Il nuovo EP di Muriel esce oggi e sembra nato lontano da qualsiasi idea di posizionamento. Non c’è un genere da difendere, né una scena da corteggiare. ESOTERICA è elettronica fatta da qualcuno che ha passato tempo nei club, ma soprattutto tempo da sola, a capire che suono voleva sentire tornare indietro dalle casse.
Sette tracce in spagnolo, tutte piuttosto dirette, che non cercano il momento “wow” né il colpo di teatro. DIENTES e LIPGLOSS avevano già chiarito il clima: nessun compromesso melodico, nessuna struttura pensata per piacere al primo ascolto. Sono brani che si muovono come certi pensieri notturni: non fanno rumore, ma sgomitano, insistono.
L’elettronica di ESOTERICA non è mai decorativa. I beat non servono a sostenere una voce, e la voce non serve a rendere i beat più digeribili. Le due cose convivono, a volte si ignorano, a volte si urtano. I breakbeat arrivano secchi, senza alcuna introduzione rassicurante. I ritmi latini rappresentano una lingua madre che riaffiora quando serve. Non c’è mai l’impressione che qualcuno stia “mescolando” generi per risultare interessante.
La produzione, firmata con Lorenzo Di Gemma (kenzodiscordia), tiene tutto su una linea volutamente instabile. I suoni non sono puliti, ma nemmeno caotici. Restano così come sono venuti fuori. Come se nessuno avesse sentito il bisogno di sistemarli per farli sembrare qualcos’altro.
È un disco che non si vergogna delle proprie asperità.
La voce di Muriel fa una cosa che oggi fatica a sentirsi: non sta sempre davanti, non chiede empatia, non costruisce un personaggio. Entra ed esce dai brani come farebbe qualcuno che non ha voglia di spiegarsi, ma nemmeno di nascondersi. È una presenza concreta, non narrativa. A volte sembra più un rumore umano che una linea vocale.
Dentro ESOTERICA si sente un percorso fatto di spostamenti veri: la Spagna, Londra, Berlino, il clubbing, l’elettronica imparata per necessità più che per vocazione. Ma il disco non ti racconta nulla di tutto questo. Non c’è nessuna autobiografia e nessun contesto esplicito.
Se ti interessa, lo percepisci. Se no, vai avanti lo stesso.
Quando il disco finisce, non ti resta una frase da citare o un ritornello da ricordare. Ti resta la sensazione di aver ascoltato qualcosa che non ha tentato in alcun modo di semplificarsi. E oggi, forse, è l’unico vero atto radicale.










