Dall’alto della tribuna stampa, sotto il cielo del Meazza, sembrava di guardare un film. Uno di quelli che iniziano con un’inquadratura larga sulla città, poi si stringono su un ragazzo, un sogno e una sera d’estate. Il ragazzo è Jacopo Lazzarini, Lazza. Il sogno è San Siro. La sera è ieri, il 9 luglio 2025: un punto di non ritorno nella carriera di un ragazzo che si fa largo per affermarsi tra gli artisti più importanti della scena italiana.
Ore 20:30. Come a ogni grande partita del Milan, è Germano Lanzoni a scandire il rito: “Signore e signori, ecco la formazione della serata”. E già si capisce che qui il calcio c’entra, ma solo fino a un certo punto. Perché questa è una partita diversa: non c’è una squadra da battere, ma un mondo da raccontare.
Il primo tempo si apre con “Ouverture 3”, “Abitudine”, “Molotov”. L’energia è immediata. “Zonda” fa esplodere il parterre: si formano cerchi, si balla, si salta, si urla. È l’inizio di un viaggio in sei atti, disegnato come un’opera teatrale contemporanea.
Lazza piazza un assist emozionale
Poi “Re Mida”, un pezzo diventato iconico, in cui Lazza “incide” versi come graffiti sulle pareti dello stadio:
“Faremo un pic-nic sulla mia camicia Burberry… Sperando che non piova come a Carnaby…”
Canta di arte di strada e gallerie, di promesse da mantenere e congiuntivi sbagliati per licenza poetica. È un flusso di immagini potenti, rime taglienti, sarcasmo e verità. E mentre rappa “Mamma, ti regalerò una Birkin”, ecco il primo momento davvero personale della serata: chiama sul palco sua madre e quella promessa la mantiene, consegnandole la borsa in diretta.
Da lì in poi, l’atmosfera cambia registro, senza mai perdere coerenza. In “Casanova” entra Artie 5ive, poi “Certe Cose”, “Mob” con Salmo e Nitro, fino a “Mezze Verità” con Kid Yugi, brano che tra beat e ferite aperte diventa quasi un grido sussurrato.
“Non mi regalare fiori, perché sono ancora vivo” canta in “Portocervo“, e tutto si fa più nitido. Quel brano racconta l’evoluzione, personale e artistica: “Prima non avevo un euro”, “Ti porterò su uno Yacht, ma ci vorrà ancora un po’”. Un’ode alla crescita, ai sacrifici, alle fragilità mascherate da forza.
OK ZZALA diventa un simbolo vivente
Tra “Panico” e “Verdi nei Viola”, il primo grande cambio look: Lazzinho si presenta in black, papillon e cappello con la J, Jacopo, el jefe. È tempo di “Ouverfour“, e dal pubblico si alza l’imponente coreografia “OK ZZALA” che coinvolge tre anelli dello stadio. Un colpo d’occhio potente, simbolico, costruito per restare nella memoria. Ovviamente tutto rossonero.
Segue un momento più raccolto: “Senza Rumore”, accanto a Greta, la sua fidanzata e mamma del piccolo Noah. Lazza si siede al piano e duetta con Tedua in “Catrame”. È uno dei segmenti più intimi e intensi del concerto: il palco si restringe, il cuore si allarga.
Dopo una breve pausa, cambia ancora. Entra in scena in pantaloncini bianchi e maglia del Milan con “TINO 1” stampato sul retro. Ai lati, Low Kidd e Drillionaire alle console: è il momento con DJ Set. Il blocco è una scarica di energia urbana: “J”, “24h”, “BBE” con Anna, “No Insta” con Jake La Furia ed Emis Killa, “Gigolò” con Capo Plaza, “Honey” con Tony Effe e ancora Plaza.
E poi la sorpresa: “Superman”, un brano che non eseguiva più live da anni. È una carezza per i fan della prima ora. Si arriva a Lario con Fibra, “Piove” e “G63” con Sfera e Shiva.
Da Jacopo a Lazza: un percorso di cuore, carriera e radici sul palco
La scaletta è infinita, pensata per non lasciare nulla indietro. Ma mai dispersiva. Ogni pezzo è al posto giusto, cucito su un racconto più grande. Poi tutto si ferma. Parte un video: un bambino suona il piano. È lui. Il piccolo Jacopo. E quando riappare, lo fa con un nuovo completo: gilet, cappuccio, occhiali. È il momento dell’atto orchestrale.
Sul palco, l’Orchestra Sinfonica di Milano accompagna “Zeri in più” insieme a Laura Pausini, al centro della passerella a forma di “J”. Un abbraccio tra mondi diversi, un duetto impeccabile che trasforma lo stadio in un teatro. La tensione non cala mai. In sequenza arrivano “Hot”, “Ghetto Superstar” con Ghali, il video di Amici come prima, un manifesto d’appartenenza alla 333Mob.
Poi ancora colpi al cuore: “Alibi”, Fentanyl, “Gucci Skimask”, “Nessuno” e “Chiagne” con Geolier, fino a “Cenere”, in un “duetto” toccante con la nonna sul palco.
In “Canzone d’odio” e “Uscito di galera” l’atmosfera si fa densa. Poi arriva “-3” con Marracash, come un sigillo a un racconto generazionale.
Lazza prende fiato, ringrazia. Lo fa con una lucidità rara. Non dimentica nessuno: dai facchini all’orchestra, dalla sua crew al suo pubblico. È emozionatissimo. Arriva “Morto mai”, “100 Messaggi”, “Dolcevita”. Prima di quest’ultima toglie gli occhiali per la prima volta. Si vede tutto: gli occhi lucidi, la gratitudine, il peso di quello che sta succedendo. Dice:
“Le cose belle si fanno in famiglia. Questo è il secondo giorno più bello della mia vita. Il primo giorno bello è stato quello in cui è nato mio figlio.”
Poi un applauso scrosciante, mentre sul palco sale il padre. “Lui è la vera leggenda”, dice Lazza, e si vede che non sta recitando. Ha mantenuto quella promessa fatta al padre durante un derby due anni prima. “Tra due anni tutto questo sarà mio”, e quella promessa l’ha davvero mantenuta.
A chiudere è “Ferrari”, il suo inno alla corsa, alla rivincita, alla libertà.
Lazza conquista San Siro
Quello che Lazza ha portato a San Siro non è stato “solo” un concerto. È stato un rito di passaggio, un manifesto autobiografico, un viaggio musicale dentro il suo mondo, duro fuori, ma con un cuore d’oro dentro.
La macchina produttiva, mastodontica, ha trasformato lo stadio di San Siro in una metropoli visiva, mutevole e simbolica. Sei schermi in movimento, una passerella a forma di “J”, effetti scenici a non finire, una band dal vivo, due DJ, dodici orchestrali. Quattro look pensati per raccontare quattro anime.
Tutto pensato nei minimi dettagli. Tutto, però, tenuto insieme da una sola cosa: la verità. Jacopo non ha mai nascosto chi è. È il ragazzo cresciuto tra il pianoforte classico e le battle di freestyle. È quello che sbaglia i congiuntivi ma scrive versi che restano.
A San Siro, Lazza ha fatto vedere tutto: la rabbia, la dolcezza, la fatica, la gratitudine. In una parola, sé stesso. E noi abbiamo visto il sogno di un ragazzo diventare realtà. Anzi: leggenda.
Ph. Francesco Prandoni










