FRESH TALENT: Samuel Costa

da | Lug 1, 2025 | FRESH TALENT

Uno, nessuno e Samuel Costa

Samuel Costa ha un’identità così sfaccettata che è impossibile da definire.
Ha i tatuaggi in faccia e una gentilezza sincera.
Nasce con un rap scanzonato, strizza l’occhio alla trap, ma dedica il suo nome d’arte a Gil Scott-Heron, icona del soul (ma anche padre spirituale dell’hip-hop).

Entra nel mondo rap sfottendone i cliché, usa la fotografia per raccontare le peripezie della sua vita.

Quando il mondo intorno a sé si colora di sfumature troppo lontane dalla propria identità, mette un punto. Tenta più volte di andare a capo, poi smette e guarda altrove. Serve un progetto fotografico lungo quasi 3 anni per riportarlo alla musica. Lo chiamano destino, o forse è uno di quei viaggi necessari per tornare alla partenza purificati, diversi.

Samuel torna a sé stesso, al suo nome, alle sue origini. Canta storie in italiano in salsa dominicana, come la comunità con cui è cresciuto nel cuore di La Spezia. L’integrazione tra diverse identità.

“Il cantastorie”: come altro poteva chiamarsi la rinascita sotto forma di EP? Abbiamo chiesto a Samuel Costa di raccontare qualcosa anche a noi.

L’intervista a Samuel Costa

Come si è arrivati da Samuel Heron a Samuel Costa? 

Esternamente è stato molto repentino il percepito di questo cambiamento. In realtà è frutto di una naturale esigenza, arrivata internamente passo dopo passo, di arrivare veramente all’essenza di ciò che sono in questo momento. Poi chissà in futuro… Vabbè, Samuel Costa è il mio nome anagrafico, quindi da lì non scappo…

È il desiderio e l’esigenza di comunicare ciò che è l’essenza primaria, tolte tutte le frivolezze del passato che mi potevano appesantire. Anche un nome come quello di Samuel Heron poteva farmi da zavorra, sia per questioni mie personali, creative… se vogliamo, esoteriche. E anche perché ero conscio del fatto che quel nome ha rappresentato una specifica identità, mi sarei portato dietro una sorta di freno.

C’è stato un momento in cui hai deciso di dare questa svolta, oppure è stato un qualcosa che è maturato più in maniera sfumata?

È arrivata nel 2020 questa esigenza, l’avrei già voluta palesare nel 2020. All’epoca mi trovavo discograficamente legato contrattualmente a una major che non ha compreso il cambiamento, e quindi di conseguenza c’è stato un cambio musicale – diciamo così – stilistico, però con il vecchio nome.

Già con “Triste” (2019, ndr) c’era stato un occhiolino verso altri mondi musicali. Nel 2020, quando c’è stato proprio l’exploit del mio ritorno, della mia riscoperta, della mia voglia di esprimere una parte più cantautorale, più legata a un aspetto folkloristico del far canzone, mi trovavo col nome di Samuel Heron. Mi sono trovato un po’ a metà: tra il sentirmi ancora e l’essere percepito come quello che ero prima, e quello che già ero diventato.

Tornando indietro, affronteresti prima questo percorso di cambio identità?

Allora, io rinnego molto ciò che creo. Rifiuto molto di ciò che faccio. Che sia un progetto fotografico, una canzone… Sono maestro nell’autosabotaggio in questo. Con il tempo riesco a spurgare questa sorta di contorsione mentale e allora riesco ad apprezzare. Quindi ti dico: no, assolutamente. In quel momento mi era stretto il nome Samuel Heron, però non guardo con disdegno ciò che ho fatto e ciò che è stato, assolutamente.

C’è qualcosa che ti sarebbe piaciuto fosse andato diversamente nel passaggio da Samuel Heron a Samuel Costa?

L’unica cosa che mi avrebbe fatto piacere, non nego a dirlo, sarebbe stato un cambiamento meno repentino nel percepito esterno, cioè del pubblico, degli ascoltatori, di chi ha seguito il mio percorso. Questo è stato frutto di un limite discografico-lavorativo, per il quale si è passati da un Samuel Heron che faceva rap a un Samuel Costa in tutt’altra veste. Però in realtà, internamente, è stato un processo naturale, figlio veramente dell’esigenza creativa.

Sei tornato alla provincia dopo un po’ di anni a Milano. Com’è stato il passaggio?

