OK Computer: il disco che ha previsto il futuro

da | Mag 15, 2026 | News

A quasi trent’anni dalla sua uscita, “OK Computer” continua a essere definito “il disco che aveva previsto il futuro”. La sua vera forza non sta nell’aver immaginato tecnologie futuristiche o scenari cyberpunk: il capolavoro dei Radiohead aveva intuito qualcosa di molto più profondo, ovvero il modo in cui la tecnologia avrebbe cambiato gli esseri umani.

Nel 1997 internet era ancora agli albori. I social network non esistevano, gli smartphone nemmeno. La tecnologia veniva raccontata come una porta spalancata verso il progresso: più connessioni, più velocità, più possibilità. Il futuro aveva il suono dell’ottimismo.

Poi arrivarono i Radiohead con OK Computer.

È il 21 maggio 1997, la band britannica pubblica il terzo album. Avevano già avuto il loro momento con Creep, la canzone che li aveva resi famosi e che Thom Yorke, cantante e frontman del gruppo, non sopportava più di cantare. Avrebbero potuto rilassarsi e cavalcare semplicemente l’onda del successo, ma invece decisero di fare una cosa diversa: in un mondo musicale dominato dal Britpop, tra coolness e inni generazionali, dove gli Oasis riempiono gli stadi e in radio passano i Blur, i Radiohead scelgono di pubblicare un album cupo, paranoico e profondamente inquieto, anticipando di fatto un sentimento che si sarebbe imposto sulla scena molti anni dopo.

OK Computer parla di alienazione, di tecnologia che ci sovrasta, di città che divorano le persone tra autostrade infinite e rumori industriali, di corpi che si dissolvono nelle macchine con voci distorte e personaggi svuotati dalla modernità: all’epoca sembrava fantascienza emotiva, riascoltato oggi appare semplicemente come la normalità. Roba non esattamente allegra, concordiamo tutti, ma confezionata e presentata così bene da far venire i brividi.

“OK Computer”: Ansia, alienazione, sovraccarico mentale, vite scandite dalla produttività e dalla sensazione di essere sempre connessi ma sempre più soli.

Già dai primi minuti di Airbag si percepisce una sensazione di instabilità continua, come se tutto stesse correndo troppo velocemente. Ci proietta subito in un mondo iperfunzionale ma emotivamente collassato, dove gli esseri umani si muovono come ingranaggi automatici, facendoci intuire immediatamente quanto questo album possa definirsi profetico: mentre il mondo celebrava la rivoluzione tecnologica, i Radiohead ne stavano già raccontando il costo psicologico.

Paranoid Android cambia ritmo e umore tre volte nella stessa canzone, come se non riuscisse a stare ferma. No Surprises ha una melodia da carillon e un testo che parla di voler sparire dalla propria vita evocando un contrasto disturbante e bellissimo allo stesso tempo. Karma Police invece è tecnicamente una canzone pop, ma con qualcosa sotto che non riesci bene a identificare.

E poi c’è Fitter Happier: due minuti di voce computerizzata che recita una lista di buoni propositi: “more productive, comfortable, not drinking too much”, su uno sfondo di pianoforte e rumori. Niente di diverso dal feed di Instagram di qualcuno che ha appena iniziato a fare yoga, mindfulness o cose simili e ci tiene a fartelo sapere.

L’importanza di “Exit Music (For a Film)”

C’è poi un brano che più di altri racconta il lato emotivo e cinematografico dei Radiohead di quel periodo che molto probabilmente ha fatto conoscere l’album al grande pubblico, ovvero Exit Music (For a Film).

La canzone nacque infatti per “Romeo + Juliet”, il film cult di Baz Luhrmann con Leonardo DiCaprio e Claire Danes, diventato uno dei simboli della fine degli anni ’90 per la sua estetica inquieta e romantica. Nel film non compare nella celebre scena finale, ma accompagna i titoli di coda lasciando addosso quella stessa sensazione sospesa e malinconica che attraversa tutto OK Computer. È una canzone che parla di fuga, paura e disillusione, crescendo lentamente fino a esplodere in un finale quasi apocalittico.

Anche lì, i Radiohead sembrano raccontare personaggi schiacciati da un mondo troppo grande, troppo veloce, troppo rumoroso. Una sensazione che, col tempo, sarebbe diventata sempre più universale. Ed è proprio questo è il punto: stavano descrivendo qualcosa che noi stavamo ancora per vivere. Senza sapere di farlo, o forse sì.

Nel 1997 “OK Computer” sembrava pessimista. Oggi sembra realistico.

Viviamo immersi tra notifiche, algoritmi e identità digitali. Lavoriamo dentro sistemi che chiedono disponibilità continua, prestazioni costanti e attenzione permanente. Siamo più connessi che mai e, allo stesso tempo, sempre più vulnerabili alla solitudine e all’ansia.

I Radiohead non avevano previsto gli smartphone o i social network nel dettaglio, ma avevano previsto il clima emotivo del ventunesimo secolo.

29 anni dopo

I Radiohead oggi esistono, ma in una sorta di limbo: nessuno scioglimento ufficiale, nessun nuovo disco, i membri sempre più impegnati in progetti solisti. Thom Yorke fa musica per film, Jonny Greenwood compone colonne sonore che vincono premi. La band c’è, ma non c’è, fatta eccezione per l’inaspettato tour europeo a cavallo tra il 2025 e il 2026 dopo sette anni di assenza dai palchi.

Eppure OK Computer continua a girare, ad essere scoperto e consigliato, ma soprattutto continua a comparire in cima alle classifiche dei dischi più importanti di sempre e questo non per nostalgia, ma perché funziona ancora.

E questa, probabilmente, è la risposta migliore alla domanda su cosa rende grande un disco.

Buon compleanno, OK Computer. Ventinove anni e non sentirli.

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