I FASK si raccontano tra palco e ricordi: l’intervista

da | Mag 26, 2025 | Interviste, Recensioni singoli

Al MI AMI Festival li abbiamo ritrovati più intensi che mai: con “sei ore”, i FASK ci portano dentro un ricordo tagliente, tra silenzi pesanti e mare d’inverno.

Fast Animals and Slow Kids, fedeli al loro spirito irrequieto e visceralmente autentico, sono tornati con un nuovo singolo: sei ore. Un brano che trascina l’ascoltatore in una frattura temporale, in una fotografia mentale dove lo spazio dell’Autogrill sopra Genova e l’immensità del mare si fanno scenografia di una conversazione che si preferirebbe evitare, ma che resta inchiodata nella memoria.

Il singolo, pubblicato da Woodworm e disponibile da oggi su tutte le piattaforme digitali e in radio, è una riflessione intima sul peso degli attimi minori, quelli che tornano alla mente come cicatrici lucide.

Musicalmente, sei ore è pienamente immerso nel sound riconoscibile della band: chitarre ruvide, lirismo crudo, emotività messa a nudo senza schermi. Il brano arriva con il “TOUR ESTIVO 2025”, che è iniziato proprio il 23 maggio sul palco del MI AMI Festival, segnando l’inizio di un nuovo giro per l’Italia.

L’estate dei FASK si preannuncia come un rito collettivo, un’esplosione che toccherà festival storici e rassegne d’autore. Il palco, per Aimone Romizi, Alessio Mingoli, Jacopo Gigliotti e Alessandro Guercini, resta il cuore pulsante di un progetto artistico che non smette di crescere, né di emozionare.

sei ore è una cartolina malinconica e potentissima, spedita dal passato al presente, da chi eravamo a chi stiamo diventando. E in fondo, è proprio questo che rende i FASK così necessari: la capacità di parlare al nostro io più nascosto, con sincerità.

Dietro le quinte con i FASK

In occasione del MI AMI Festival, abbiamo incontrato i FAST ANIMALS AND SLOW KIDS nel backstage del loro attesissimo live. Tra una battuta e la pioggia, abbiamo scambiato quattro chiacchiere sincere, parlando di musica, tour, ricordi e del nuovo singolo.

È la vostra quarta volta al MI AMI, possiamo tranquillamente dire che siete “di casa”. Cosa significa per voi essere qui?

“Ci sono due modi per raccontarla. Il primo è quello della memoria: mi ricordo bene la prima volta che ci abbiamo suonato, com’era il palco, le sensazioni. Poi penso al palco su cui suoneremo domani, e mi rendo conto di quanto siamo cambiati. Il nostro è un percorso in crescita, e non è una cosa che capita sempre. Invece a noi sta succedendo. Tornare a suonare in uno slot migliore, davanti a più persone, con un membro in più, è significativo. Vuol dire che ci credi, che c’è affezione per questo luogo e per il suo pubblico. Molti non vengono per noi, ma magari si trovano davanti i FASK quasi per caso. E questo ci dà la possibilità di conquistare qualcuno che non ci ha mai ascoltati: è raro, e prezioso.”

Il MI AMI è la prima data del vostro tour. Come vi state preparando?

“La preparazione è prima di tutto fisica: andiamo a correre, perché, diciamolo, non siamo più dei ragazzini. Un concerto va sostenuto dall’inizio alla fine. Poi c’è la parte musicale: decidere la scaletta è sempre un processo lungo, sofferto. E una volta scelta, si passa alle prove, tante. Infine lavoriamo sull’estetica: cosa vogliamo che accada, come illuminare un momento, cosa raccontare tra un pezzo e l’altro. Siamo dei perfezionisti. Proviamo ancora i brani del 2014, li riarrangiamo ogni anno per tenerli vivi, per non annoiarci mai.”

Il palco per voi è “il luogo dell’essenza”. Cosa succede esattamente dentro di voi nei primi dieci secondi dopo essere saliti davanti al pubblico?

“Il palco per me è un incubo. Prima di salire, penso a tutto quello che può andare storto. I primi minuti decidono tutto: il ritmo, l’emozione, la risposta del pubblico. Se qualcosa si inceppa, rischi che si abbassi l’energia e tutto ne risente. Ma se superi i primi tre pezzi, allora si scioglie tutto, e lì inizia la magia. È uno spartiacque emotivo.”

È da poco uscita sei ore. Ce la raccontate?

“sei ore nasce in un luogo molto preciso: un Autogrill affacciato sul mare, vicino Genova, in una giornata fredda e malinconica. Stavamo tornando a casa, e ci siamo trovati a vivere un momento di forte intensità emotiva. A volte ti restano impressi attimi che sembravano irrilevanti, ma poi diventano fondamentali. È come quando studi per un esame: pensi che una nota tra parentesi non serva, e poi è la prima cosa che ti torna in mente. In quel momento, ti senti circondato ma solo, in un luogo di passaggio, che però diventa teatro di qualcosa che ti cambia. È questo che ci ha colpiti”

La distanza è misurata con precisione quasi geografica: sei ore da casa tua, tre dalla mia. Quanto pesa, oggi, quella distanza emotiva più che fisica nei rapporti umani?

“La distanza emotiva pesa più di quella fisica. Se c’è una vicinanza emotiva, ogni distanza si può colmare. Se manca, invece, tutto diventa fragile, vago. La vicinanza emotiva è la vera sostanza dei rapporti, che siano d’amore, di amicizia o di altro. È ciò che ci rende umani.”

C’è un momento, nella canzone, in cui il tempo si ferma: “provo solo a respirare”. Vi capita mai anche sul palco, o nella vostra quotidianità, di sentire il bisogno di ‘fermarsi a respirare’?

“Capita a tutti, prima o poi. Viviamo in una società frenetica, piena d’incertezze. Abbiamo bisogno di fermarci, di respirare, di guardare il mare o la montagna e ritrovare un po’ di prospettiva. Noi musicisti viviamo in una continua transizione, da un luogo a un altro, da un’emozione all’altra. E a volte serve coprirsi, proteggersi. Fermarsi davvero, senza razionalizzare tutto. Solo respirare.”

La Playlist di Cromosomi