Sono passati venticinque anni. 25 anni e sembra ieri. La ferita è sempre aperta. E brucia ancora. E fa male come allora.
Perché ci sono eventi e date che non appartengono soltanto alla cronaca, ma diventano pezzi di vita e drammi collettivi, un prima e un dopo nella coscienza di un Paese. Il G8 di Genova del luglio 2001 è uno di questi.
Furono giorni caldi anche quelli, chi c’era lo ricorda bene.
Dovevano essere giorni in cui il capoluogo ligure avrebbe dovuto ospitare il confronto tra i “grandi” della Terra ma il popolo, quello vero, non voleva solo guardare, voleva partecipare. Partecipare attivamente, pacificamente perché in fondo non sono 10 teste a poter decidere per 6.000.000.
Nulla andò come doveva.
La fine dell’illusione e della democrazia
Il 20 luglio si trasformò invece nel simbolo di una delle pagine più devastanti della storia, almeno per tutti coloro che credevano nella libertà di esprimere i propri pareri.
Migliaia di persone innocenti si trovarono come in trincea, coinvolti in assurde guerriglie urbane, che terminarono poi con l’assurda morte di Carlo Giuliani, le violenze nella scuola Diaz e gli abusi denunciati nella caserma di Bolzaneto.
Immagini che hanno attraversato televisioni, giornali e coscienze, diventando il racconto di una frattura che ancora oggi continua a interrogare il nostro rapporto con la democrazia.
Per chi era adolescente o poco più che ventenne in quei giorni, Genova rappresentò la fine di un’illusione. La convinzione che fosse possibile manifestare pacificamente, dissentire e partecipare alla vita politica semplicemente per chiedere un mondo diverso, senza che tutto potesse precipitare in una spirale di violenza, venne improvvisamente incrinata. Una generazione intera si ritrovò davanti a immagini che sembravano appartenere a un’altra epoca, e che invece stavano accadendo nel cuore dell’Europa del XXI secolo.
La musica che tiene vivo il ricordo e la rabbia
E il G8 di Genova ha lasciato un’impronta profonda anche nella musica italiana.
Tra le testimonianze più significative c’è “Rotta indipendente” degli Assalti Frontali, uno dei racconti più diretti di ciò che accadde nelle strade del capoluogo ligure. Una canzone che restituisce la tensione, la rabbia e il senso di smarrimento di chi era presente.
E ovviamente “Zeta Reticoli” dei Meganoidi. Uno dei brani più intensi dedicati all’eredità del G8. Non è una cronaca dei fatti, né un elenco di nomi e responsabilità, anzi nel testo nulla sembra comparire di evidentemente connesso. Eppure questo brano evoca per tutti un racconto condiviso di una ferita che continua a vivere sotto la superficie, di una città che porta ancora addosso le cicatrici di quell’estate.
Un discorso simile vale per Modena City Ramblers, e per i 99 Posse, che negli anni hanno spesso dedicato spazio ai temi dell’antifascismo, dei diritti civili e delle mobilitazioni popolari, facendo del ricordo di Genova uno degli episodi simbolo delle lotte contemporanee. Un brano tra tutti, per i primi è sicuramente “La legge giusta” mentre per la band napoletana potremmo scegliere “Mai più io sarò saggio”.
Ma ancora potremmo citare “Piazza Alimonda” di Guccini, oppure “Sole silenzioso” dei Subsonica, così come “1312” di Willie Peyote, o il brano “Carlo Giuliani” di Moder con Tormento e Dutch Nazari.
Da non dimenticare Marracash che in “Loro” canta:
«Da Giuliani, Cucchi, dalla Diaz ed Aldrovandi
Preferiscono spezzarci che recuperarci .»
La lista potrebbe essere ancora lunga, ma non è questo ciò che ci interessa davvero.
Non importa né quali né quanti siano, ma importa capire davvero cosa abbia significato quel 20 luglio nelle coscienze di tutti e come oggi sia doveroso parlarne.
