Sanremo è sempre stato spettacolo, certo. Ma negli ultimi anni la dimensione teatrale delle esibizioni sembra aver acquisito un ruolo nuovo, quasi strutturale. Luci studiate come elementi narrativi, i movimenti scenici calibrati, le scenografie elaborate: ogni dettaglio contribuisce a costruire un immaginario che accompagna la canzone. Non si tratta più soltanto di cantare davanti a milioni di spettatori, ma di abitare il palco, di trasformarlo in uno spazio performativo in cui musica e immagine si intrecciano.
Sanremo 2026: tra minismalismo ed eccessi
L’edizione più recente lo ha dimostrato in modo evidente, soprattutto se si osservano le scelte molto diverse fatte dagli artisti. Da una parte ci sono esibizioni che puntano tutto sulla sottrazione. Un esempio emblematico è quello di Nayt, che ha portato sul palco un’esibizione quasi scarna: pochi elementi scenici, movimento ridotto al minimo, un’attenzione totale rivolta alla parola e all’interpretazione. In un contesto sempre più visivo, questa scelta produce un effetto spiazzante. L’assenza di costruzione spettacolare diventa essa stessa una forma di linguaggio, una dichiarazione estetica che rimette al centro il brano.
All’estremo opposto si collocano invece performance che fanno della teatralità il proprio punto di forza. Artisti come Elettra Lamborghini incarnano una dimensione più esplicitamente spettacolare del festival, dove costumi, movimenti e coreografie partecipano alla costruzione della performance tanto quanto la musica. In questi casi il brano si inserisce in una cornice visiva precisa, diventando parte di uno spettacolo più ampio pensato per funzionare non solo all’ascolto, ma anche nello sguardo.
Arte o intrattenimento?
Questa tensione tra essenzialità e spettacolo racconta molto bene la trasformazione del festival negli ultimi anni. Il palco dell’Ariston è ormai uno spazio televisivo complesso, pensato per un pubblico che non si limita più a ascoltare, ma osserva, commenta, condivide. La performance deve funzionare anche attraverso l’immagine, attraverso frammenti che circolano sui social, attraverso momenti capaci di diventare immediatamente riconoscibili.
Eppure questa crescente teatralità porta con sé anche un’ambiguità. Quando la costruzione scenica prende il sopravvento, il rischio è che la canzone finisca per diventare un pretesto, quasi un supporto sonoro per qualcosa che in realtà cerca altrove la propria forza. In questi casi il palco smette di essere un luogo di interpretazione e diventa un dispositivo spettacolare che compensa, o prova a compensare, ciò che la musica da sola fatica a sostenere. Una casistica molto frequente proprio in quest’ultima edizione.
Il palco del Festival di Sanremo continua così a essere uno spazio in cui la musica si confronta con il linguaggio dello spettacolo, oscillando tra minimalismo e costruzione scenica. E forse è proprio questa tensione a mantenere il festival contemporaneo: un luogo in cui, anno dopo anno, la canzone non smette di interrogarsi su come farsi vedere oltre che ascoltare.










