Alfa Mist è ormai nel pieno della sua maturità, forse anche all’apice della sua notorietà. Si è esibito – dopo Bologna – al Monk di Roma, in un tour europeo che lo impegnerà per tutto il mese di marzo. Il concerto lascia il pubblico in estasi: non solo classe ed eleganza, ma una straordinaria suggestione e una potente atmosfera hanno totalmente rapito gli astanti, tornati a casa decisamente soddisfatti.
4 marzo in Italia vuol dire solo una cosa: Lucio Dalla. Eppure, sebbene davvero distanti, il grande Lucio e Alfa Mist stanno benissimo insieme sotto il grande ombrello del jazz, nelle sue infinite sfaccettature. Il musicista e produttore inglese classe 1991 giunge puntuale davanti a un pubblico già caldissimo, che lo accoglie con un boato. Dopo quest’incipit, un religioso silenzio carico d’amore domina il Monk, interrotto solo dagli scroscianti applausi tra un brano e l’altro.
La coreografia è minimale ma perfettamente riuscita, le chiacchiere poche. Il compositore e jazzista di Newham vuole regalare soprattutto una grande suggestione al pubblico, lasciando parlare note e silenzi. L’immersione è immediata, il volume è alto e si viene trasportati altrove, in uno scrigno romantico. Morbidi tappeti di synth, l’inconfondibile suono del suo Rhodes e le avvolgenti chitarre regalano un groove magnetico e maledettamente black, incastrandosi sui pattern incalzanti di Jas Kayser alla batteria, come solo i veri maestri della scena new soul/hip-hop sanno fare.
La maturità di Alfa Mist: otto album alle spalle
La sua esperienza si misura in una sicurezza, in un’apparente calma e in una delicatezza sui tasti di chi conosce l’armonia jazz, il pianoforte e soprattutto il fatto suo come pochissimi artisti. D’altro canto il prolifico Alfa Sekitoleko (questo il vero nome di Alfa Mist) vanta già otto album prodotti in un decennio, dal primo del 2015 all’ultimo di pochi mesi fa. Un’artista davvero distinguibile nel suo stile: e pensare che iniziò tentando, giovanissimo, di scimmiottare J-Dilla e le sonorità della scena hip-hop degli anni ‘90, prima di innamorarsi follemente del pianoforte e iniziare a studiare jazz, trovando rapidamente una sua strada, differente e davvero personale. Il concerto si apre con un bellissimo contrabbasso di Kaya Thomas-Dyke, prontamente sostituito poi nel prosieguo della serata da un Fender Jazz 5 corde, col suo suono eccelso, evergreen del genere Jazz sperimentale/elettronico contemporaneo.
Jazz strumentale, ma c’è spazio per le parole
L’ottimo Alfa Mist ci tiene a raccontare i brani che ascoltiamo da quali album provengono, e si lancia anche in una breve narrazione di come alcuni suoi lavori – come Antiphon – fossero stati scritti per accompagnare uno scenario distopico in cui i governanti ci nascondono quello che realmente sta succedendo nel mondo “che assomiglia terribilmente a ciò che sta succedendo adesso”. Non ce lo saremmo aspettati, ma ci tiene, nei brevi momenti in cui parla, a fare emergere anche una forte personalità e uno spirito etico fuori dal tempo. Potevano essere non necessari, ma gran parte del pubblico del Monk apprezza l’indiretto richiamo alla pace.
Virtuosismi ben dosati rendono la performance celestiale
Davvero sontuose le performance di Johnny Woodham alla tromba e di Jamie Leeming alla chitarra. Il primo è amplificato con due microfoni, probabilmente uno per il segnale pulito e l’altro per spaziare sugli effetti: ne vien fuori un suono molto bagnato, con un riverbero profondo e un delay non banale, che conferiscono allo strumento una sfumatura molto solenne e al contempo romantica, esaltando le qualità del musicista. Il chitarrista invece, senza cedere a uno spirito onanistico e lunghi soli, regala alla platea un suono leggermente distorto e sporcato da un octaver/pitch shifter che rende acido e funzionale il suono della sua chitarra, oltre che estremamente personale.
Alfa Mist non è venuto al Monk per strafare
Curiosamente è proprio il leader, Alfa Mist, collocato al centro del palco come un regista nel gioco del calcio, a regalare pochissimi momenti solistici: si percepisce la serenità con la quale ha scelto di non aver necessità si sfoggiare ulteriori virtù, e si gode il suono d’insieme del suo quintetto spaziale.
Il pubblico ondeggia la testa a tempo di un groove succosissimo, ed esplode in urla che sanno di rito tribale quando il batterista si lascia andare a un solo verso il finale della serata. Novanta minuti tondi tondi, concerto perfetto: di meno avremmo avuto l’amaro in bocca, e invece il vero amore la musica te lo infonde quando non vedi l’ora di tornare la prossima volta. La gente lascia il Monk con gli occhi carichi di entusiasmo e sorrisoni a 40 denti. Alfa Mist, artista ormai senza confini, continua a conquistare l’Europa, e a maggio andrà a deliziare timpani lontani, tra Giappone e Korea. “Thank You Roma, see you next time, love you“. Le parole con cui, pugno al petto, il guru del jazz sperimentale britannico saluta i suoi fan alla fine di un grandioso bis. E pensare che questo genere in Italia non trova ancora abbastanza spazio.
Continua così, Alfa Mist: la tua musica è davvero un balsamo per tanti amanti del jazz. La tua scelta di fare musica strumentale poi, rende il tutto meravigliosamente universale. Sublime e trasversale rispetto alle divisioni e le incomprensioni che sembrano attanagliare ogni giorno di più questo disgraziato pianeta.