Genova parla anche ai nuovi artisti
Ma la narrazione dei fatti di Genova non è solo da ricercare in artisti “storicamente” legati a quegli anni, non è un racconto né politico né generazionale. Sono vicende che hanno colpito e continuano a colpire anche artisti più giovani. Un episodio della storia italiana che continua a riaffiorare nei testi, nelle immagini e nelle rime, segno che alcune ferite fanno male anche se non sono le tue.
Emblematico è il caso di Sayf, che parla esplicitamente di Genova sia in “Perché Piango” che in “Telegiornale”.
Nella prima scrive:
«Questo mondo è tutto rotto e non gli basterà un cerotto / Possono pure scusarsi, ma non passerà un G8.»
Mentre nella seconda:
«Ho paura degli agenti se penso al G8. Attorno a me ho solo gente che pensa al GF.»
Immagini decisamente forti che descrivono una realtà pesante.
Anche Matsby, nel brano “La Mia città”, cita direttamente i luoghi che ancora oggi rappresentano la memoria di quei giorni:
«Il G8 lascia ferite aperte / La verità non sta in mezzo alle Erbe, tra i vicoli del centro / Ma tra Diaz – Bolzaneto.»
Analogamente possiamo citare Tedua, artista profondamente legato alla sua Genova, che inserisce un richiamo al G8 in “Love Bandana”:
«Un quadro di Giotto / Il disagio del G8 / Non può descrivere.»
Una frase che accosta arte e memoria per raccontare l’indicibile: ci sono eventi che nessuna immagine, nessun dipinto e forse neppure nessuna canzone riusciranno mai a rappresentare completamente.
Questi riferimenti raccontano qualcosa di importante. A venticinque anni di distanza il G8 non è soltanto una pagina dei libri di storia o dei documentari. È ancora un linguaggio condiviso dalla musica contemporanea, un simbolo che continua a essere evocato per parlare di giustizia, diritti e memoria.
Genova ormai non è solo un riferimento geografico. È un richiamo alla necessità di guardare dove la storia ha lasciato i suoi segni più profondi, senza fermarsi alla superficie o alla retorica.
La memoria continua a cantare
Da Guccini ai Meganoidi, passando per Sayf, Tedua e Matsby, il G8 continua a vivere nella musica italiana. Cambiano i generi, cambiano le generazioni, ma resta la necessità di ricordare. Perché una memoria che continua a essere cantata è una memoria che rifiuta di essere dimenticata.
A venticinque anni dal G8, Genova ha scelto ancora una volta di “celebrare” e ha affidato il compito di ricordare attraverso manifestazioni e numerose iniziative organizzate in questi giorni che hanno riunito artisti, giornalisti, scrittori e testimoni di quei fatti, trasformando il ricordo in un momento di riflessione collettiva.
Venticinque anni dopo, è doveroso continuare a testimoniare che il dissenso non è un problema da reprimere, ma una forma di partecipazione da proteggere. Che lo Stato protegge, non uccide né ferisce.
Perché una democrazia che ha paura delle proprie piazze è una democrazia che ha smesso di ascoltare i suoi cittadini.
Non dobbiamo dimentiCARLO
Ricordare Genova non significa vivere nel passato. Significa comprendere il presente.
Ricordare il G8 di Genova non significa alimentare rabbia e odio. Significa piuttosto riconoscere che una democrazia matura ha il dovere di confrontarsi anche con le proprie pagine più dolorose. Significa ascoltare le sentenze, studiare i fatti, comprendere le responsabilità e fare in modo che simili violazioni dei diritti non possano ripetersi.
Per le generazioni nate dopo il 2001, Genova rischia di essere soltanto una data nei libri di storia. Eppure conoscere ciò che accadde è fondamentale per comprendere il valore dei diritti che oggi diamo per scontati.
Il diritto di manifestare, di dissentire, di criticare chi governa non è una concessione: è uno dei pilastri della democrazia. Ogni volta che una società dimentica quanto sia stato difficile conquistarlo, quel diritto diventa inevitabilmente più fragile.
È un diritto che va difeso ogni giorno, studiando il passato e pretendendo trasparenza nel presente.
Mentre qui sembra sempre più che facciano di tutto per “oscurare” più che rendere trasparente e visibile…
E vedere gli stessi “errori” dopo 25 anni brucia ancora, anzi brucia sempre più.










