FRESH TALENT: Maria Antonietta e Colombre

da | Set 23, 2025 | FRESH TALENT, Interviste

"Luna di Miele" è il primo album di una coppia che vive di poesia.

Maria Antonietta e Colombre sono una coppia dal 2011. Hanno vissuto uno accanto all’altra tutta la carriera da solisti. Dopo 14 anni, hanno scelto di fare finalmente un disco insieme. O forse, erano proprio le canzoni rimaste in un cassetto per tutto questo tempo a reclamare il loro momento.

Io e te certamente” ci aveva dato un assaggio di qualcosa che non sapevamo ben definire: qualcosa, però, che avremmo voluto assaporare ancora. La prima tessera di un domino che ha trovato il suo culmine con Luna di Miele, un album che affonda le sue radici nell’archeologia sentimentale di Letizia e Giovanni.

Dopo i due singoli “Signorina, Buonasera” e “Gomma Americana“, è arrivato il momento di chiudere il cerchio, riunendo canzoni nate nel passato immaginando il futuro con brani nati oggi guardandosi indietro. Nel 2025, scrivere un album che si nutre di un amore che funziona sembra quasi una provocazione. Pensare che tutto ciò nasca in maniera naturale, quasi per gioco, pare impossibile. Invece basta scambiare qualche parola con Letizia e Giovanni per capire che si può ancora vivere di poesia.

L’intervista a Maria Antonietta e Colombre

Cosa vi ha fatto dire: “facciamo questo disco adesso insieme, facciamolo ora”?

M: C’era nell’aria un sentimento dovuto all’uscita di “Io e te certamente”, che era una bozza che avevo io da tanto tempo e non ne trovavo il capo. Alla fine, lavorandoci insieme, si è arrivati a un compimento di quella canzone. Quando l’abbiamo suonata anche dal vivo, magari io come ospite in un suo concerto, la condivisione di quella canzone, di quei momenti, ha fatto sì che nella nostra testa si insinuasse il dubbio: “E se facessimo altre canzoni? Se magari facessimo un disco? Ci potrebbe stare”. Ognuno di noi poi è molto geloso delle proprie cose, dei propri tour, dei propri dischi.

C: La sacralità dello spazio, quando fai la stessa cosa e sei una coppia. Lo spazio che ognuno ha per sé è assolutamente sacro, altrimenti si romperebbe tutto.

M: Poi, però, effettivamente ci facevamo comunque la domanda. A un tratto ci siamo imbattuti in questo hard disk preistorico che stava dentro una cassettiera in camera. Nella prima settimana in cui ci eravamo conosciuti, quasi 15 anni fa, avevamo scritto delle improvvisazioni, da cui erano nate 5-6 canzoni. Ovviamente sotto forma di bozze, però con melodie, una struttura, un’armonia.

C: Più o meno…

M: Non le avevamo mai più ascoltate in tutti questi anni: avevamo solo la memoria remota che esistessero. Ci siamo imbattuti in questo hard disk, l’abbiamo aperto e abbiamo ascoltato queste bozze. Ci siamo detti: “Beh, non sono male!

C: C’è qualcosa che potrebbe essere sviluppato, ripreso, lavorato, compiuto.

M: Per carità, erano bozze, ma c’era una grande libertà, una grande giocosità, l’entusiasmo di quando conosci una persona nuova e improvvisi insieme senza nessuna velleità di fare un progetto. C’era molta anarchia dentro quelle bozze, una gioia, una spavalderia. Quando le abbiamo riascoltate, abbiamo detto: “Beh, forse questo è il centro di un disco che potremmo fare insieme. Allora può avere senso.

C: Ecco la motivazione giusta, ecco la spinta.

M: Perché figurati, ti puoi mettere a tavolino e dire “scriviamo un disco insieme”. Nulla di male. Però, per me, che sono molto romantica, sentimentale e idealista, mi è sembrata una fatalità: quando le cose si allineano da sole senza sforzo, allora lì c’è della magia. Ho pensato che significasse compiere un percorso, portare a termine qualcosa che avevi piantato inconsapevolmente 15 anni prima, senza sapere cosa sarebbe accaduto. Non sapevi se saremmo rimasti insieme, se avremmo continuato a fare questa attività o un’altra. Eppure l’abbiamo fatto, e oggi l’abbiamo portato a termine. Questo mi sembrava un atto poetico, al di là di qualsiasi altro ragionamento più concreto. Alla fine si vive di poesia, e quindi viva la poesia. Almeno io vivo di poesia.

