I BRIT Awards 2026 in 10 punti

da | Mar 14, 2026 | News

Cosa succedeva a Manchester mentre noi aspettavamo le 2 di notte per celebrare Sal Da Vinci?

Per la prima volta in 46 anni i BRIT Awards hanno lasciato Londra e si sono trasferiti a Manchester, alla Co-op Live Arena. Più che un dettaglio logistico è sembrato un gesto simbolico. Riportare la più grande serata del pop britannico nella città degli Oasis, degli Smiths e di una certa idea di working class music, nell’anno della reunion più chiacchierata del paese, ha dato alla cerimonia un tono diverso. Più rock, più identitario, ma anche più contraddittorio.

Dentro questa cornice si è mossa un’edizione piena di segnali interessanti. E non solo per chi ha vinto.

1) Olivia Dean ha messo tutti d’accordo

La protagonista assoluta è stata Olivia Dean, che ha vinto quattro premi chiave: Artist of the Year, Album of the Year per The Art Of Loving, Best Pop Act e Song of the Year per Rein Me In, insieme a Sam Fender.

Ma il punto non è solo il numero di statuette. È il contesto in cui sono arrivate.

Nella categoria British Artist of the Year Dean si è trovata accanto a un panorama molto diverso da lei: Dave e Little Simz a rappresentare l’hip hop più ambizioso, Fred Again.. come simbolo della nuova elettronica emotiva, JADE e PinkPantheress per il pop post-internet, Lily Allen come ritorno di una generazione precedente, Lola Young e Self Esteem per una scrittura più ruvida e personale. Vincere in mezzo a questa varietà significa essere percepita come il punto d’incontro tra mondi diversi.

Ancora più significativa la vittoria per Album of the Year. The Art Of Loving ha superato:

  • Dave con The Boy Who Played The Harp, disco intimo e politico;
  • Lily Allen con West End Girl, ritorno ironico e urbano;
  • Sam Fender con People Watching, rock sociale di grande respiro;
  • Wolf Alice con The Clearing, alt-rock ambizioso e stratificato.

È come se l’industria avesse scelto un pop sofisticato ma accessibile, emotivo ma non eccessivo, come colonna sonora ufficiale dell’anno.

2) “Rein Me In” e la categoria più affollata della serata

La vittoria di Rein Me In come Song of the Year è arrivata in una categoria che raccontava benissimo il caos contemporaneo del pop.

Tra i candidati c’erano:

  • Ed Sheeran con Azizam, global pop levigato;
  • Lewis Capaldi con Survive, ballata classica da classifica;
  • Lola Young con Messy, confessionale e abrasiva;
  • RAYE con Where Is My Husband, teatralità soul;
  • Calvin Harris & Clementine Douglas con Blessings, dance radiofonica;
  • Fred Again.., Skepta & PlaqueBoyMax con Victory Lap, ibrido tra club e grime.

In mezzo a tutto questo, Rein Me In ha vinto senza essere la più rumorosa o la più virale. È un brano che vive di dinamiche, di tensione emotiva, di dialogo tra due voci. Anche qui: una scelta meno spettacolare, più sostanziale.

3) Rosalía e l’idea di pop come evento culturale

Rosalía ha vinto International Artist of the Year, battendo una rosa impressionante: Bad Bunny, Lady Gaga, Taylor Swift, Tyler, The Creator, Chappell Roan, Doechii, Sabrina Carpenter, CMAT e Sombr.

La sua vittoria segna un passaggio storico: è la prima artista di lingua spagnola a conquistare quel premio.

Ma il momento che resterà è la performance di Berghain. Un’apertura quasi operistica, orchestra schierata, coro in semicerchio, e poi l’ingresso a sorpresa di Björk, alla loro prima esibizione live insieme. La seconda metà del brano ha trasformato l’arena in un club immaginario, con synth pesanti e coreografie serrate.

In una serata molto “british”, Rosalía ha ricordato che il centro del pop è ormai mobile e globale.

4) Le band esistono ancora (e contano)

I Wolf Alice hanno vinto British Group, superando The Last Dinner Party, Pulp, Sleep Token e Wet Leg. Non era una categoria scontata: c’erano band di culto, band emergenti amatissime e ritorni storici.

