“Che me ne faccio del tempo” di Mara Sattei: qualche perla, contorni sbiaditi

da | Feb 18, 2026 | Recensioni album

L'insieme è un po' insipido, ma scegliendo il boccone giusto arriva un'esplosione di sapore che invoglia a ordinare ancora

Che me ne faccio del tempo, il nuovo album di Mara Sattei, è uscito venerdì 13 febbraio. O meglio, è uscito quasi tutto.

La versione digitale appena uscita è infatti una versione un po’ azzoppata, in attesa della copia fisica in arrivo il 27 febbraio. In quest’ultima non si aggiungerà soltanto il brano in gara a Sanremo, ma anche altri tre pezzi, tra cui un duetto con Elisa e un brano scritto insieme a Ultimo.

È una mossa strategica, certo. Ma è anche coerente con il tema del disco: il tempo come spazio da abitare, non da riempire. In un’epoca in cui tutto è simultaneo, immediato, consumabile in playlist, Mara Sattei sceglie di scaglionare.

Dopo il debutto tra i Big nel 2023, Mara Sattei torna al Festival di Sanremo scegliendo un brano scritto da lei, in cui si racconta come Sara e non solo come artista.

L’intero album Che me ne faccio del tempo conferma questa traiettoria

È un lavoro stratificato, dove il pop resta il baricentro ma viene attraversato da deviazioni 2000s, ballad contemporanee, accenni trap e momenti quasi acustici. Non è un album che cerca la hit.

Gran rumore con Noemi riesce a trovare un buon equilibrio: suggestioni à la Nelly Furtado e Natalie Imbruglia, filtrate attraverso due identità vocali che non si sovrappongono. È una sintesi credibile di mondi diversi, sta bene nel contesto ma non spicca.

Abbey Road è una ballad moderna che non si abbandona alla nostalgia. Funziona perché evita il melodramma e lavora di sottrazione, risultando probabilmente la vetta più alta toccata nel disco.

Ora lo so non è una canzone col carisma per poter calamitare l’orecchio al primo ascolto, ma resta un brano che racconta al meglio le possibilità e il talento di Mara Sattei. In un certo senso, indica la strada.

Eravamo un’idea insieme a Mecna funziona molto bene nel ritornello, ricorda un po’ la collaborazione con Gazzelle in “Tuttecose” e racconta uno dei lati migliori di Mara Sattei.

In altri brani l’album non invoglia a un secondo ascolto. Mezzocuore è prevedibile, suona come qualcosa di già sentito; Niagara sperimenta un pop venato di trap portando a galla le debolezze di entrambi i generi; Giorni tristi è un singolo uscito mesi fa e sempre rimasto un po’ in sordina: non aggiunge niente di nuovo. Everest con il fratello thasup è più piacevole, tenera e intima per chi scrive che per chi ascolta, al contrario di Mamma, una dolcissima chiusura che riesce a raggiungere il livello di empatia col pubblico.

Che me ne faccio del tempo non è un disco perfetto né radicale. È un album di passaggio, nel senso più nobile del termine: racconta una trasformazione in corso. Meno ossessionato dalla performance, più interessato alla permanenza.

Il suo giudizio ad oggi non può che essere limitato e con diversi asterischi. Avremo le idee più chiare dopo Sanremo, dopo la versione fisica e, soprattutto, in base alle scelte di Mara Sattei nei prossimi anni.

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