Vivo il mio dualismo cosmico tra Lucca e Spezia. La meta primaria della fuga milanese è stata Lucca, perché mia moglie è di lì. C’era il desiderio di scoprire altri posti, di cercare una dimensione anche più “paesana” – passami il termine.

Milano l’ho vissuta quasi dieci anni, in varie sfaccettature, in vari strati della società milanese, e mi ero un po’ stancato. Cercavo una parte più umana, una quotidianità più… sì, “paesana” è il termine migliore. Non l’ho azzeccata in pieno, perché si dice dei liguri, ma in realtà i lucchesi sono molto più chiusi! Non ho fatto proprio bingo, su questa cosa (ride). Però la vicinanza tra Lucca e Spezia è minima, quindi vivo la parte più familiare e tranquilla a Lucca, mentre la parte delle scorribande, la mia pirateria, la faccio a Spezia. La mia identità si sprigiona sicuramente a Spezia.

A livello musicale invece? Milano probabilmente è un mondo a parte rispetto al resto d’Italia. Come hai vissuto questo spostamento, e come vivi la realtà musicale di provincia?

Ovvio che un certo tipo di aspetto più lavorativo, più pratico, sicuramente Milano lo muove. C’è una struttura discografica, di networking. Però nella mia ricerca – che non è solo musicale ma anche di vita – questa scelta è stata premiante. Nella Milano che vivevo io, e che mi viene ancora raccontata da colleghi o addetti ai lavori, c’è un appiattimento di pensieri.

Si sgomita molto, ci si schiaccia a vicenda. È una città che richiama persone con obiettivi, ma spesso si creano rapporti umani basati sull’interesse, sulla sopraffazione del prossimo. Tutto questo l’ho rifiutato, non è nella mia natura. E poi c’è l’appiattimento di idee: si frequentano i soliti posti, i soliti circolini, le solite chiacchiere. Manca l’aspetto geografico-identitario.

Anche altri artisti fanno fatica, ma se riesci a mantenere un piede nella tua essenza – anche geografica – ottieni una differenza creativa. A Milano ci si assomigliava un po’ tutti. Io non potrò mai fare musica come uno di Catania che vive a Catania: avrà un turbinio di vita diverso. Così come uno spezzino, o uno di, boh, Borgo Panigale! Questo dà identità.

Più persone con cui mi sono confrontato mi hanno detto che li ho ispirati a rischiare, ad uscire da quel sistema che sembra indispensabile. In realtà non lo è: c’è fermento, c’è sottobosco. È più una percezione, una paura di staccarsi dalla grande madre Milano. Ma io ho trovato tantissima linfa e vita artistica.

Spesso tante situazioni interessanti in provincia non sopravvivono alla mancanza di pubblico e di luoghi che permettano loro di esistere.

Va costruito, non è scontato. Ti faccio un esempio non musicale, ma fotografico: ho fatto un progetto sulla comunità dominicana di Spezia, durato due anni. È diventato un libro e alcune mostre. La prima inaugurazione, il “matrimonio spezzino”, l’ho fortemente voluta a Spezia.

Persone della mia età non avevano mai organizzato un evento culturale di questo tipo. Ho dovuto spiegare cos’era una mostra: “Samuel, ma cosa devo venire a fare?” A Milano è la normalità. Però quell’evento ha fatto scaturire altre 700.000 cose, da altri creativi. È servito come seme. Il terreno è fertile, secondo me.

Il tuo rapporto con la comunità dominicana è sempre esistito, ma nell’ultimo disco è davvero esploso. Com’è nato questo legame?

In maniera scherzosa, qualche mio amico dominicano mi dice: “Sei più dominicano di me, mangi più pollo fritto di noi!”

Io penso che sia una fortuna di chi è nato a Spezia. Ho vissuto in modo naturale il melting pot. Alle elementari e alle medie avevo compagni dominicani. Era la normalità. Non gli ho dato peso. L’ho vissuta negli anni, già con la danza, l’amore per il pop, i primi approcci col rap, amici produttori dominicani… ma non ci facevo caso.

Mi sono accorto della ricchezza solo dopo, quando sono tornato da Milano. Ritornando a vivere Spezia, ho detto: “Cavolo, va raccontata questa cosa.” Per me era normale, ma è qualcosa di speciale.

Avevo smesso di fare musica per varie vicissitudini discografiche. Mi ero disintossicato. Chi mi ha riportato in studio, quasi forzandomi, sono stati proprio amici dominicani: Blaze Drumz, Francis La Potencia… Mi hanno spronato. È stato un ritorno attraverso la fotografia: raccontando fotograficamente i luoghi e le persone, sono tornato alla musica.

