FRESH TALENT: PRIMOGENITO

da | Giu 2, 2026 | FRESH TALENT

Classe 2004, originario della periferia romana, Primogenito stupisce sin da subito per la lucidità dei suoi brani, fatti di testi che richiamano personaggi e immagini del quotidiano con una levità e semplicità tali da risultare quasi immaginifici

Il primo ascolto di Primogenito risulta quasi spiazzante: poche sovrastrutture e tante parole, rapide e acute. Classe 2004, cresciuto tra le strade piene di spunti del Pigneto, nella periferia romana, Primogenito ha una scrittura descrittiva a metà tra l’ironia di Rino Gaetano e la malinconia indie del primo Calcutta di “Mainstream”. Ma basta giusto qualche canzone per capire che in lui non c’è volontà di emulazione, solo un’urgenza innata di raccontarsi attraverso parole talmente chiare da farsi quasi immaginifiche.

Tutto è iniziato dal freestyle e dai beat improvvisati figli una necessità comunicativa comune a tanti suoi coetanei, ma presto evoluti in qualcosa di diverso dal solito rap di protesta generazionale, virando più verso una canzone d’autore fresca e piuttosto matura. Dopo aver calcato il palco del Concertone del Primo Maggio e quello del MI AMI questa primavera, Primogenito si prepara a giocare di nuovo in casa: prima col Rino Gaetano Day di parco Talenti il 2 giugno, e poi con la sua prima vera data romana, al Monk il prossimo 8 ottobre.

Male, mi ha fatto così male, sai / Il treno sta partendo e sento questo strappo / Il sangue dal mio labbro“, canta in Principessa della Ferraglia, cronografia di un primo amore inframezzato da un apparecchio per i denti. Il pezzo è contenuto nel suo EP d’esordio, Affogare in acque amiche, uscito lo scorso 15 maggio per EMI Records Italy/Universal.

Il disco è coerente con l’intero percorso dell’artista, fatto di parole leggere e immaginose, ed anche il parallelismo con l’acqua calza a pennello. Primogenito – al secolo Gabriele Tosti – trova un suo equilbrio tra l’ingenuità del debutto e la sicurezza di chi sa di avere realmente qualcosa da dire. D’altronde, spiega, “Se ti sai esprimere artisticamente, l’Arte prima o poi ti trova“.

Cosa ti ha dato la spinta per iniziare a fare musica? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che sarebbe diventato il tuo modo di raccontarti?

“Ci sapevo fare fin da piccolo con le parole, con lo stare sopra un beat. Facevo freestyle già in prima superiore, e da lì ho capito che potevo ‘starci dentro’. Sento che la musica è il mezzo migliore per raccontarmi perché è ciò che so fare meglio. Sono convinto che se ti sai esprimere artisticamente, l’Arte prima o poi ti trova”.

Perché hai scelto proprio “Primogenito” come nome d’arte?

“In primis anagraficamente, perché sono il primo di cinque fratelli. Ma poi anche perché sono sempre stato uno che rompeva i muri: ci ho sempre messo la faccia, in tutti i gruppi e in tutti i contesti in cui mi sono trovato”.

In Mario (Alla tua età) racconti bene il paternalismo delle generazioni più grandi, quello dell'”alla tua età facevo tre lavori“. Che cosa gli adulti non riescono a capire dei ventenni di oggi?

“Facendo parte di una generazione diversa, è normale che gli adulti non comprendano alcune abitudini e tendenze dei giovani. Ciò che non capiscono sono soprattutto le nostre difficoltà: spesso le paragonano alle loro, ma noi viviamo criticità e tempi diversi”.

Cioè?

“Viviamo in una società più fluida, in cui sono stati normalizzate più abitudini e in cui inevitabilmente abbiamo più informazioni, più scelte. Riguardo l’adolescenza nelle isole samoane, studiata attraverso un esperimento su campo, Margaret Mead diceva che in un popolo in cui si ha la strada spianata ed un futuro già scritto, l’adolescenza non viene vissuta con ansia. I nostri genitori non vivevano in un’epoca in cui il futuro era già scritto, ma era sicuramente più ‘indirizzato’ del nostro. I giovani di adesso sono sottoposti a più stimoli e dunque vivono più l’ansia. D’altra parte, in difesa dei nostri genitori, che pure avevano le loro difficoltà, c’è da dire che il supporto di uno psicologo non era normalizzato come lo è ora per noi, per fortuna. Per cui, forse, noi abbiamo dalla nostra più armi per affrontare ciò che ci capita”.

