Quando finisce un release party restano poche cose: bicchieri vuoti, orecchie che fischiano e, se va bene, la sensazione di aver detto qualcosa di vero. Con Muriel abbiamo iniziato a parlare proprio lì, a freddo solo sulla carta. ESOTERICA era appena uscito e non aveva ancora avuto il tempo di essere incasellato, spiegato. Forse meglio così.
Il suo secondo EP è un disco che non gioca a fare l’intellettuale, ma nemmeno chiede di essere capito subito. Sette tracce in spagnolo, clubbing che incontra il rito, trasudando elettronica e un’idea di femminile che non ha nessuna intenzione di essere rassicurante. Dentro c’è il corpo come linguaggio, il desiderio come bussola e una certa allergia alle regole musicali e non.
Da questa premessa nasce l’intervista. Una chiacchierata senza reverenze in cui si parla di famiglia, di imprinting musicale, di dolore, di libertà e di immaginario visivo, passando dai club alle cose che restano quando il rumore si abbassa. Muriel racconta il suo percorso con lucidità e nessuna nostalgia, tenendo insieme forza e fragilità come se fosse la cosa più naturale del mondo. Ed è probabilmente proprio questo il punto.

Due chiacchiere con Muriel
Ciao Muriel, partiamo da Esoterica: come nasce questo nuovo universo sonoro?
“Mi sono resa conto che non sapevo realmente cosa fosse l’esoterismo, che ho deciso di vedere con i miei occhi, senza stereotipi cui siamo abituati e quindi con una prospettiva molto femminile ho esplorato questo tema dandogli un vestito sonoro.”
Sei cresciuta immersa nella musica: qual è la prima immagine che ti arriva quando pensi alla musica come al tuo modo più naturale di stare al mondo?
“Se penso alla musica, non posso far altro che pensare a mio padre: per me è stato l’imprinting, forse un po’ traumatico, rispetto a quello che è il mio futuro e il mio presente nella musica. A tre anni ho improvvisato la mia prima canzone e mio padre mi ha registrata con un microfonino. Avere un papà musicista, però, è un po’ un’arma a doppio taglio e lui, a sue spese, ha capito che la musica non sempre ripaga e ha sempre cercato di proteggermi da essa.“
In queste tracce si mescolano elettronica, techno e influenze latine: cosa ti guida quando unisci mondi sonori così diversi?
“Il fatto di non aver studiato musica, in questo caso, è forse un elemento positivo, perché mi lascia molto libera: ciò che normalmente verrebbe considerato sbagliato, per me suona naturale e faccio musica perché mi piace! Credo fortemente che l’arte sia un’estensione di noi stessi e dentro di me convivono molte cose: ho viaggiato a lungo, ho suonato nei club come DJ, parlo spagnolo e ho vissuto in Spagna, assorbendone la wave. Amo anche i suoni distorti, perché ho iniziato suonando la chitarra in una band; non a caso, in questi brani c’è molta strumentazione organica, seppur totalmente artefatta. Sono tutti elementi che mi appartengono e che ho trasferito nel mio universo musicale.“

L’ultima traccia è molto intima, mentre il resto del disco è pura energia: come mai hai deciso di chiudere così, in sordina invece che in battito?
“La mia idea è che l’outro di un disco debba farlo esplodere, e in questo caso il modo migliore era mostrare la mia parte più vulnerabile, perché esporsi richiede coraggio. C’è anche un’altra traccia, “Interludio al dolor”, in cui racconto la mia esperienza con il dolore e il pensiero di farla finita: un momento in cui qualcosa si spezza e ci si connette a una parte di sé di cui non si sospettava l’esistenza, il classico burnout. Al contrario, l’ultima traccia, “Outro – Carta a mi abuela”, è dedicata a mia nonna e parla dell’apparente incomunicabilità del nostro rapporto: sembra disconnessa dal mondo, ma connessa a qualcosa che va oltre la realtà . Mi è sembrato giusto chiudere questo percorso con quella che considero la dimostrazione terrena del mio viaggio e della mia esperienza.“

La tua estetica è potente, futuristica e quasi rituale: cosa desideri che chi ti guarda colga per primo di questo immaginario così visivo e definito?
“Ti spiazzerò con la mia risposta in realtà : io vorrei che cogliessero il menefreghismo! Mi piace mischiare tutto ed esprimermi attraverso i contrasti: mettermi un casco in testa e, allo stesso tempo, i reggicalze. Mi piacerebbe riuscire a trasmettere la voglia di sentirsi liberi, fregandosene del giudizio altrui, e che le persone possano prendere spunto da questa attitudine. Credo sia una buona causa in cui spendere tempo.“
C’è qualcuno che rappresenta per te un modello, artistico o umano, a cui senti di ispirarti in questa fase del tuo percorso?
“Domanda difficile. Ce ne sono tanti, però probabilmente i Radiohead, non musicalmente sia chiaro, ma sono cresciuta con quella malinconia e quella ferocia che sento nei loro dischi, attraverso cui ho imparato il coraggio di essere me stessa e di osare, senza mentire su ciò che sono.“










