FRESH TALENT: FRANCAMENTE

da | Apr 21, 2026 | FRESH TALENT

Con 'Bitte Leben', Francamente invita a sporcarsi con la vita, rimanendo fedeli a se stessi

Bitte Leben è il nuovo album di Francamente, cantautrice torinese trapiantata a Berlino. Pubblicato il 17 aprile, questo progetto è un invito a non lasciarsi scivolare la vita addosso ma prenderla a morsi così com’è, con le sue difficoltà, tra cambiamenti e occasioni. Tutto scorre ed evolve: è fondamentale, però, vivere e non limitarsi semplicemente ad esistere.

Sono undici le tracce totali, comprensive di intro e outro, a cui Francamente ha dato vita, per l’appunto, assieme al suo produttore Goedi, alias di Diego Montinaro. Il disco è stato anticipato da alcuni brani, quali Telephone Tango, Zagara, Sirene sulla luna e La casa dei miei nonni, singoli estremamente diversi ma caratterizzati da una profondità emotiva importante.

Abbiamo avuto la grande opportunità di approfondire questo disco direttamente con Francamente, nel suo mondo colmo di melodie anni ’80 e atmosfere oniriche. Questo è tutto ciò che ci ha raccontato.

L’intervista a Francamente

Il titolo del tuo nuovo album è Bitte Leben che significa ‘Per favore, vivi‘. Questo nome suona quasi come una preghiera, un’esortazione sincera: com’è nata? A chi è rivolta? Più a te stessa, a qualcuno in particolare o a chiunque ti ascolti?

“È un’esortazione rivolta a chiunque e da chiunque è arrivata, nel senso che è arrivata proprio dalle storie, dalle biografie di persone che ho incontrato in questi anni. Mi sono resa conto che, molto spesso, gli ostacoli che caratterizzano la vita hanno fornito a queste persone delle chiavi per interpretarla e per affrontarla meglio. Questi eventi hanno fatto scoprire loro cosa significhi resilienza. Il titolo arriva da una scritta che si trova su un palazzo situato lungo il vecchio confine tra Berlino est e Berlino ovest: sul muro è scritto Bitte Lebn, per favore, vivi! L’imperativo non mi piaceva troppo, quindi ho deciso di utilizzare il relativo sostantivo che vuol dire vita, vivere. Mi piaceva che fosse più facile da pronunciare e che avesse questo significato molteplice, così come sono molteplici e sacrosanti i modi di vivere la vita per ciascuno di noi.”

Nei brani del disco è ricorrente il concetto di panismo: emerge spesso un legame fortissimo con la natura e il corpo. Penso ad immagini come i piedi scalzi nei campi (Sirene sulla luna), donne come tuoni, cosce come fiori, mani di sale (Zagara), la sera la notte, gli odori (Nuda di bossa): come mai? E’ un tuo modo di umanizzare le emozioni?

“Questo accostamento per me è un modo per esprimere le emozioni che spesso sfuggono al linguaggio. Il linguaggio, alla fine, è un qualcosa finito per quanto si possano imparare nuovi vocaboli, mentre un’immagine restituisce esattamente quell’emozione lì, o almeno questo è il mio modo di raccontare ciò che sento: dipingere con le parole. Se ci riesco, ne sono sempre felice.”

Parliamo di luoghi: tu sei di Torino, ma hai vissuto prima a Berlino poi a Milano; nella tua musica è ricorrente il rapporto con le città: Telephone Tango, per esempio, è un viaggio caotico a Berlino: quanto le città influenzano la tua scrittura?

“Lo influenzano tantissimo perché influenzano la mia identità: tutti noi, ogni volta che cambiamo luogo, ci sentiamo inevitabilmente diversi. Voglio indagare sempre l’effetto che le città hanno sulla mia identità: in che modo la spostano, la modificano, la ampliano e la riducono. Berlino per me è stato un laboratorio a cielo aperto: improvvisamente la densità della vita è aumentata a dismisura e la quantità di storie a cui avevo accesso è cresciuta e questo è stato un dono per me grandissimo. Berlino, inoltre, raccoglie tanta umanità e lì hai più probabilità di incontrare persone che provengono da contesti diversi dal tuo.”

Quanto contano, invece, i tuoi luoghi più intimi e fisici? La casa dei miei nonni, per esempio, è un brano che descrive perfettamente odori, sensazioni, oggetti e dettagli e la magia di quell’atmosfera: ti va di raccontarlo?