È nato tutto in maniera naturale. Ma nel 2021 ho capito che andava raccontato.

Quindi c’è stato un momento in cui eri davvero convinto che non avresti più fatto musica?

Sì. Ho dovuto sancire anche un giorno, è stato per un discorso di benessere mentale. Non volevo rimanere appeso in un limbo di situazioni che viravano contro. Mi ricordo che dissi: “Da giovedì prossimo non farò più musica.”

Ora lo dico con un sorriso, ma è stato un periodo molto intenso. Mettere da parte un’esigenza così grande è difficile. Al di là dell’aspetto lavorativo – che può cambiare, è una giostra – c’era il bisogno espressivo. Non riuscire a esprimere le tante idee che avevo in quel momento mi ha dilaniato.

Quindi ho detto: “Da oggi non farò più musica.” E ufficialmente, dal 2020 al 2023, per tre anni praticamente non ho praticato.

In quel momento sentivi che il modo in cui volevi esprimerti non rispecchiava più la tua identità?

No, semplicemente non avevo trovato le persone giuste con cui costruire un percorso musicale – non discografico, ma musicale.

Il mio percorso è fatto di viaggi tumultuosi, tempeste. Ma lo racconto con fierezza, perché mi hanno arricchito. E almeno ho qualcosa da dire. Certo, nel momento in cui vivi il temporale, ti chiedi il perché. Per fortuna, in molti casi sono riuscito a dare un perché. Magari l’ho cucito romanticamente, per sdrammatizzare.

Non è che ho deciso di non fare musica per capriccio. C’erano veri bastoni tra le ruote. Ma parallelamente è entrata la fotografia, a gamba tesa, e col senno di poi dico: “Ecco perché doveva succedere.”

Ti ha sbloccato, insomma.

Esatto. È stato quello.

Quindi in quegli anni ti sei dedicato alla fotografia?

Sì. Mi sono ritirato nella mia grotta, anche a livello personale. Sparito su più fronti. Anche dai social: ho disinstallato Instagram per quasi un anno.

Da quell’esigenza è nato il mio primo libro fotografico, Stories. Sentivo il bisogno di raccontare la mia vita, le mie conoscenze, le mie peripezie. Ho scattato tutti i giorni della mia vita, qualsiasi cosa facessi: vicoli di Genova, momenti quotidiani… tutto. Il libro è in formato verticale, come le stories di Instagram.

Ho ricreato un oggetto fisico che imitasse il packaging di uno smartphone. In maniera cronologica, si vede la mia vita per sei mesi. E le stories, a differenza di quelle digitali, non si cancelleranno in 24 ore.

Se non avessi trasformato quel rifiuto in qualcosa, sarebbe stato solo un danno. Invece è diventato qualcosa di interessante. Ci si prende anche dei rischi, ad essere liberi.

I suoni del nuovo EP si presterebbero bene anche ad altre lingue, tipo lo spagnolo. Hai mai pensato di scrivere in altre lingue?

Faccio un piccolo passo indietro. Già dal 2010, lo slang dominicano era nel mio modo di esprimermi, perché lo sentivo parlare dagli amici.

Mi è sempre piaciuto, l’ho sempre parlicchiato. Dopo due o tre bicchieri di vino, magari parlo in dominicano, anche se in modo maccheronico (ride). Far canzone è più facile in spagnolo. Mi viene più naturale.

Dell’italiano, invece, me ne sono appropriato. Io parlo così. Non faccio il dotto nelle canzoni. Sono dell’alberghiero, non ho fatto licei di rango. Quindi anche far canzone in italiano, usando un certo linguaggio, è importante per me. L’estetica può trarre in inganno: nei video c’è la mia banda, che è dominicana – anche se sono più spezzini di me – ma le canzoni sono molto italiane. C’è lo stornello, le chitarre, c’è proprio una struttura di far canzone molto nostra.

Lo spagnolo entra nell’estetica, ma l’italiano è fondamentale. Anche se è una lingua stronza da scrivere, grammaticalmente parlando.

È traviante l’estetica. Però quella è la mia vita. Mentirei a usare comparse diverse, sarebbe una mistificazione.

L’EP si chiama “Il Cantastorie”. Raccontaci una delle storie più assurde che hai vissuto. Se è legata a una delle canzoni, meglio ancora.

Carmela… in parte l’ho già raccontata, ma può arricchire la narrazione. Il brano “Carmela” nasce da un mio amore per Genova. Io sono un frequentatore assiduo dei vicoli genovesi. Senza scopi specifici: mi ci perdo, li vivo, li assorbo.