La loro vittoria ha premiato una carriera coerente e un disco – The Clearing – che prova a tenere insieme ambizione artistica e accessibilità. Nel discorso, Ellie Rowsell ha ringraziato pub e piccoli club, ricordando che senza quell’infrastruttura molte carriere non inizierebbero mai. In un momento in cui tanti locali chiudono, è stato un intervento più politico di quanto sembri. Durante l’anno passato ci eravamo già accorti dell’enorme valore di questo album e della fase stratosferica che stanno attraversando i Wolf Alice. Questo riconoscimento non fa che ingrandire il loro nome nella hall of fame del rock britannico, peraltro fra altre band nel bel mezzo della loro golden age, come Last Dinner Party e Wet Leg.

5) Sam Fender, Dave e la solidità del “mainstream alternativo”

Oltre al premio condiviso con Dean, Sam Fender ha vinto come Alternative/Rock Act, contro Blood Orange, Lola Young, Wet Leg e Wolf Alice. È la conferma che il suo rock sociale, diretto ma ambizioso, è ormai centrale.

Dave ha trionfato nella categoria Hip-Hop/Grime/Rap Act, davanti a Central Cee, Little Simz, Loyle Carner e Jim Legxacy. Non una vittoria simbolica, ma la consacrazione di un autore che da anni tiene insieme successo commerciale e peso culturale.

6) Noel Gallagher e il paradosso della nostalgia

Il premio Songwriter of the Year è andato a Noel Gallagher, introdotto da Jack Whitehall con battute sulla reunion degli Oasis e sull’“annata d’oro” per Manchester.

Il premio non prevedeva nomination e non era legato a nuove composizioni. È stato un riconoscimento alla carriera, mascherato da premio annuale. Gallagher ha ringraziato tutti gli ex membri degli Oasis, fratello compreso, ricordando che senza di loro quelle canzoni non sarebbero diventate ciò che sono.

È stato un momento affettuoso e ironico. Ma anche il segno di una tensione: quanto spazio dare al passato in una serata che dovrebbe celebrare l’anno appena trascorso?

7) Il tributo a Ozzy Osbourne e il problema della rappresentanza

Il Lifetime Achievement Award è stato assegnato alla memoria di Ozzy Osbourne. A esibirsi in No More Tears è stato Robbie Williams, affiancato da musicisti storici legati a Ozzy.

La performance è stata rispettosa, potente il giusto. Ma ha riaperto una domanda: perché, quando si tratta di metal, il tributo viene spesso affidato a una popstar più “trasversale”? È una scelta di audience, di ascolti televisivi, di equilibrio? O è il segno che certi generi restano periferici nel racconto mainstream?

8) PinkPantheress e la nuova autorità dietro le quinte

PinkPantheress ha vinto Producer of the Year, diventando la più giovane e la prima donna a ricevere il premio. In una categoria storicamente dominata da uomini e figure dietro le quinte, la sua vittoria racconta un cambiamento reale: l’artista-producer come figura centrale, non accessoria.

9) Una serata meno compatta, ma più onesta

L’apertura di Harry Styles con Aperture è stata imponente e divisiva: grande produzione, citazioni club, coreografie. Alcuni l’hanno trovata ambiziosa, altri eccessiva.

Ed è forse questa la cifra dei BRIT 2026: una serata meno lineare, meno “trionfale” di altre edizioni, ma più rivelatrice. Ha mostrato le contraddizioni del pop britannico: nostalgia e innovazione, club culture e orchestra sinfonica, metal e pop radiofonico, identità locale e mercato globale.

Olivia Dean ne è uscita come volto dell’anno. Ma, nel bene e nel male, i BRIT 2026 hanno raccontato qualcosa di più ampio: un’industria che non ha ancora deciso se vuole guardare avanti o celebrare ciò che è già stato. E forse, per ora, prova a fare entrambe le cose.

10) Non ha senso paragonare i BRIT Awards con Sanremo, però che c***o

Il terreno di confronto tra i BRIT Awards e Sanremo non può esistere; da una parte c’è una celebrazione dell’anno musicale passato, dall’altro una competizione tra inediti: metterli uno di fronte all’altro non sarebbe niente di più di una sterile polemica.

Diventa però un po’ frustrante, dopo una settimana di serate estenuanti, veder trionfare una sorta di inno di Comunione e Liberazione, mentre in poco più di 2 ore succedevano sul palco di Manchester TUTTE queste cose qui:

Se non altro, una pessima coincidenza.

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