Nel cuore di una Roma che sa essere mistica e cruda, poetica e popolare, Ketama126 torna a raccontarsi con 33, il nuovo album uscito venerdì 23 maggio per Epic Records/Sony Music Italy. Un numero che richiama l’età di Cristo, ma anche una rinascita personale e artistica, dopo tre anni di silenzio discografico.
Ad anticiparne l’uscita era già stato il videoclip della title track, “33”, pubblicato su YouTube. A condividere la scena con Ketama, in un intrigante gioco di riflessi e alter ego, c’è Asia Argento, icona del cinema italiano, musa perfetta per l’atmosfera torbida e decadente del video. Il regista TrashSecco (Francesco Pividori) firma la regia, mentre la produzione è a cura di Illmatic (Overtake Production): un nightclub fumoso, sguardi taglienti e una Roma notturna fanno da cornice a un brano che è molto più di una semplice canzone.
“Quest’anno c’ho gli anni di Cristo”, ci dice Ketama, e questa frase basta a spiegare l’anima di 33: un progetto profondamente autobiografico, che attraversa il confine tra la perdizione e la salvezza, tra il sacro e il profano, tra la balera di periferia e l’eredità di Gabriella Ferri.
Un disco come un’odissea romana
L’album si apre con “INTRO (RESURREZIONE)”, brano-manifesto che riflette sul tempo, quello sprecato, quello rubato, quello che non torna. “Se fosse denaro si potrebbe comprare…ma ora è tempo di risorgere”, recita Ketama con voce roca e sguardo rivolto all’alto, tra citazioni implicite a Califano e Battisti. La sua è una resurrezione laica, concreta, fatta di errori metabolizzati e cicatrici trasformate in parole.
Segue “LUNA CHIARA”, un’ode alla nostalgia più feroce, in cui la luna non è un simbolo romantico ma un giudice implacabile che osserva dall’alto. “Maledetta luna, chi te credi di essere?”, è una strofa che restituisce tutta la rabbia e il disincanto di un amore finito, tra docce che lavano via le lacrime e un cuore che batte al ritmo dei ricordi.
Nei solchi dell’album si sente la voce di Roma, è città madre, amante, maledizione. “LA CACIARA” riprende l’eredità della canzone popolare romanesca, mescolando poesia urbana e ironia amara, mentre “BALLA DA SOLA” è il ritratto di una femme fatale che seduce e punisce, come certe notti che sembrano eterne.
In “NOTTE SERENA SKIT”, Ketama si prende una pausa per lasciar parlare l’essenza stessa della romanità: un momento teatrale, intimo, autentico. Ma 33 è anche un disco di confessioni: in “UN TESCHIO E UN FIORE”, “ALLA FRONTIERA”, “CHE NE SO” e “VA BENE COSÌ”, Ketama si misura con le sue fragilità, scavando tra domande esistenziali, disillusioni e redenzioni possibili. È la voce di chi ha imparato cadendo, ma non si è mai fermato.
A chiudere il cerchio è “FIORI TRASTEVERINI 2025”, rifacimento in chiave contemporanea dell’iconico brano di Gabriella Ferri. Un omaggio a Roma e alla sua tradizione musicale, reinterpretata con rispetto e orgoglio. Qui Ketama si fa ponte tra passato e presente, tra le serenate di ieri e le notti insonni di oggi.

33 segna la fine di un’epoca, l’inizio di un’altra
Abbiamo chiacchierato con Ketama in occasione dell’uscita del suo nuovo disco 33 per approfondire il progetto che segna un punto di svolta nella sua carriera. Insieme abbiamo ripercorso le tracce che compongono l’album, scavando tra riferimenti, omaggi alla romanità e nuove scelte. Un dialogo sincero in cui l’artista si è raccontato, riflettendo sulla propria evoluzione personale e musicale.
33 è un numero simbolico, che richiama l’età di Cristo ma anche un momento di passaggio. In che modo senti che questo disco segna una tua morte e rinascita personale?
“Dal punto di vista musicale, questo disco segna la fine di un capitolo. Non escludo che un giorno potrei anche tornare indietro, ma per ora la direzione è chiara: voglio fare musica suonata, con una band. Voglio portare sul palco spettacoli veri, suonati dal vivo, con un’energia diversa rispetto a quella da studio. Sul piano personale, invece, sento che i 33 anni rappresentano davvero un momento di passaggio. È un’età in cui, almeno per me, alcune cose che prima mi divertivano ora non mi interessano più. Ho bisogni diversi rispetto ai vent’anni. Continuo a ragionare allo stesso modo, ma mi rendo conto che non sono più attratto dalle stesse dinamiche. È anche una riflessione più ampia sui tempi in cui viviamo, dove spesso i cinquantenni si comportano come ragazzini. Forse è proprio per questo che facciamo fatica a crescere, come individui e come società”.
Nel brano d’apertura, “INTRO – RESURREZIONE”, dici “il tempo speso male non te lo rimborsa nessuno”. Qual è, oggi, per te il tempo ben speso?
“Se a 33 anni cercassi ancora di essere il me di vent’anni, senza evolvermi, sarebbe tempo perso. E oggi il tempo ha per me un valore molto diverso rispetto a prima. Quando ne avevo venti, non me ne rendevo conto. Ora, invece, ho la consapevolezza che il tempo è prezioso, e che non voglio sprecarlo. Non ho più voglia di fare compromessi, né di accontentarmi. Se una cosa non mi piace e non serve a nulla, non la faccio. Voglio dedicarmi solo a ciò che ha davvero senso per me. Questo disco ne è la prova concreta”.
La malinconia è una costante nei tuoi testi, ma mai fine a sé stessa: sembra piuttosto il filtro attraverso cui leggi il mondo. Che rapporto hai con la solitudine?