“Questa canzone è nata in studio. Ascoltando un giro di chitarra a ripetizione, mi è venuta in mente questa immagine dei miei nonni che mi portavano al mare sulla riviera ligure. La casa che avevano lì mi sembrava enorme e oggi è talmente piccola che sembro non starci dentro. La canzone nasce dal sapore dolce-amaro che si ha sempre nei confronti della famiglia che non ci scegliamo, di cui ereditiamo però i tratti, i modi ma di cui spesso patiamo le aspettative; si tratta di un brano che vuole essere anche liberatorio, ci si può voler bene anche se ci si somiglia ma si hanno modalità di vita, sogni e aspettative diverse. È stato un modo per fare pace e accettarsi, senza sentirsi troppo giudicati o giudicanti, mettendo una distanza curativa: è una rinuncia delle aspettative che abbiamo nei confronti delle altre persone.”

Nei tuoi brani c’è spesso una forte tensione tra pericolo e protezione. In Cattedrale, per esempio, costruisci un posto sicuro e sacro: è un rifugio reale o esiste solo mentre lo canti? Da dove nasce questa fragilità?

“È sia un luogo affettivo, perché desideriamo sempre proteggere chi amiamo, ma anche luogo materiale, quasi sacro, perché mi ha permesso di vivere liberamente. Questo desiderio di ‘essere cattedrale’ è liberatorio, ho provato a ‘storpiare’ il linguaggio al fine di esprimere qualcosa che va al di là delle parole. E’ un pezzo fresco, quasi ironico che però nasconde questa idea di un posto che non frequenti sempre ma che quando lo fai ti fa stare bene, al sicuro e in comunione spirituale con te stesso perché non devi nascondere né fingere. C’è una sacralità nell’essere se stessi.”

In Se potessi c’è una frase che colpisce molto: “Da come colori e disegni quei fiori mi sembri già grande”. Dentro questa canzone sembra esserci il tempo che scappa, qualcuno che cresce, e tu che devi andare via: che rapporto hai con il lasciare andare?

“Io credo sia una delle cose più difficili da fare, perché spesso noi esseri umani siamo orgogliosi. Queste cose si incollano alla dignità e torniamo a pensare troppo. In questo, però, ci può venire molto aiuto il concetto di cambiamento, di movimento che prova a guidare l’album. Oggi prenderemmo delle scelte diverse anche rispetto a ieri, proprio perché anche in 24 ore possiamo collezionare esperienze che ci hanno cambiati. Questo brano è un po’ il lento dell’album, è un brano che ho scritto per mio nipote e ci tengo molto. Ho immaginato questo dialogo con lui perché mi sembra incredibile che lui si debba già affacciare in questo posto chiamato mondo, estremamente complesso. E’ difficile accettare di vedere crescere qualcuno in questo mondo perché fa paura e ti fa chiedere continuamente: ‘Che tipo di responsabilità ho?’.”

Facendo un passo indietro, la tua partecipazione a X Factor del 2024 ha avuto una grande risonanza: cosa ti ha lasciato davvero, artisticamente e umanamente? E quanto della te di allora ritrovi, o al contrario hai lasciato andare, in questo disco?

“Per me X Factor è stata una scuola. Ho imparato tantissimo e per la prima volta per un mese e mezzo mi sono dedicata solo ed esclusivamente alla musica (ho sempre fatto altri lavori). Mi ha colmato di gratitudine e mi ha fatto percepire questa esperienza come un vero e proprio privilegio. Io ne ho un ricordo molto sereno e la parte più bella sono stati i miei compagni di avventura: eravamo 32 nel loft e non sentivamo per niente la competizione. Mi sento cresciuta perché devi confrontarti con generi diversi, ogni settimana devi studiare e devi pensare a 460 gradi al programma: non c’è solo musica ma anche fotografia, video e conciliare tutto insieme è stato anche difficile. Quella esperienza ha arricchito la cassetta degli attrezzi che ho utilizzato per forgiare questo album.”

Se dovessi riassumere Bitte Leben in un’immagine sola, quale sarebbe e perché?

“Sarebbe una bicicletta in movimento. È dinamica, ma ci sono anche le ruote che sono cerchi. Io adoro i cerchi perché adoro il concerto di ‘tornare su se stessi’: noi cambiamo, cresciamo ma rimaniamo sempre noi. Non cambio nome: rimango sempre Franca ma è chiaro che tra la Franca di ieri e la Franca di oggi c’è un abisso. Sono sempre quel cerchio ma si vede che ci sono stati dei movimenti diversi lungo il perimetro. Questa bici in movimento con un po’ di musica elettronica e anni ‘80, (come i suoni di questo album) è l’immagine migliore.”

La Playlist di Cromosomi