C: Anche l’atto poetico di non aver tradito quelle canzoni. È bello pensare che ti abbiano aspettato per tanto tempo, nascoste. Perché abbandonarle? Avevano quel tipo di forza, quel tipo di dignità, perlomeno per noi, di essere lavorate, perché ci avevano aspettato. Quindi abbiamo detto: “Sì, facciamolo, perché è la cosa più giusta per loro e per noi”. Anche le canzoni non hanno tradito noi: dentro ci siamo ritrovati per quello che siamo anche adesso.

Ad esempio c’è una canzone che si chiama “Falafel”, che ha proprio un riff di chitarra registrato allora, alle due di notte, a volume altissimo, per rendere omaggio a quel momento. Quando fai delle cose belle, è giusto che non rimangano sepolte o nascoste: è bello celebrarle, dichiararle. È una cosa importante.

Quante di queste canzoni vengono da quel tempo e quante invece sono nuove?

C: Quelle di allora sono 4 se non sbaglio.

M: No, sono 5. È un 50-50 come equilibrio. Altre le abbiamo scritte in questo ultimo anno e mezzo.

C: Alcune da zero, come “Signorina Buonasera”, altre invece, tipo “Gomma Americana”, erano bozze ritrovate. Quella, ad esempio, era una bozza che aveva Letizia, poi l’ha ritrovata nel suo caveau!

M: Era un caveau accessibile, non uno scavo bizantino, ecco.

C: È stata lavorata anche con La Rappresentante di Lista, perché abbiamo fatto un giro da loro per confrontarci. Anche questo incontro andava celebrato. Oppure “Ai party migliori si resta fino alla fine”, a cui stavo lavorando.

M: Diciamo che quei brani dell’hard disk sono stati un po’ lo sprone, come se il te stesso del passato avesse lasciato al te stesso futuro una risorsa. Tipo una madre che ti mette da parte cento euro alle Poste per quando sarai grande.

Questo nuovo album piacerà di più ai fan di Colombre o ai fan di Maria Antonietta?

M: Ah, questa è una domanda difficilissima! Sarei Dio se lo sapessi, e mi piacerebbe molto, ma purtroppo non lo posso essere. Vorrei sapere tutto, per controllare tutto.

C: Però penso che le persone che ci seguono, conoscendole ai concerti e nello scambio che abbiamo con loro, a cui teniamo molto, siano molto curiose e disposte a mettersi in gioco. Quindi dico 50/50.

M: Spero apprezzino la libertà. Abbiamo fatto un disco in cui, anche nei video e nei contenuti visivi legati alle canzoni, abbiamo dato più spazio al nostro lato ironico, che nelle nostre cose individuali è un po’ meno manifesto. Non è semplice mettersi in gioco rispetto a ciò che hai fatto fino a qui, con il tuo linguaggio, il tuo modo, la tua attitudine. Nessuno ti conosce al 100%, è fisiologico. Mostrare altre parti di sé non è semplice, ma farlo insieme è stato divertente ed è stata un’esperienza di libertà. Un’occasione per uscire dal proprio comfort, che alla fine è un grande alibi per non cambiare mai.

Quindi un lavoro che ha fatto emergere lati che da soli non sarebbero usciti.

C: Sì, ed era quella proprio la sfida. Abbiamo sempre cercato di rispettare le bozze e mantenere un certo tipo di spontaneità. È sempre difficile essere spontanei, perché ti esponi a persone che non ti conoscono. Puoi sembrare anche un coglione, ma non ci interessa. L’abbiamo fatto perché ci andava, perché siamo così. Abbiamo voluto mettere sul piatto quello che siamo davvero, come coi nostri amici.

Nel primo brano, “Signorina Buonasera”, parlate della hall dell’albergo che ha fatto da contorno al vostro primo incontro. C’è qualche altro luogo fondamentale per conoscere la vostra storia?

C: Sicuramente il festival dei Vespri d’Organo, la tua fissa folle. Mamma mia, una malattia! Mi hai trascinato quasi all’inizio.

M: È un festival organistico.

C: A Pesaro.

M: La sera del primo appuntamento abbiamo fatto un trittico di luoghi del cuore. Ci siamo incontrati al negozio di dischi di Mirko Bertuccioli dei Camillas, un negozio stupendo a Pesaro, la mia città. Quello è un luogo del cuore.

C: Mirko è Mirko, è tra noi anche se adesso è nello spazio e nella luce più luminosa. Poi il secondo step, l’hotel Leonardo con il karaoke: anziani che ballano, cantano, delirio, vino in calici enormi a prezzi ridicoli. Cose insomma molto discutibili. E poi il festival organistico, appunto. Dopo l’aperitivo al karaoke, siamo andati lì.

M: Era una puntata molto densa.

