Il fiume Oreto è il vero protagonista dell’ultimo album di Dimartino. L’Oreto scorre per poco più di venti chilometri tra l’entroterra palermitano e il Tirreno e per secoli è stato una delle geografie più importanti della città. Oggi il suo nome è sporcato dal degrado ambientale e dagli scarichi abusivi, mentre ai progetti di recupero. Per molto tempo, però, è stato altro: una risorsa economica, un luogo vissuto, una parte riconoscibile del paesaggio di Palermo.
Il fiume nasce tra Altofonte e Monreale, attraversa la Conca d’Oro e arriva fino al mare, verso Sant’Erasmo. I geografi arabi lo descrivevano come un corso d’acqua fertile e abbondante, circondato da mulini, giardini e terreni coltivati. Anche nei secoli successivi veniva raccontato come uno dei luoghi più ricchi e suggestivi della campagna palermitana.
Nella valle dell’Oreto si estendeva il Genoardo, il grande parco reale arabo normanno che comprendeva alcune delle residenze più importanti della Palermo medievale. Il fiume viene menzionato anche nei resoconti di viaggio di Goethe.
Con l’espansione urbana del secondo dopoguerra, il rapporto tra Palermo e l’Oreto è cambiato profondamente. Il fiume è stato progressivamente nascosto, cementificato, recintato. Le sue acque sono state compromesse da scarichi fognari, abbandono e costruzioni irregolari. In molti tratti è diventato inaccessibile, quasi cancellato dall’immaginario collettivo.
Negli ultimi anni, però, attorno all’Oreto è nato un movimento di recupero che ha coinvolto cittadini, associazioni, scuole, università e istituzioni. Il FAI ha sostenuto interventi di tutela e valorizzazione, migliaia di studenti hanno partecipato negli anni a progetti educativi e culturali pensati per ricostruire un legame con il fiume. L’Oreto è tornato così a cercare di essere un simbolo di resistenza e di possibilità.
L’improbabile piena dell’Oreto
È proprio da qui che parte Antonio Di Martino nel suo nuovo disco, L’improbabile piena dell’Oreto. Il titolo è una metafora molto precisa: Dimartino ha spiegato di aver pensato all’Oreto come a qualcosa che nasce pulito, si sporca attraversando il mondo, ma continua comunque a cercare la sua strada. Una metafora che riguarda il fiume, ma anche il modo in cui gli esseri umani crescono, cambiano e si confrontano con ciò che li circonda.
Sette anni dopo “Afrodite”, Dimartino torna a pubblicare un disco completamente da solo. In mezzo ci sono stati gli anni condivisi con Colapesce, due album, il successo di “Musica leggerissima”, Sanremo, un film e tour sempre più grandi. Un percorso che avrebbe potuto spingerlo verso una formula più pop o più immediata. Invece Dimartino ha scelto una strada diversa.
L’improbabile piena dell’Oreto è un disco costruito per sottrazione. Non ci sono featuring, non ci sono singoli pensati per inseguire le classifiche, non c’è la ricerca dell’impatto immediato. Le canzoni scorrono una dentro l’altra, unite da passaggi strumentali che trasformano il disco in un racconto continuo. La base è quasi sempre acustica, con chitarra, pianoforte, archi e interventi elettronici usati con misura.
L’acqua è il filo che tiene insieme tutto
In alcuni brani diventa memoria, in altri paura, perdita, desiderio di resistenza. In Agua, ¿dónde vas?, Dimartino mette in musica una poesia di Federico García Lorca, uno degli autori che ha più influenzato la sua scrittura. Conrad richiama invece Joseph Conrad e il suo Cuore di Tenebra, con il fiume che diventa un viaggio dentro il tempo, la memoria e le origini. L’oro del fiume ha un titolo che si spiega da solo: se un corso d’acqua possiede di per sé la capacità di rasserenare e rinfrancare le anime, acquista un valore diverso quando ci fa trovare una pepita d’oro. Ecco, questo è esattamente l’effetto di questo brano.
Quello che colpisce di più, ascoltando il disco, è il suo rifiuto dell’urgenza contemporanea. Dimartino sembra rivendicare una lentezza quasi politica, l’idea che una canzone possa ancora prendersi il tempo di respirare, di fermarsi, di lasciare spazio al silenzio. Ci sono finali che si allungano, pause che non cercano di essere riempite, arrangiamenti che scelgono di non sovraccaricare nulla.
Anche il tour seguirà la stessa idea. Pochi elementi, spazi raccolti, chitarra acustica e voce. L’improbabile piena dell’Oreto sembra il tentativo di riappropriarsi del proprio tempo, della propria scrittura e del proprio luogo.










