Ci siamo presi qualche giorno per elaborare i fatti e ragionare sulla questione. Non è e non deve essere semplice esporsi mediaticamente su un caso del genere. Partiamo con l’informazione, ormai nota, ma pur sempre fondamentale: il rapper Faneto è stato denunciato, sia via social che per via legale, dalla propria ex fidanzata. Tale denuncia riguarda eventi di oppressione e violenza domestica, testimoniati da chat, fotografie, video, audio registrati. Il caso è esploso nel tempo di un clic, come ormai è semplicissimo sui social media. Sempre attraverso IG stories o comunque lanciando segnali di vario genere online, molti esponenti della scena rap italiana si sono esposti contro il proprio collega. In particolare, ci viene da aggiungere, molti dei quali hanno collaborato proprio con l’artista accusato. Ebbene, ora che abbiamo una breve infarinatura del caso, scendiamo nel dettaglio.
I social come catalizzatori di violenza
Partiamo da un semplicissimo presupposto: ci schieriamo contro ogni forma di violenza, in questo caso risulta decisamente doveroso. Eppure, bisogna costruire un filo, cambiare schema così da evitare di fare gli sbagli che condanniamo. Alla eventuale condanna di Faneto, qualora le accuse venissero pienamente confermate dalle autorità competenti, non deve comunque essere la platea. Così come va ritenuto fuori dall’umano ciò di cui viene accusato, altrettanto disumana è stata la reazione del web. Naturalmente non ci riferiamo ai messaggi di vicinanza che sono stati posti alla ragazza in questione, che sono invece la parte sana di tutta la questione. Ciò che riteniamo sia da condannare invece, è l’odio che il popolo ha rovesciato senza riguardo, senza pesare le parole. In questo modo, la violenza non è stata fermata, si è solamente ampliata su scala nazionale.
Allo stesso tema si collega un video, successivo alle accuse, in cui Faneto viene aggredito a Milano, in Zona 4. Le riprese mostrano come l’auto venga assalita, col rapper che non era alla guida ed è stato picchiato dentro e fuori dalla vettura. Il tutto viene seguito da un video sui social degli aggressori, che rabbiosamente intimano l’artista accusato a non rientrare nella sovracitata zona del capoluogo lombardo. Tutto questo è stato accolto con gioia da una parte del pubblico. La filosofia del “se lo merita”, per quanto questo possa essere ritenuto vero o meno, non rompe il cerchio della violenza che la veemenza dimostrata vorrebbe in teoria combattere. Ebbene, ci sentiamo tranquilli nel condannare anche questi fatti, sia i commenti online sia le aggressioni a Faneto, atteggiamenti che rinforzano senza rimorso il circolo vizioso di cui sopra.
La relatività della verità
Kid Yugi, Artie Five, Latrelle, Niky Savage, Melons, sono solo alcuni grandi nomi che hanno apertamente appoggiato la causa contro Faneto. Ricollegandosi anche a ciò di cui abbiamo parlato prima, nessuno ha le facoltà per porsi come giudice o esecutore. Le accuse si sono moltiplicate, anche verso altri artisti ritenuti colpevoli di sapere e non aver agito. Tutto questo dimostra ancora una volta come pubblico e addetti ai lavori siano lontanissimi dal conoscere la verità, e si devono accontentare di un sapere relativo a riguardo. Tutte le dinamiche interne al mondo della musica, le questioni oscure, sono destinate quasi sempre destinate a restare tali.
Da parte nostra, possiamo solo definire encomiabile il coraggio di denunciare, di porre fine ad un tipo di violenza che troppo spesso sovrasta le vittime. L’unico modo per impedire episodi e correnti di questo tipo è esporsi e farsi aiutare, comportamento che siamo tenuti ad incoraggiare. Il caso che riguarda Faneto non deve diventare una caccia all’uomo, che comunque, se e quando verrà giudicato colpevole, dovrà ricevere ciò che ha meritato con le proprie azioni. Questo caso mediatico può dare a chiunque uno spunto di riflessione, un esame interiore per spezzare la catena della violenza. Giusta è la rabbia nei confronti di chi viola il diritto alla vita e a restare illeso di un altro essere umano. Assolutamente fuori da ogni logica è violare quel diritto stesso, anche contro chi è accusato della stessa cosa.
Il rap e la violenza, una trama troppo spesso fraintesa.
“Chi è che vuole la carne con Faneto?
Voglio tutto, prima proverò la testa
Lei è una troia, ma non lo è più di me, no
Claima di essere troia, ma verrà trattata peggio”
Questo è il ritornello di “Lamelo”, brano di Faneto che stava spopolando prima di tutto questo. L’ultima barra sta diventando un’autoaccusa, o quantomeno viene trattata con ironia. Perchè ho preso in esame queste quattro barre in particolare? A perdere, in questa situazione, può essere anche il rap. Da decenni questo genere viene additato come violento, misogino, privo di morale e oltre ogni volgarità (giusto per dirne qualcuna). Ebbene, i fatti di cui abbiamo parlato potrebbero sembrare una controprova di queste accuse, come se fare il rap significasse necessariamente impersonificare la violenza, o istigare ad essa. Il nostro obiettivo è scindere la musica dalla realtà, i fatti dal racconto. Molto spesso i rapper sono stati accusati di trascinare troppa violenza nei testi, l’ultimo a farne le spese è stato Emis Killa prima di dover rinunciare a Sanremo per le accuse mosse nel caso ultras.
Proprio per questo, l’invito finale, è quello di dividere la musica dalla realtà. In quanto espressione artistica, la narrativa e l’espressione cruda ed esagerata di storie ed azioni è all’ordine del giorno. Il rap è la più flessibile e contenutistica tra tutte le espressioni musicali, proprio per quella che è la gestazione e la primarietà che le parole detengono negli schemi artistici. Tutta la questione sui testi prescinde l’essere artista, anche se in questo caso sembra che le parole fossero conseguenti di fatti, purtroppo, realmente accaduti.
Come redazione ci dissociamo dalle presunte azioni di Faneto, inoltre puntiamo a sensibilizzare sul cessare questo cerchio di violenza che sembra eterno, ma che invece può terminare. Intimiamo a denunciare, a ricordare che la propria voce è importante e che tutti possiamo fare la differenza in questi casi. Infine, vogliamo portare come reazione positiva la musica stessa, che può e deve essere veicolo positivo, sia come scena artistica che come comunità stessa.