“So stare da solo, e in molti momenti lo desidero. Mi piace, ci sto bene. Ma proprio per questo, ogni tanto, ho paura. Non ora, nell’immediato, ma guardando al futuro. Come diceva Califano: ‘Si scrive solitudine, ma si legge libertà’. Per me è spesso così: per vivere la mia libertà, accetto la solitudine. Però la mia paura più grande è ritrovarmi un giorno, da vecchio, davvero solo. Senza una famiglia, senza qualcuno accanto. Oggi la solitudine la scelgo. Ma domani? Quando magari non sarà più una scelta, ma una condizione? Ecco, questa è una paura che mi porto dietro”.
Dalla tangenziale a Trastevere, passando per le balere e i bar di quartiere: 33 è anche un atto d’amore per Roma. Cosa significa per te oggi essere romano? Qual è la parte di Roma che ami di più?
“Essere romano significa portarsi dietro una certa malinconia per il passato. Noi romani siamo fieri della nostra storia, ma anche consapevoli che quella grandezza appartiene a un tempo che non c’è più. La verità è che oggi faccio fatica ad amare la Roma di adesso. Le parti che mi emozionano di più sono quelle che evocano ciò che la città era un tempo. Sono cresciuto a Trastevere, e già negli anni ’90 mi dicevano che ‘non è più come una volta’. Le canzoni di Lando Fiorini, quelle degli anni ’60, parlavano già della Roma sparita. È una nostalgia cronica. Ho l’impressione che più passa il tempo, più Roma perda qualcosa di sé. Quindi, se devo dirlo sinceramente, oggi non amo nulla della Roma attuale: tutto ciò che amo appartiene al passato”.
Nel rifacimento di “FIORI TRASTEVERINI” rendi omaggio a Gabriella Ferri. Cosa ti affascina della tradizione romanesca?
“‘FIORI TRASTEVERINI 2025’ è nato partendo dalla versione di Gabriella Ferri: ho cantato sulla sua strumentale, poi ho completamente rifatto la base, rielaborandola in chiave elettronica. Quello che mi piace della tradizione romanesca è l’attitudine: leggera, ironica, a volte anche un po’ volgare, ma sempre vera. È una musica di strada, proprio come il rap. Il ritornello, le melodie popolari, l’immediatezza: ci sono moltissimi punti in comune. Mi riconosco in quella figura di cantastorie urbano che racconta il suo tempo senza filtri”.

Cosa significa per te “CACIARA”?
“Nel brano parlo della caciara che ci circonda, soprattutto qui a Roma, ma in realtà ovunque. Basta guardarsi intorno: vai a una festa e c’è caciara, accendi il telegiornale e c’è caciara, esci di casa e la ritrovi per strada, torni a casa e magari ce l’hai anche dentro. È diventata una costante, una sorta di rumore di fondo che ci accompagna ovunque. E a volte, questa caciara è dentro di noi, anche quando intorno c’è silenzio”.
Problemi che ti porti appresso: quali sono quelli di cui parli in “UN TESCHIO E UN FIORE”?
“Sono i problemi che abbiamo tutti: emotivi, sentimentali, economici. In quel brano cerco di raccontare una verità semplice: spesso pensiamo che cambiando luogo si possano risolvere le cose, ma non è così. Se non risolvi i tuoi problemi dove sei, te li porti ovunque, anche dall’altra parte del mondo. Anzi, rischiano pure di aumentare. Come si dice: i panni sporchi si lavano in casa”.
Nel video di 33 c’è Asia Argento: un incontro che sa di simbolismo e d’intensità. Com’è nata questa collaborazione?
“È stato tutto molto spontaneo. Fino a un mese prima non ci conoscevamo nemmeno. L’idea è venuta al regista (TrashSecco) che stava guardando un podcast dove avevo partecipato anche io, e in un’altra puntata c’era Asia. Sotto, tra i commenti più votati, c’era chi diceva che sembriamo l’uno la versione dell’altro. Così ha detto: ‘Dobbiamo chiamarla’. Lei ha accettato subito con entusiasmo e ha sposato il progetto. Sul set ci siamo trovati bene, c’era un’intesa naturale, come se ci conoscessimo da sempre”.
Quest’anno c’hai “gli anni di Cristo”. Che rapporto hai con la spiritualità?
“È un rapporto complesso, direi conflittuale. Sono molto curioso, mi affascinano i simboli, l’esoterismo, le religioni antiche. Ma non mi definisco spirituale nel senso che si intende oggi. La spiritualità contemporanea, quella un po’ ‘instagrammata’, non mi appartiene. Mi sembra superficiale, quasi una moda, e a volte persino irrispettosa verso tradizioni che andrebbero studiate con serietà. La spiritualità è una cosa seria, e va affrontata con profondità, non con leggerezza. Quella che mi interessa è una ricerca personale, silenziosa.”
Dopo questo disco, quale futuro immagini?
“Spero di poter continuare su questa strada. Questo disco mi ha divertito proprio perché l’ho fatto insieme ad altri musicisti, dopo tanti lavori chiuso da solo in studio. Tornare a suonare, a condividere, è stata una boccata d’aria. E voglio continuare così. Mi auguro che la gente lo percepisca e lo apprezzi, perché io, in questa direzione, ci credo davvero”.
Dopo il disco, arriverà anche un tour?
“Sì, abbiamo già sei date pronte che annunceremo presto. L’idea è portare il disco in giro per l’Italia, ovviamente con una band e in versione acustica. Sarà un tour molto divertente, intimo ma potente, sia per me che per chi verrà ad ascoltarmi. Non vedo l’ora di condividerlo con il pubblico”.










