Concertiny: una serata con Primo Amore e Santachiara a Napoli

da | Feb 23, 2026 | #Cromosomiintour

I Primo Amore e Santachiara hanno portato una ventata d'aria fresca all'Auditorium Novecento di Napoli.

In un sistema in cui anche i concerti, tradizionalmente percepiti come luoghi di aggregazione e divertimento, hanno finito per riprodurre logiche di selezione ed esclusione (e non è solo una questione di prezzi), esistono ancora spazi in cui scardinare queste dinamiche distruttive, rimettendo al centro ciò che conta davvero: la musica e le emozioni che suscita.

L’Auditorium Novecento: un luogo di culto partenopeo

Noi di Cromosomi siamo stati a Concertiny, un format che nasce ad Aversa da un’intuizione di Paolo Mormile, in arte MORMILE: l’idea è quella di entrare in dialogo con gli artisti e con la loro musica attraverso un’atmosfera rilassata e “cozy”, del tutto simile a quella di un salotto (e che salotto!). Un progetto che oggi arriva anche a Napoli grazie alla sinergia con Giuliano Nappo de ilbranoconsigliato, la cui idea è quella di trasformare il live in un’esperienza di prossimità reale con l’artista e la sua musica. A fare da sfondo ai primi due appuntamenti di Concertiny è l’Auditorium Novecento. Luogo profondamente identitario e spazio un tempo della Phonotype Records, una delle prime tre aziende a fabbricare dischi in Italia sin dal 1901.

Luci rosse soffuse e ad accoglierci è il soul della regina Aretha Franklin mentre ci si fa spazio nel piccolo spazio tra il bancone del bar e il corridoio che porta alla sala già gremita di gente, nell’angolo un jukebox AMI classe ’59 arricchisce la scena lanciando un messaggio. Forse la musica, prima ancora di essere spettacolo, è uno spazio in cui tornare, ancora e ancora.

I Primo Amore infiammano il palco di Concertiny (e ci insegnano a diffidare dalle imitazioni)

Il pubblico si raduna per ascoltare i Primo Amore, band napoletana che fonde atmosfere soul, urban, R&B con influenze hip-hop e calca il palco dell’Auditorium per la seconda volta. La prima era stata l’anno scorso a giugno in occasione della presentazione del loro primo (e omonimo) album in studio. Oggi tornano e ricordano, nelle chiacchiere a inizio set, da che parte stanno: dalla parte dei pesci piccoli, quelli veri – non di chi millanta d’esserlo.

E chi ha orecchie per intendere (e ha seguito la vicenda sui social) intenda. Gli altri, continuino a leggere fino alla fine.

In scaletta ci sono pezzi dal nuovo album, che rimandano al loro versificare “più grezzo” degli inizi in “Via di qua”, come sottolinea lo stesso Pablo Taglialatela. Testi onesti, dolceamari, sull’amore e sulla vita. Come “Nel mio diario”, il cui ritornello viene cantato, urlato, quasi respirato dal pubblico, ed affidato alla voce limpida e unica di Bianca Braco.

A chiudere il set è “Normale”, outro del disco e sublimazione della loro poetica romantica R&B, e mentre l’ultima nota si spegne, resta la sensazione di una traiettoria chiara e ‘normale’ non come sinonimo di ordinario, ma come scelta consapevole di autenticità.

Nel cuore di Napoli, la rinascita di Santachiara

Di autenticità, appartenenza, valori e svendite artistiche si parla con Santachiara prima di passare all’ascolto, finalmente dal vivo, di “Minimarket” (e non solo). Ultimo disco in studio presentato in un vero minimarket di Via Mezzocannone, nel cuore della zona universitaria di Napoli.

Ma Santachiara ci teneva a portarlo anche all’Auditorium, uno spazio raccolto, intimistico, in sintonia con la sua musica. Un progetto il suo che oggi trova casa in Suonivisioni, etichetta di Torre del Greco, che finalmente lo rappresenta fino in fondo perché – diciamocelo – non è la stessa cosa che stare in una major milanese. Dialogando con Giuliano prende posizione, e lo dice senza girarci intorno: se i pesci piccoli sono tanti, possono far paura anche a uno squalo – o a uno sciacallo – che ha forse fatto il passo di troppo.

Poi lo show comincia davvero e a introdurlo è una figura quasi favolistica, “il Capitano”, ovvero il padre di Santachiara. Agghindato da strillone e venditore ambulante, con i ‘prodotti’ del Minimarket cuciti sulla giacca da sera e un cartello ‘vendesi’ ben in vista. Richiama a gran voce chi è rimasto fuori, invitando tutti a entrare, in un’apertura dichiaratamente teatrale, ironica e affettuosa insieme. Un gesto che rompe la distanza, mescola palco e platea, e trasforma la presentazione in qualcosa di vagamente collettivo, prima ancora che in concerto.

Napoli ne vuole ancora e ancora e ancora

Da “Nessuno” a “Cane e coda” passando per “Non li vedi mai” e “Non mi invitare” il pubblico le canta tutte e salta su invito di Santachiara con canzoni che sono inni generazionali, per chi la vita ha dovuto guadagnarsela a gomitate e per chi si sente sbagliato, in ritardo, senza un posto in cui sentirsi a casa. L’adrenalina cresce, il ritmo accelera, l’aria si fa densa.

Si canta fino a perdere il fiato. Si suda, si ride e il concerto, si fa attimo passeggero ma condiviso in cui si intrecciano storie e vite. Ci sono poi i pezzi più dolorosi, come “Quattromura”: un brano che affonda in un periodo di chiusura che tutti, in forme diverse, abbiamo attraversato. Chiusura reale e metaforica, stanze interiori e porte sbarrate che sembrano non aprirsi più. Chiusura che si scioglie nello stare insieme e cantarla a voce alta dal vivo. C’è spazio anche per assoli di tastiera, con un divertito gioco di citazioni e un sample qui che strizza l’occhio a Mozart, in un cortocircuito riuscito tra leggerezza e intensità, che alleggerisce e diverte il pubblico.

Si commuove cantando “Imprevisto”, un pezzo che attraversa temi come disfunzionalità familiare e divario generazionale, commuovendo anche il pubblico. Il concerto sembra chiudersi con “Quindi”. Pezzo regalo per i fan della prima ora. Eppure il pubblico non è ancora pronto a lasciarlo andare, richiama sul palco la band ancor prima che scenda dal palco. Napoli ne vuole ancora.

Affamato di musica, Santachiara riparte con “Nessuno” e chiude con “Passi falsi”, brano del 2021. Un finale che suona come un cerchio che si chiude e percorso appena iniziato. Perché se è vero che si può inciampare, è altrettanto vero che certi passi è meglio compierli con coraggio, anche quando sembrano falsi.

Un grazie va a Concertiny (quello vero), per averci ricordato che la musica può ancora essere questo: uno spazio reale, attraversato da corpi e voci, in cui riconoscersi.

E, soprattutto, scegliere da che parte stare.

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