Negramaro a Roma: Sangiorgi non sbaglia, l’acustica sì

da | Ott 30, 2025 | #Cromosomiintour, Flash News

Il 29 ottobre, il Palazzo dello Sport di Roma ha ospitato l’ultima data del tour dei Negramaro. Due ore di catarsi e vibrazioni analogiche, con un pubblico che oscillava tra l’estasi e il tentativo disperato di decifrare le parole, tradite dall’acustica da bunker sovietico.

Alle 21 in punto, Luna piena taglia il silenzio e il Palazzo dello Sport di Roma si accende. Giuliano Sangiorgi entra, canta, e basta. La band, serrata come una macchina d’epoca ancora in perfetta tenuta, ripercorre vent’anni di musica italiana con lucidità estrema: Ricominciamo tutto, Per uno come me, Nuvole e lenzuola, Diamanti, Fino all’imbrunire, fino a Mentre tutto scorre e Parlami d’amore.

Tra un brano e l’altro, Sangiorgi ringrazia Roma più volte. Lo fa senza retorica, ma con la gratitudine di chi sa di parlare a un pubblico che lo accompagna da sempre. “Siamo molto legati a questa città”, dice, ricordando i primi concerti nei club della capitale, “quando suonavamo al Circolo degli Artisti e ci sembrava già un miracolo”. Un momento di affetto reciproco, semplice, sincero.

Si tratta però di un concerto più sensoriale che spettacolare, pensato per essere vissuto più che guardato. Anche perché, da dove eravamo — laterali rispetto al palco — la scenografia sembrava un’installazione concettuale: intuibile, ma invisibile. Al contrario, il protagonista della serata era perfettamente tangibile: il rimbombo ormai leggendario del Palazzo dello Sport, una creatura viva che inghiotte i suoni e li restituisce deformati. Le note si sdoppiano, le parole si perdono per strada, ogni pausa vibra troppo a lungo.
Vogliamo dirlo? Un fallimento culturale sul quale sarebbe assolutamente il caso di mettere mano.

I Negramaro, però, ci nuotano dentro. Sangiorgi attraversa il suono con calma quasi zen. Sa che il disastro acustico fa parte del gioco e lo abita con la dignità di chi non ha bisogno di sentirsi impeccabile per essere vero.

Arrivano gli ospiti. Aiello sale sul palco, accenna Arsenico, ringrazia, e anticipa il suo brano con Levante in uscita venerdì: breve, elegante, utile a ricordare che la nuova generazione di cantautori è più viva di quanto sembri. Poco dopo, l’inaspettato: Jovanotti entra a sorpresa e canta A te con Sangiorgi. Due epoche che si riconoscono all’istante, due modi diversi di dire “amore” senza farlo sembrare una parola logora.

E poi, la frattura. Giuliano ferma la musica: “Non si può cantare d’amore e restare in silenzio davanti al dolore. Lasciate giocare i bambini.” Nessun tono declamatorio, solo la fatica sincera di un uomo che non si sottrae alle responsabilità del proprio successo. In platea si alzano bandiere della pace, spontanee, necessarie.

Da lì in poi, il concerto cambia densità. Free Love scorre come un congedo.
Roma vibra, male ma vibra. Perché la perfezione non serve: basta l’onestà di una voce che, anche se si perde nel rimbombo, riesce comunque ad arrivare dritta.

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