Anni fa passo in un vicolino e attacco bottone con una signora che “faceva il mestiere” – una delle ultime italiane. Bassettina, magra, con le gambe a ferro di cavallo. Una tipetta tutta secca. E attacchiamo a parlare. Poi la sera vado all’Ostaia Cicala, un baretto nei vicoletti, che è di una mia amica. Racconto di aver incontrato questa donna, e loro subito: “La Carmela! La Carmela!”

Il giorno dopo torniamo a cercarla. Io avevo la mia macchinetta fotografica, volevo farle una foto. Però lei non voleva. Parte allora una scommessa: le dico che se mi faccio un tatuaggio in suo onore, allora lei accetterà di farsi fotografare.

Io il tatuaggio l’ho fatto – ce l’ho sulla gamba, ma non sono mai più tornato a mostrarglielo. Da lì è nata la canzone. Non è una storia incredibile ma rappresenta Genova e il mio amore per la città.

Ultimamente non ho più notizie di Carmela. Si dice sia andata in pensione… se si possa andare in pensione da quel mestiere non lo so. Ma qualche anno fa aveva già sessant’anni, quindi ci sta.

Genova ti fornisce sempre storie incredibili, eh?

Sì, tantissime. Te ne racconto un’altra, del passato. Io ero nei Bushwaka, un duo musicale con Mike. Eravamo outsider nel rap: esteticamente, musicalmente, comunicativamente. Non fummo accolti a braccia aperte.

Avevamo tatuaggi in faccia già nel 2013, mettevamo la danza nei videoclip… cose mai viste prima. Una rottura punk, lo rivendico con orgoglio.

C’era questo evento, Hip Hop TV, un mega concerto al Forum di Assago. Non ci invitarono per due anni. Al terzo “forzammo la mano” e alla fine ci fecero partecipare. Facemmo uno show coi fiocchi, con ballerini, cambi d’abito…

Ma sapevamo di non essere benvoluti. Così, per protesta, ci siamo spogliati sul palco. Proprio completamente. Avevamo pantaloncini a strappo, li abbiamo tolti davanti a 10.000 persone. Avevamo anche il nome del gruppo scritto sulle chiappe.

Poi siamo scappati nel backstage, nudi. Il questore andò a vedere i filmati, perché c’erano dei minori. Ma noi fuggimmo via in macchina. Nessuno ci prese. Nessuna denuncia. Fu un’azione sovversiva, un “so che non mi volevi, e ti tiro fuori il pisello sul palco.”

Ovviamente da lì ci siamo bruciati tante opportunità lavorative. Ma ci sta. Fu un atto creativo. Il pubblico lo percepì così. Un gesto di rottura contro un sistema che non ci accettava.

Il tuo percorso mi ha ricordato quello di Post Malone: dalla trap a un folk più cantautorale. Tu però lo hai fatto prima. Cosa pensi della scena trap oggi? Ti ritrovi in ciò che diceva Francesco Bianconi, che è rimasto deluso da una certa ripetitività tematica?

Penso questo: quando si raggiunge uno status comodo, è difficile lasciare la poltrona. Vale per la musica, la politica, tutto. Si è creato un sistema, un’industria, un’economia attorno alla trap. Lo capisco.

Ma dal punto di vista creativo, musicale, penso che si sia esaurita la parte interessante. E lo dico da fanatico. Io ho scoperto l’hip hop nel 2002, non sono figlio di questa era. Sono passati 23 anni. Ne ho viste tante.

Musicalmente e a livello di testi, vedo un appiattimento. Io ho 34 anni, posso recepire anche testi violenti, spregiudicati. Li filtro con la mia consapevolezza. Ma un dodicenne non può. Non ha gli strumenti. È un problema di chi fruisce, non di chi crea.

Io sono fan anche di artisti attuali, eh. Ascolto sia musica profonda sia “cagate”. Mi intrattengo. Ma vedo con dispiacere l’impatto sociale su un pubblico troppo giovane. Un po’ più di controllo ci vorrebbe. Non censura, ma tutela.

Tipo accesso ai contenuti vincolato all’età, come avviene per altre piattaforme?

Esatto. Le piattaforme potrebbero permettere l’accesso solo con account verificati, ad esempio da maggiorenni. Non si può chiedere a un artista di non esprimere rabbia, ma la rabbia va incanalata. Se è fine a sé stessa, genera solo degrado culturale e sociale.

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