Con il nuovo album House of Protopapa, il “Disco Daddy” della club culture milanese si riprende il centro della scena, trasformando l’Italo-disco in uno spazio di resistenza e celebrazione queer. Si tratta di un atto carnale che usa il grottesco per smontare le ipocrisie del settore. Tra riferimenti a Pino D’Angiò e visioni alla John Waters, PROTOPAPA ci spiega perché la pista da ballo resta l’ultimo avamposto di verità in un mondo ossessionato dai selfie.
L’intervista
Dopo oltre quindici anni passati da consulente artistico a disegnare l’immaginario sonoro per i giganti della moda, da Armani a Dior, e a tracciare la rotta per altri artisti con FLUIDOSTUDIO, cos’è che ti ha fatto dire: «Ok, adesso sposto tutti e ci metto la mia faccia»?
«Più che “spostare tutti”, ho sentito l’esigenza di reclamare uno spazio che era rimasto in penombra per troppo tempo. Il percorso è stato organico: tutto è iniziato dall’incontro con Pierpaolo Moschino (ilromantico), con cui ho prodotto la mia primissima traccia, Nina. È stato quel primo passo a rompere il ghiaccio. Poi è arrivato Hey Cabrera!, che con la sua domanda — “ma tu, hai mai scritto dei testi?” — ha scoperchiato un archivio di parole che accumulavo da una vita. Soprattutto, lui ha avuto il merito di farmi (r)innamorare perdutamente della Disco. A quel punto ho capito che non potevo più stare solo dietro le quinte: quel racconto era mio e dovevo metterci la faccia.»
M¥SS KETA ti ha praticamente battezzato in un pezzo di quattro anni fa. Questo disco è un modo per ringraziarla o per chiarire che in quella “House” il padrone di casa sei sempre stato tu?
«Nessuna sfida al trono, è un atto di puro amore. La M¥SS è una sorella, una madre e, come sappiamo, una gran Contessa: per me è la colonna portante dell’underground queer italiano. Quel riconoscimento in House of Keta, un brano prodotto dal mio migliore amico Populous, è stato la chiusura di un cerchio perfetto. Non è stato solo un omaggio, ma il carburante che mi serviva per iniziare questo nuovo percorso. Quella “House” è un luogo dove ci riconosciamo tutti, e questo disco è il mio modo di continuare a costruirci dentro.»
Ti sei dato il titolo di Disco Daddy. Qual è la prima regola che insegni a chi entra nel tuo mondo e qual è, invece, l’errore che non perdoni a nessuno in pista?
«Essere un Disco Daddy comporta delle responsabilità, e il mio decalogo è molto chiaro. La prima regola? Il Daddy ha sempre ragione. La seconda è un dogma: c’è chi ama la disco, e chi mente. La terza, la più sacra, è ballare. In pista non c’è spazio per le distrazioni: bisogna comunicare con il corpo e con lo sguardo. L’errore che non perdono? Chi trasforma il dancefloor in un salotto o in un set fotografico. No telefoni, no chiacchiere, no menate. Se sei lì, devi esserci con tutto te stesso, altrimenti sei nel posto sbagliato.»
L’Italo-disco per molti è solo un ricordo kitsch delle estati anni ’80. Perché hai deciso di usarlo come base per parlare di cose decisamente più attuali e serie?
«Ho sempre affrontato la vita cercando di non appesantire gli altri, preferendo la via dell’ironia e dell’intrattenimento. Ho iniziato a mettere i dischi proprio per questo: per far divertire. Credo fermamente che quando carichi un messaggio di troppa gravità, rischi di erigere un muro tra te e chi ascolta. È molto più efficace dire una verità scomoda o un concetto “alto” usando un tono assurdo, quasi scherzoso, tra il serio e il faceto. E poi, l’Italo-disco è storicamente un genere bistrattato, spesso snobbato dalla critica “seria”. Io sono da sempre un fan di chi rimane nell’ombra, di chi non arriva primo. C’è una dignità incredibile nel kitsch e in ciò che viene considerato minore: è un mondo che mi appartiene e che trovo perfetto per raccontare il presente.»
Sgocciola ha un’estetica quasi carnale, molto fisica. Ti diverte l’idea che qualcuno possa trovarla disturbante invece che sensuale?
«Tutto il disco gioca con parole e immagini che orbitano attorno al sesso, alle perversioni e a quei kink che spesso non abbiamo il coraggio di confessare nemmeno a noi stessi. Con Sgocciola, volevo che l’ascoltatore potesse quasi toccare con mano il testo: è una traccia che trovo esageratamente sexy, ed è giusto che sia così. La musica, come il sesso e la provocazione, deve lasciare un segno, un’emozione che scuota chi ascolta. Se qualcuno la trova disturbante, significa che ha toccato un nervo scoperto, e questo mi diverte molto. Di tutto l’album, questa è l’unica traccia scritta interamente da SDREUSS apposta per me: un onore immenso che ha permesso di tradurre perfettamente in musica questa estetica così fisica e cruda.»

Hai lavorato con nomi giganti della moda: quanto di quel mondo così patinato hai voluto distruggere nei video grotteschi di questo album?
«La moda è un gioco bellissimo che, purtroppo, finisce troppo spesso per prendersi sul serio, dimenticandosi di giocare. Per me, invece, il gioco è l’essenza di tutto. Insieme al mio stylist Leonardo Persico (Archivio La Couture), abbiamo voluto destrutturare proprio quell’eccesso di autoreferenzialità dei brand, portando avanti una provocazione che mi diverte molto. Abbiamo costruito l’identità di questo “Italian Disco Daddy”: un uomo che sembra il proprietario di un club chiuso da vent’anni, ma che si ostina a credere di essere ancora il re della pista. In questo immaginario abbiamo mescolato l’Italo-disco con riferimenti altissimi che da sempre nutrono la mia estetica: la visione di Cinzia Ruggeri, il rigore della Bauhaus, l’eccesso di Leigh Bowery, fino al grottesco di John Waters e Divine. È il mio modo di onorare queste leggende, distruggendo la patina per ritrovare l’anima.»
