Domenica 26 luglio The Weeknd ha salutato Milano con la terza e ultima data dell’”After Hours Til Dawn Tour”, chiudendo un weekend che ha consacrato San Siro come teatro di uno degli show più imponenti visti di recente.
Il kolossal del pop messo in scena a San Siro
Definire quello di The Weeknd un semplice concerto negli stadi sarebbe riduttivo. Lo spettacolo nasce dall’incontro tra musica, immagine e narrazione: lo stadio diventa così mezzo, ma anche estensione dell’universo creativo di Abel Tesfaye.
Il tour porta sul palco la trilogia composta da “After Hours” (2020), “Dawn FM” (2022) e “Hurry Up Tomorrow” (2025), un percorso che attraversa il buio, la trasformazione e la ricerca di una nuova identità. Un viaggio che prende forma attraverso una produzione monumentale: una città futuristica in rovina, enormi ledwall, giochi di luce, fiamme, laser e una passerella che collega l’artista a ogni angolo dello stadio.
Al centro domina la gigantesca statua dorata realizzata dall’artista giapponese Hajime Sorayama: una figura sospesa tra umano e macchina, diventata il simbolo dell’immaginario costruito da The Weeknd negli ultimi anni.
Ogni elemento diventa parte di un racconto più ampio in cui Abel mette in scena la propria evoluzione artistica.
La maschera cade e cede il posto ad Abel
The Weeknd entra in scena nascosto dietro la sua maschera, accompagnato da un’atmosfera rituale, tra performer incappucciati, figure dorate e immagini che sembrano arrivare da un futuro lontano.
L’apertura con “Baptized in Fear”, “Open Hearts”, “Wake Me Up”, “After Hours” e “Starboy” accompagna il pubblico dentro questo universo, fino al momento più significativo della serata. Abel si sfila lentamente la maschera. Non è soltanto un cambio scenico, ma un cambio di narrazione significativo: il mito lascia spazio alla persona.
Da quel momento il rapporto con il pubblico muta, le distanze si accorciano: dietro la macchina dello spettacolo, torna al centro Abel Tesfaye.
La scaletta instancabile di The Weeknd che viaggia attraverso più epoche
La scaletta è una maratona costruita con una precisione a dir poco maniacale.
Accanto ai brani più recenti trovano spazio tutte le hit che hanno seganto la carriera dell’artista canadese: “Can’t Feel My Face”, “The Hills”, “I Feel It Coming”, “Die For You”, “Save Your Tears”, fino all’immancabile “Blinding Lights”, che trasforma San Siro in una sconfinata pista da ballo illuminata da migliaia di braccialetti sincronizzati.
Tra i momenti più apprezzati anche il ritorno sul palco di Playboi Carti, già protagonista dell’opening act, che raggiunge The Weeknd durante “Timeless” e “Rather Lie”, regalando allo show un’ulteriore picco di energia.
Una macchina spettacolare, con qualche imprevisto
La dimensione dello show resta impressionante: una produzione costruita su sincronizzazioni precise, visual giganteschi, effetti scenici e una regia che coordina ogni elemento e dettaglio del palco.
Anche una macchina spettacolare di questa portata può però mostrare qualche crepa: alcuni problemi tecnici hanno interrotto momentaneamente il flusso del concerto, senza però danneggiare la percezione complessiva dello spettacolo.
Perché, al di là della scenografia monumentale e dell’imponenza dello show, il momento più potente resta quello umano. Basta un sorriso, uno sguardo verso gli spalti o il momento di karaoke collettivo durante “Out of Time” per ricordare che dietro l’alter ego di The Weeknd continua a esserci (e talvolta a prevalere) sempre Abel Tesfaye.
Il futuro dopo The Weeknd
Da tempo l’artista canadese lascia intendere la possibilità di mettere da parte il nome The Weeknd per tornare a pubblicare musica semplicemente come sé stesso.
Dopo uno show di questa portata, però, la domanda rimane aperta: cosa succede quando un artista decide di superare il personaggio che ha costruito?
Il finale sembra quasi giocare con questa idea. Al termine del concerto si torna alle origini con “House of Balloons” e ci si saluta definitivamente con “Moth to a Flame”, chiudendo simbolicamente un percorso iniziato quindici anni fa.










