Elisa, l’abbraccio all’Unipol Forum di Milano

da | Nov 11, 2025 | #Cromosomiintour

Elisa, una serata che ha intrecciato memoria e futuro, trasformando il Forum in un luogo emotivo condiviso, dove la voce ha guidato tutti.

Ci sono concerti che non si limitano a suonare: ritornano, si posano sulle persone e le cambiano un po’. Quella di Elisa al Forum di Milano di ieri è stata una sera così. Una sala che si muove come una creatura lenta, piena di respiri e di aspettative, un posto dove la voce e la pelle diventano la stessa cosa. Elisa entra senza teatralità e senza sovrastrutture, con la naturalezza luminosa di chi ha imparato a convivere con la propria storia e riesce ancora a sorprenderla.

L’autunno di Elisa scorre attraverso il palco e ieri al Forum c’era ancora l’eco vivissimo della notte di San Siro. Quel capitolo, definito da lei un punto cardinale della propria storia, diventa ora memoria, gratitudine e nuovo slancio. In apertura, “Dillo solo al buio” non chiede di cantare ma di ascoltare. È come se dicesse: “prima respiriamo insieme, poi ci raccontiamo”. Lo sguardo è diretto, quasi un’intimità a distanza. Da lì, “Sesso debole” ribalta la retorica delle fragilità: la canta con la postura di chi non si difende più da nulla, e per questo è invincibile. I led con le parole che scorrono sul retro contribuiscono a creare atmosfera. Il Forum capisce, e resta in silenzio ad accoglierla.

Con “Labyrynth” l’atmosfera cambia: luci profonde, suoni che sembrano gallerie. La canzone cresce nello spazio. Poi arriva “Rainbow”, ed è come se le persone si guardassero negli occhi senza bisogno di farlo davvero: un colore che si apre da dentro. “Broken” è sussurrata, una lettera non consegnata, una ferita che non chiede di essere spiegata. E proprio perché non spiega, arriva forte.



Tutte le vite possibili in una canzone

Il concerto si apre come un fiore: da dentro verso fuori, lentamente. “Vivere tutte le vite” si balla ma non si festeggia, ci si riconosce, ci si concede una leggerezza che non è vuota, è ossigeno. In “Heaven” la voce di Elisa sale dritta, come una verticale, lasciata libera di raggiungere il punto più alto senza attirare l’attenzione sul gesto. “Stay” invece si siede tra le luci, morbida, cinematografica; una notte dentro la notte.

Poi arriva il momento che tutti aspettano senza dirlo: “Eppure sentire”. La canta il Forum, e lei si ferma. Non per teatralità, ma perché è più bello così. In “Hallelujah”, invece, non c’è l’intenzione di rifare un classico, ma di parlarci attraverso. Nessun vibrato superfluo, nessun passo in più: un ringraziamento. “Promettimi” è un cuore lasciato scoperto. “Anche fragile” arriva come una carezza data nell’esatto momento in cui serviva. “Ti vorrei sollevare” solleva davvero, come un’onda che prende tutti insieme.

Il medley che segue è un album di fotografie sfogliate di fretta, ma non in modo superficiale: la sensazione è che quelle canzoni, anche riascoltate, non siano mai davvero finite. “Intro Cosmos” apre uno spazio astratto, quasi astrale, dove si entra senza pesare. In “Ti chiamerò amore” con Charlie Charles la struttura si fa contemporanea, senza risultare innestata a forza: è un dialogo che funziona, vivissimo.



Dove la memoria si fa presente

Con “Se piovesse” e poi “Seta” e “Palla al centro” insieme a Dardust, il concerto prende un tono sospeso, quasi lunare. La scenografia si trasforma, Elisa e Dario indossano una maschera e poi lei si scatena saltellando e ballando. La sua voce diventa elemento: acqua, vento, respiro.

In “Nonostante tutto” si racconta la resistenza, senza proclami. “No Hero” ribalta la sala: balla tutto, salta tutto, ma non c’è euforia vuota, c’è riconoscimento. Poi succede una cosa rara: arrivano Emma e July. “Brutta storia” diventa un canto di sorellanza vera, senza pacche sulle spalle, senza slogan, solo tre voci che si ascoltano. In “L’anima vola”, cantata con Emma, c’è fiducia. Si sente che si sono scelte. Sono “sorelle”.

Quando parte “Luce”. È una canzone che appartiene a tutti e a nessuno: lei la canta con una gratitudine che sembra un inizio invece che un ricordo. “Ostacoli” è il racconto dell’attraversamento: quello che si lascia, quello che si porta. Poi entra Eros Ramazzotti, e “Buona stella” diventa un momento di festa semplice, condivisa. Nessuna celebrazione ingombrante, solo gioia. Si chiude con “A modo tuo”. Non c’è conclusione, c’è un saluto. Come dire: “ci rivediamo dove capita, ma ci rivediamo”. Elisa non sta rivivendo ciò che è stato; sta portando il passato nel presente senza musealizzarlo. E questo, forse, è il segreto che la rende ancora così necessaria: resta viva.



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