Il palco dell’Ariston, dal 24 al 28 febbraio 2026, smetterà di essere un perimetro fisico per trasformarsi in una rete di collegamenti che dalla terraferma arrivano fino al mare.
La restaurazione del grande pop internazionale
Questa edizione segna il ritorno all’ordine di Carlo Conti, che ha scelto di blindare l’evento con una struttura che non lascia spazio all’improvvisazione o al rischio calcolato. L’apertura di martedì è affidata a Tiziano Ferro, una scelta che ristabilisce immediatamente le gerarchie del pop nazionale e ricorda a una platea di trentenni quanto sia ancora efficace la gestione emotiva dei grandi classici. La vera prova di forza arriva però giovedì, quando Eros Ramazzotti festeggerà i quarant’anni di “Adesso tu” portando sul palco Alicia Keys. Non si tratta di una semplice comparsata, ma di un duetto su “L’Aurora” progettato per restituire al Festival quella patina internazionale che sembrava smarrita nelle ultime stagioni. La solidità di questo cast suggerisce una volontà precisa di archiviare le sperimentazioni per tornare alla liturgia della grande canzone italiana.
Il mare di Pezzali e le piazze della musica
Mentre all’interno del teatro si consuma la gara, Max Pezzali abita la Costa Toscana per tutte le cinque serate, trasformando la nave in una filiale galleggiante della nostalgia collettiva. Il racconto parallelo si sposta poi in Piazza Colombo, dove il Suzuki Stage ospita una rotazione di nomi che intercettano il flusso radiofonico più recente. Da Gaia a Bresh, fino ai The Kolors e a Francesco Gabbani, la piazza serve a drenare l’energia del pubblico più giovane, lasciando a Andrea Bocelli il compito di chiudere la finale del sabato con l’istituzionalità che la direzione artistica ha preteso fin dal primo annuncio. Persino i Pooh, che celebrano sessant’anni di attività sul palco esterno, appaiono come pedine di un ingranaggio che non ammette errori di posizionamento.
Il surrealismo controllato dei duetti e delle co-conduzioni
Le co-conduzioni seguono una linea pragmatica, alternando la presenza statuaria di Can Yaman alla precisione di Pilar Fogliati e al glamour di Irina Shayk, senza mai cercare di rubare spazio alla gara. Il vero picco di post-modernismo emerge venerdì 27 febbraio, durante la serata dedicata alle cover. Vedere Fedez insieme a Marco Masini e al violoncellista Stjepan Hauser su una versione violenta di “Meravigliosa creatura” è il segnale che Conti ha concesso una piccola valvola di sfogo al surrealismo televisivo. Lo stesso accade con Elettra Lamborghini che trascina sul palco le Las Ketchup per una rievocazione di “Aserejé”, un’operazione che funziona proprio perché priva di pretese intellettuali. L’inserimento di Francesca Fagnani accanto a Fulminacci per interpretare Mina conferma che il confine tra informazione e intrattenimento è ormai un residuo del secolo scorso. Il festival di Conti si conferma una struttura di acciaio inox: fredda, resistente e progettata per durare nel tempo. La sensazione è quella di un’edizione che ha preferito la solidità dei nomi pesanti alla ricerca del colpo di scena a ogni costo.










