidi coi soliti tormentoni estivi spinti a volume molesto e infilarti nel borgo storico di Scalea. Piazza Spinelli non è una piazza: è una trappola acustica medievale incastonata ai piedi del Palazzo dei Principi. Un anfiteatro di pietra grigia e umidità calabrese che risucchia il pubblico e gli restituisce i decibel dritti nei denti.

Venerdì 31 luglio il Laos Fest ha festeggiato i suoi primi dieci anni di attività. Un traguardo che da queste parti ha quasi del miracoloso – no plastica, no biglietto d’ingresso e una feroce indipendenza organizzativa che se ne frega dei grandi circuiti mainstream.

A scaldare le macchine ci pensa Pieffe, progetto emergente arrivato con lo spirito di chi ha tutto da dimostrare e nulla da perdere. Le sue sperimentazioni elettroniche muovono i primi corpi sotto il palco mentre la piazza inizia a riempirsi di gente: magliette d’ordinanza, gente del posto in cerca di ombra e i soliti fedelissimi dei festival indipendenti pronti a fare spallata.

Subito dopo sale sul palco Gioia Lucia. Per chi l’aveva incrociata a maggio all’Idroscalo per il MI AMI, ritrovarla qui è la conferma che il percorso non è casuale. Con l’EP Estate 2007 | Piazza Roma appena sfornato e le canzoni del disco d’esordio Forse un giorno, Lucia mette in piedi un set che oscilla con grazia tra intimismo e ganci pop ben piazzati. È quel tipo di pop d’autore che non ha bisogno di strillare per farsi ascoltare: la scrittura è pulita, l’attitudine è quella giusta e la resa dal vivo tiene botta davanti a una piazza che non regala niente a prescindere.

Poi il buio s’appesantisce e l’aria cambia di colpo. Tocca al piatto forte della serata: Motta.

Diciamocelo chiaramente, le operazioni amarcord sulla carta fanno sempre un po’ paura. Il rischio di cadere nell’effetto sagra della nostalgia è sempre dietro l’angolo quando decidi di rimettere in piedi l’album che ti ha cambiato la vita. Invece, celebri i dieci anni de La fine dei vent’anni e ti accorgi che il tempo non ha scalfito una singola nota. Francesco sale sul palco con la solita foga viscerale, visibilmente tirato a lucido ma affamato.

Quando parte la sequenza dei pezzi storici (da Sei bella davvero a Prima o poi ci passerà, fino all’esplosione liberatoria di Roma stasera) l’anfiteatro di Scalea diventa un unico coro polveroso. Le chitarre suonano distorte, feroci, tirate all’estremo; la sezione ritmica picchia duro sul petto e la voce di Motta taglia l’aria con quella disperazione lucida che lo ha sempre distinto. Sentir cantare a squarciagola «Sei bella davvero…» sotto le mura di un palazzo del Duecento fa un effetto strano: ti ricorda che certi dischi non invecchiano, siamo noi che continuiamo a cambiarci le magliette sudate addosso. Rock d’autore spinto a tutto volume, come si faceva una volta.

Finito il rito pagano nella piazza principale, i superstiti non si ritirano. Ci si sposta qualche metro più in là, nel cortile interno di Palazzo Spinelli, per l’aftershow firmato MHATT. Il producer napoletano (da tempo di casa nella scena clubbing della Capitale) azzera la componente nostalgica e spinge sulla pedaliera: una selezione chirurgica che spazia tra pulsioni elettroniche e deep house con la densità giusta. Le pareti di pietra riflettono i bassi fino a notte fonda, trasformando un cortile storico in un piccolo club a cielo aperto.

Il Laos Fest apre il suo decennale stampando un concetto chiaro in faccia a chi passa da queste parti: la provincia del Sud non è una perifieria da consolare, ma un centro nevralgico capace di reggere l’urto della musica dal vivo fatta sul serio.

Ci si vede stasera sottopalco per i Santi Francesi. Se avete ancora gambe.

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