C: E anche la nostra condizione era sicuramente a un certo livello…

M: C’era una lettura di un mistico medievale, Tommaso da Kempis, Imitatio Christi. Una follia. Ma il fatto che lui ha abboccato e mi ha seguito in questo posto ha fatto crescere la mia stima. Perché se è così pazzo da seguirmi in questa cosa che è estrema anche per me…

C: Ricordo anche che all’uscita di quella serata, una signora anziana ti guardò il tatuaggio di Giovanna d’Arco e lo baciò. Sì, mi ricordo questo flash.

Quindi il rapporto col sacro non era proprio identico per entrambi…

C: Più che altro il rapporto tra sacro e profano è quello che ci interessa, eravamo praticamente sbronzi quando siamo andati là dentro! Il rapporto tra altissimo e bassissimo, ridere e piangere, è ciò che ci ha accomunato. Sono quelle sensazioni che hai quando incontri qualcuno all’inizio, quelle cose che hai in comune che poi ti fregano perché ti riconosci nell’altro. Da lì nasce la voglia di rivedersi ancora, fino a oggi, 15 anni dopo.

Nell’album quanta fiction c’è? Nel primo singolo dicevate che c’era “zero fiction”.

M: Mmm… poca fiction.

C: Non avrebbe avuto senso usarne. Nel momento in cui fai qualcosa insieme e parli del tuo rapporto, non è quello appena iniziato né una storia finita. Qui si parla della vita di mezzo, tra l’inizio e il presente. Fare fiction sarebbe stato disonesto.

M: C’è sicuramente un grande investimento emotivo. E per me l’investimento emotivo passa dall’onestà. È difficile per me fare fiction: preferisco tradurre esperienze e sentimenti vissuti. In un disco come “Luna di Miele” sarebbe stato senza senso inventare. Avevamo già molto materiale!

Avete discusso o litigato su qualche punto?

C: Sicuramente sì: magari lei non sopportava la mia saccenza e convinzione, io la sua permalosaggine. Ma la cosa che ci tiene insieme da 15 anni è che, nonostante le discussioni, ci ritroviamo d’accordo nelle scelte.

M: Sinceramente non ci sono stati grossi accanimenti, anzi: ci siamo trovati allineati anche su scelte estetiche, che non è per niente scontato. Spesso gli scontri nascono quando i gusti non si matchano.

C: Non ci sono stati nemmeno troppi compromessi: semplicemente sappiamo quando mettere da parte l’ego. Se avessimo fatto questo disco appena conosciuti, ci saremmo probabilmente lasciati. Ora, invece, dopo tanti anni insieme, sappiamo quando metterci da parte perché ci fidiamo: sappiamo che dove non arriva uno, arriva l’altro.

E invece fuori dalla sala prove su cosa litigate?

C: Un delirio!

M: Discutiamo solo di canzoni: questo è il dramma!

C: Non essendoci fiction, dentro c’è tutto, e ci ragioni giorno e notte. Quando arriviamo alla saturazione, prendiamo e andiamo al vivaio, o al mare, o a fare una passeggiata. Ci servono diversivi.

Com’è fare musica in provincia, in un’industria così Milano-centrica?

M: Sicuramente è una scelta politica. Credo che la creatività funzioni meglio lontano dai luoghi industriali e di mercato. Per forza di cose assorbi. Penso che la creatività funzioni meglio quando è libera di andare, senza troppi dati, troppi frame, troppi discorsi da addetti ai lavori.

C: In provincia hai la possibilità di fallire, ricominciare, prenderti il tuo tempo. Per noi è fondamentale, perché ci dà spazi e tempi più dilatati. Io, come Letizia, ho maturato un profondo rispetto per la musica: per farla serve il proprio tempo, la ricerca… in provincia questo riusciamo a farlo, abbiamo i giusti spazi. Se da piccoli era noia, oggi è attenzione ai dettagli. Certo, perdi un po’ del flusso di Milano o Roma, dove accadono cose bellissime. Il trucchetto è alternare: ogni tanto passare in città, poi ritornare al mare.

Maria Antonietta ha avuto la sorpresa di aprire il concerto di Lana del Rey. Colombre invece che concerto sognerebbe di aprire?

C:  Più che sogni, solide realtà! Io ho avuto la fortuna e il privilegio di aprire il concerto di Mac DeMarco nel 2017. Sono esperienze formative dove vedi cose che ti segnano. Ricordo che, finito il mio set, lui saliva sul palco a montare la pedaliera e mi ha accolto con le braccia aperte, dicendo: “Bellissimo, bro, hai spaccato, si vede che hai dato tutto”. C’era della complicità, una bellissima sensazione.

Detto da un artista che stimi è una cosa che porti nel cuore. Ti insegna che la musica è scambio: con il pubblico, con chi la fa, con chi suona con te. È una questione di rispetto, di capacità di ascolto.

M: E soprattutto di umanità. Certo, esiste un mercato e un business, ma al fondo di tutto la musica è umanità. Da lì non puoi prescindere.

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