“1998” – il release party: Coez riavvolge il nastro e ci canta addosso la sua generazione

da | Giu 12, 2025 | #Cromosomiintour

Con 1998, Coez apre un varco tra il presente e gli anni che l’hanno formato, trasformando la musica in un rifugio. Un ritorno alle radici: emotive, sonore, umane.

Roma, 11 giugno. Non effetti speciali, droni o led accecanti. Solo una quarantina di persone, un bus vintage personalizzato con la copertina dell’album e un pub nascosto tra le vie di una città che, anche di notte, non smette mai di raccontare. Al Nag’s Head Pub, Coez sceglie di presentare il suo nuovo disco 1998 come si fa con le cose che contano davvero: in piccolo, ma in profondità.

Lontano dai riflettori artificiali, questo release party si mostra più una veglia tra amici che un evento promozionale.

Un momento sospeso, in cui il tempo smette di correre e comincia a tornare indietro. Quello stesso tempo a cui Coez dedica l’intero progetto.

1998, in uscita il 13 giugno per Warner Music Italia, è il suo settimo album in studio e suona come un diario aperto lasciato sul tavolo, tra pagine strappate e frasi evidenziate.

Coez non rincorre mode né trend: torna alle sonorità anni ’90 che hanno segnato la sua adolescenza, mescolando pop malinconico, atmosfere urban e liriche che sembrano sussurrate a una persona sola, ma parlano a tutti.

Durante la serata, l’artista esegue diversi brani del nuovo disco. “Mal di te” e “Ti manca l’aria”, i due singoli già noti, aprono le danze, ma è con “Estate 1998” che il silenzio si è fa più spesso. Una canzone intima, sofferta, che racconta la perdita di un amico in modo diretto, senza retorica. È la colonna sonora di un’estate che non se ne va mai davvero, perché certe ferite restano sotto pelle.

Poi, la sorpresa: Franco126 spunta dal nulla e i due intonano “Roma di notte”. Le loro voci si rincorrono tra nostalgia e ironia, come se stessero passeggiando per Trastevere alle due del mattino. È un duetto che sa di cinema indipendente, di bicchieri mezzi pieni e mezze verità sussurrate con affetto.

La chimica è palpabile, come sempre tra due artisti che condividono molto più che il palco.

Tra le nuove tracce ci sono anche “Mr Nobody”, “Inverno 1998”, “Non dire di no” e “Il tempo vola”, titoli che sembrano evocare luoghi emotivi prima ancora che melodie. E poi i classici, quelli che non possono mancare: “È sempre bello” e “La musica non c’è”, cantati con la stessa sincerità di chi sa che certe canzoni diventano parte della vita degli altri e smettono, in fondo, di appartenerti del tutto.

In platea, mescolati ai fan, si notano anche Giorgio Poi e Fulminacci. Non un’apparizione casuale, ma una sorta di passaggio di testimone tra artisti che usano le parole come chiavi per aprire stanze chiuse da tempo.

Con 1998, Coez ripesca suoni del passato, li ricuce addosso al presente e crea un disco che è rifugio, memoria, ma anche slancio verso ciò che ancora non conosciamo.

Dopo 15 anni di carriera, 63 dischi di platino e 23 d’oro, Coez dimostra che non serve cambiare pelle per restare rilevanti. Basta continuare a raccontare la verità, anche quando fa un po’ male.

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