Oggi l’inclusività è diventata un trend che fa vendere biglietti. Come fai a distinguere chi ci crede davvero da chi ha solo comprato il pacchetto “attivismo” per stare in classifica?
«Le riconosco da lontano, ma ormai fanno parte del gioco. Chi fa rainbow washing sente il bisogno di inserire lo “slot inclusivo” nel proprio festival o club per darsi una ripulita all’immagine, ed è un approccio che trovo spesso ipocrita. Tuttavia, guardo la medaglia dall’altro lato: gli artisti che appartengono a minoranze o alla comunità LGBTQ+ hanno storicamente meno spazio e meno opportunità. Per questo credo che, nonostante l’intento dell’organizzatore sia discutibile, quegli spazi vadano occupati comunque. È una posizione controversa, lo so, ma l’unica soluzione per chi ha poca voce è prendersi ogni centimetro di palco disponibile. Far notare a chi ci invita che sta facendo rainbow washing non è un male, anzi: è il primo passo per trasformare un trend passeggero in un cambiamento reale.»
Nel disco ci sono ombre giganti come quelle di Pino D’Angiò e Califano. Cosa ruberesti alla loro capacità di mangiarsi il palco con un solo sguardo? «A loro, e aggiungerei senz’altro anche il genio di Enzo Carella, ruberei la sublime capacità di non prendersi mai troppo sul serio. Ho sempre amato il modo in cui giocavano con la propria immagine, quel bilanciarsi tra il finto playboy e il finto maschio dominante, sempre con un’ironia tagliente sottotraccia. Ammiro profondamente la loro economia del gesto: la capacità di controllare un intero palco con un solo sguardo, una parola o, ancora più difficile, con il silenzio. Riuscivano a comunicare tutto senza sforzo. Io, per ora, quella connessione la cerco e la costruisco attraverso i miei DJ set, ma sto già lavorando a una dimensione live molto speciale per portare quel tipo di magnetismo anche fuori dalla console.»
Se questo album fosse una stanza di un club alle cinque del mattino, chi ci troveremmo dentro e, soprattutto, cosa starebbe succedendo? «Ci troveresti chi ha più FOMO che paura dell’alba. Sarebbe un concentrato di umanità purissima e disperata: creature incredibili con storie leggendarie, rumore di bicchieri rotti, gente che piange, chi ride, chi limona, chi ha perso gli amici e chi, invece, ha appena trovato l’amore della vita. Troveresti chi non ricorda nemmeno il proprio nome, ma si ostina a ballare fino all’ultima nota dell’ultimo pezzo. Per anni io sono stato quello lì: quello che doveva chiudere ogni locale, che non voleva perdersi nemmeno un secondo di quella magia. Credo che vivere la notte così, abitandola fino in fondo insieme a tutte le sue creature, mi abbia formato per la vita. Questo disco è la colonna sonora di quel momento sospeso, dove tutto è possibile e niente è ancora finito.»
Cosa succede alla tua musica quando passa dalle cuffie di chi la ascolta a casa al caos di un dancefloor internazionale?
«È una sensazione strana, un dialogo che sto ancora imparando a gestire. Vedere la propria visione e la propria voce passare da una dimensione intima a qualcosa di universale è potente. Il momento della consapevolezza è arrivato con Ça va? je t’aime!: vedere la gente che a fine set non se ne andava finché non la suonavo, e poi sentirla cantare insieme a me, mi ha fatto capire che quello che facevo non era solo un divertimento personale, ma arrivava a un pubblico vero. Mi incuriosisce molto, poi, il rapporto con gli ascoltatori stranieri: sapere che ci sono persone che non masticano l’italiano ma ballano i miei pezzi mi affascina. Mi chiedo cosa percepiscano, quale parte del messaggio arrivi attraverso il ritmo e l’intenzione, oltre le parole. È il mistero del dancefloor: abbatte le barriere linguistiche e trasforma l’intimo in collettivo.»
Qual è il pezzo del disco che ti mette più a disagio cantare o suonare dal vivo, se ce n’è uno?
«Senza dubbio Sgocciola. È un brano lento, carico di un pathos che va interpretato con estrema precisione, a differenza degli altri pezzi più vicini alla dimensione del DJ set. L’idea che le persone si fermino a guardarmi mentre lo eseguo, invece di ballare e basta, è quasi terrificante per me che sono abituato a proteggermi dietro una console. C’è una vulnerabilità nuova in quel momento. Però, se chiudo gli occhi, riesco a immaginare cosa succede mentre la canto: vorrei che il pubblico iniziasse piano piano a sfiorarsi, a toccarsi, a baciarsi. Mi mette a disagio, sì, ma è quel tipo di disagio fecondo che trasforma una performance in un atto carnale.»
Il tour mondiale 2026
Il viaggio di House of Protopapa non si ferma allo streaming. Il tour mondiale 2026 è già realtà: dopo un riscaldamento più che muscolare con le tappe italiane di “Hachiko Rave” prodotte da Palace Agenzia, il format toccherà i club più iconici di Parigi, Londra, Amsterdam, Barcellona, Lisbona, Atene e Berlino, per poi volare oltreoceano tra Canada, Messico e Australia.