Ti senti ben assimilato nella tua generazione?

“Mi sento vicino alla Gen Z per quanto riguarda i bisogni: stringere rapporti, avere relazioni con gli amici o con la propria ragazza, andare a ballare, fare sport, divertirsi, guardare le serie TV”.

E in cosa te ne discosti, allora?

“Ho abitudini differenti dai miei contemporanei: coltivo la socialità ma mi sento spesso un po’ solo. Non sempre vengo compreso dai ragazzi della mia età. A volte mi trovo meglio coi Millenial”.

Questa tua “estraneità” per certi aspetti dalla tua generazione risulta visibile anche in alcuni tuoi brani: Scusa Caterina sembra quasi un pezzo anni Sessanta. La musica è per te un veicolo per sperimentare territori ed epoche diversi?

Scusa Caterina ha una struttura molto cantautorale, gli strumenti utilizzati e il mood provengono da un’altra epoca, ma il sound è coerente a tutto l’EP. Mi piace che la musica possa portare in mondi e luoghi di cui tu non sei nemmeno a conoscenza ed è fondamentale che questi luoghi siano personali e personalizzabili a seconda delle menti che ascoltano la canzone. La musica è per me il veicolo migliore per sperimentare”.

Alcuni nel tuo modo di scrivere vedono delle somiglianze con il primo Rino Gaetano: ironia che cela una certa critica sociale raccontando personaggi e sfumature del quotidiano. È un paragone che senti vicino o ti mette pressione?

“La mia musica degli esordi suonava molto come il primo Rino Gaetano. In questo momento mi sento vicino a lui più che altro per la vocalità simile. È un cantautore che stimo e apprezzo tantissimo, e sono felice di omaggiarlo con una sua canzone nel giorno della sua commemorazione, al Rino Gaetano Day di stasera a Roma”.

Chi sono gli altri tuoi punti di riferimento per la scrittura?

“A ispirarmi sono soprattutto Ivan Graziani e Sergio Caputo”.

Di Rino Gaetano colpisce ancora oggi il fatto che riuscisse a far riflettere senza sembrare “pesante“, ma la sua musica non fu capita da molti per tantissimi anni. Ti spaventa che qualcuno possa non capire il sottotesto dei tuoi testi ed etichettare la tua musica come “semplice“?

“Come diceva lo stesso Gaetano, a volte le canzoni non serve capirle, serve ballarle. Allo stesso tempo, poi, credo che non sempre serva essere capiti proprio da tutti tutti”.

In questo senso, pensi ci sia qualche tua canzone particolarmente sottovalutata?

“Forse Principessa della Ferraglia, perché è un brano che, se capito bene, può farti immedesimare parecchio”.

Si dice spesso che l’era aurea dei cantautori (quella di De André e De Gregori) sia ormai finita e irreplicabile. È davvero così? Tu cosa vedi oggi nella nuova generazione di cantautori di cui fai parte?

“Amo molto i cantautori del passato, e mi rendo conto che hanno avuto la loro massima espressione tra gli anni 60 e gli anni 90, durante il picco dell’esposizione mediatica di alcuni campi e settori, il che ha fatto di loro delle icone (un po’ come Pelé o Maradona nel calcio). Ma siamo tutti figli dei nostri tempi, e penso che Marco Castello, Andrea Laszlo de Simone, RareÈ™ o Faccianuvola oggi non abbiano nulla di meno rispetto a loro. L’idea di scomodare i giganti del passato usandoli come termine di paragone per il presente mi sembra un’idea passata”.

La tua scrittura è piena di immagini riconducibili a momenti o oggetti specifici. Se dovessi usarne una per descrivere a chi non ti conosce chi è Primogenito, quale sarebbe?

“Un carillon rotto, che però suona ancora”.

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