Rancore non è mai stato così variopinto: è fuori “Tarek da Colorare”

da | Apr 8, 2026 | Recensioni album

Lo scorso 3 aprile è uscito "Tarek Da Colorare", quarto album di Rancore. Dopo gli exploit con dj Mike, torna a quattro anni dall'ultimo lavoro, "Xenoverso", dimostrando che - è davvero il caso di dirlo- ha ancora molto, ma molto da dire.

Tarek Da Colorare è il quarto album in studio di Tarek Iurcich, a noi tutti noto come Rancore, e dall’incredibile energia delle sue parole sembra serbare ancora tanti sentimenti per tutti. Divertente e coerente la scelta della copertina, dove appare un Tarek stilizzato in bianco e nero, sotto una scritta che recita “Tarek da colorare”, appunto. In perfetto stile da copertina di album di disegno, rievocando un’attenzione alla pedadogia infantile (già emersa con “Musica per bambini”, 2018).

Uscito per Universal Music Italia, racchiude 13 tracce tra i tre e i quattro minuti e dieci, nell’epoca dell’algoritmo, della viralità e delle tracce di due minuti e quindici secondi. Testi come sempre densissimi, riflessioni urgenti e necessarie, angoscia sublimata in rap, ansia liberata in musica. Questo è ancora una volta Rancore, che spazia tra temi e luoghi diversi, carichi di sarcasmo amaro. A detta di molti amanti del genere, uno dei pochi a reggere il confronto per prolificità e densità concettuale con Caparezza, vero goat italiano del rap di un certo tipo.

Un Rap in cui non si parla solo di inseguire il successo, di relazioni e d’amore più o meno doloroso: si parla di psiche umana e collettivizza le cause delle nostre paturnie. In un’epoca di atomizzazione e dominio dell’individualità, Rancore con una naturalezza disarmante va in contrasto con l’andamento generale e riporta al centro della scena il grande assente dei nostri tempi: la società. La società intesa come paesaggio delle nostre sofferenze. Luogo fisico ed ancora quando scendiamo negli abissi dei nostri inconsci e sentiamo le paranoie e le ansie dominarci. La società anche come un luogo fisico e simbolico di cui si avverte la necessità per maturare un senso di identità. Società come intersezione delle nostre anime, delle nostre paure e sensibilità.

Tarek e La Roma del Melting Pot

Lui che ha un padre croato e una madre egiziana, osserva la società attraverso i social, i videoclip e le playlist (a cui Tarek dice “Basta!” ) e attraverso una Roma maledetta, accogliente quanto abbandonata, fertile quanto inaridita dall’indifferenza, rassegnata al dolore e al disagio che fa capolino ovunque, spostandosi sui mezzi pubblici. Ma riempie lo scenario parlando di Meloni, Bildeberg, Stefano Cucchi, genocidi, gli etruschi, il parlamento, Dio e sessualità, persino con un piccolo omaggio ai Tool.

Lo scenario in cui muove Tarek è sempre stato enorme, fatto di domande più grandi di sé e dei suoi dischi pur pregni di senso. Parla della Roma degli dei, dei ferri arrugginiti, dei cantieri abbandonati, dei muri scalcinati, della corruzione, di rovine romane e rovine contemporanee. Emerge una sacrosanta preoccupazione per la direzione che complessivamente sembriamo aver imboccato. Ma è in quella mescolanza, in quelle contraddizioni, fatte da tante prospettive, che Rancore costruisce la prospettiva della società di cui è persuaso avremmo bisogno. Un elogio dell’eterogeneità, cantata in particolare in “Roma non Può” e “Scale Mobili”, in cui trova il tempo di dedicare una riflessione ai manutentori dei non-luoghi che viviamo ogni giorno, sempre di fretta, e che potrebbero celare segreti di cui non sappiamo nulla.

Tarek da Colorare, conferma e metamorfosi

Sebbene lo stile riflessivo e politicamente impegnato, a suo modo, sia sempre stato un tratto caratterizzante l’arte di Rancore, innegabilmente l’evoluzione dell’artista si misura nei testi. Non tanto nella ferocia, nel ritmo forsennato delle sue rime – che restano il cavallo di battaglia- ma precisamente nella scelta delle parole, che denotano tutta la sua immutabile sensibilità. Con in più un’accresciuta consapevolezza e un mare di letture che lo hanno certamente arricchito. Il talento di chi, attraverso lo spirito critico, è avvezzo all’osservazione del paradosso, a porre l’enfasi sulla contraddizione. Sull’ostacolo e sull’inesorabile fragilità di ognuno di noi.

Emerge un Tarek sempre pieno di energia, ma quasi più incline a perdonare – ma non per questo a smettere di combattere – tutti gli sbagli del nostro tempo. Forse anche per questo, in qualche passaggio d’intervista concomitante a questa uscita, ha anche detto che aveva pensato di cambiare nome. Salvo poi tornare sui suoi passi rendendosi conto che: “nulla come il rancore racconta bene questa fase”, in cui viviamo sempre più soli, chiusi e incapaci di liberarci dei nostri risentimenti.

Distrarsi dalla distrazione: questo è Rancore in Tarek Da Colorare

È quasi un peccato arrivare alla fine di un articolo che recensisce un album del genere e aver parlato solo dei testi e del rapper, perché la “base” è strepitosa. La “strumentale”, la componente musicale, le batterie e la produzione sono certamente di altissimo livello, in linea con i suoi ultimi lavori. Ma per il carisma di Tarek, “Da colorare” ma sempre più colorato, è nella fisiologia delle cose che resti un po’ più sullo sfondo. data la densità dei concetti e delle parole in quest’album, come nei precedenti.

D’altronde, come lui stesso racconta nel disco: “è tutto talmente veloce che non puoi capire le cose “. O ancora: “le canzoni alla fine sono radiofoniche solo se non ti distraggono quando ci parli sopra”. Eccolo qui, tutto il nostro Tarek: vuole dare uno schiaffo, svegliare dal torpore, distogliendoci dalla nostra distrazione permanente. Vuole invitandoci a uscire dall’indifferenza e dalle scrollate di spalle dietro cui ci trinceriamo quando le cose non vanno. Vuole indurci infine ad abbracciare la complessità: proprio quella complessità di cui Rancore si fa portatore da sempre, come racconta la sua stessa biografia.

Rancore ci ha lasciato un disco ricco, intelligente e pieno di coraggio, per un artista che non è da meno.

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