“FUNNY little FEARS”, l’esordio solista di Damiano David: il coraggio di essere (anche) pop

da | Mag 19, 2025 | Recensioni album

Nel suo album d’esordio da solista "FUNNY little FEARS", Damiano David sperimenta ogni sfaccettatura del pop, dall’uptempo alle ballad, nel tentativo (ben riuscito) di scrollarsi di dosso l’etichetta di frontman dell’ultima rock band di oggi

Per qualcuno non era pronto, per qualcuno era troppo pop, per altri troppo Harry Styles. In realtà, ciò che emerge dal primo album di Damiano David, FUNNY little FEARS, non è altro che Damiano David. Non snaturato rispetto al rock dei Måneskin, solamente (com’è normale che sia) in un’altra delle sue declinazioni artistiche.

Damiano David e un’eredità ingombrante

Era il 2017 e una band di giovanissimi ragazzi romani portava a X Factor Italia qualcosa di nuovo, ancora difficile da incasellare. Forse addirittura spiazzante per alcuni, a tal punto da garantirgli “solo” il secondo posto sul podio di quell’edizione del talent show. A quattro anni di distanza, la rivincita: la vittoria al festival di Sanremo e poi – e di lì in ascesa- all’Eurovision Song Contest 2021.

È l’inizio del fenomeno globale dei Måneskin, il ritorno del rock – perché sì, così si può definire pur senza accostarlo a quello dei mostri sacri – che inizia a risuonare anche negli ascolti delle nuove generazioni e la comparsa della musica italiana (forse per la prima volta non in veste nazional-popolare) nelle classifiche oltreoceano. Qualche anno e qualche disco di platino dopo, però, come spesso avviene, arriva la necessità di un distacco – apparentemente momentaneo – con l’obiettivo di non precludersi una sperimentazione anche in vesti nuove, in autonomia.

L’inizio di un nuovo percorso

Certo, ce lo insegnano i vari John Lennon, Zayn Malik e Noel Gallagher, essere il John Frusciante di turno è sempre un’arma potenzialmente molto tagliente. Eppure Damiano sembra padroneggiarla con una disinvoltura innata, quasi astrale, di chi sembra essere destinato a questo mestiere. In effetti, FUNNY little FEARS è un disco innanzitutto coraggioso, che si mostra fieramente in tutti i suoi echi pop e retrò, che pochissimo hanno a che vedere con le aspettative di chi sperava in un “Teatro d’ira vol. 2”, tra seducenti riff di chitarra e pantaloni di pelle. Se non fosse per il timbro graffiante, che mantiene l’ascoltatore inevitabilmente conscio di cosa sta ascoltando, già a pochi minuti dall’inizio, l’album prende una strada tutta sua, e Damiano David riesce egregiamente nell’impresa di staccarsi di dosso quella gravosa etichetta di leader della “più grande rock band mondiale di oggi” (citando niente meno che Ronnie Wood).

Il coraggio di essere pop di Damiano David

Il leitmotif è quello di una storia  – che potrebbe essere d’amore, ma anche, azzardando, quella con gli ex compagni di band – volta al termine. “I thought that we had somethin’ good in our hands, in a minute, it just slipped away” canta Damiano David nel singolo malinconico “Next Summer”. Ma poi, come in un viaggio che si compie attraverso le quattordici tracce, la nostalgia sembra sfociare in una nuova consapevolezza “And all my fears, they disappear, and I see silverlines”.

La ricerca musicale è pop in tutto e per tutto, a partire dagli autori. Ci sono Jason Evigan, Mark Schick, Sarah Hudson, Noah Cyrus – sorella di Miley – e Labirinth – producer, tra le altre cose della colonna sonora della serie “Euphoria” -, gli stessi di Madonna, Dua Lipa e i Coldplay, per citarne alcuni. In una ricerca musicale che non poteva, e non voleva, evidentemente essere altro che questa.

Insomma, FUNNY little FEARS è un primo album da solista perfettamente riuscito, ed è la consacrazione ufficiale di Damiano David come fenomeno musicale a se stante. A prescindere da ogni etichetta e da ogni pretesa di chi l’avrebbe voluto ancora nelle vesti di frontman rockstar. Cambia stile e muta i generi. Gioca con il pop e lo declina in infinite sfumature, dal soul all’uptempo, fino al sound anni Ottanta à la “Future Nostalgia”. Tra potenziali tormentoni e brani un po’ più introspettivi, il risultato è un gioco riuscito, che non si pone obiettivi estranei a sé: si colloca benissimo e volutamente nel panorama musicale attuale, indubbiamente vicino – e senza nascondere di esserlo – agli ultimi album di colleghi come Harry Styles o Benson Boone ma pur sempre, e innanzitutto, munito di una sua identità artistica fortissima. Che rock o pop che sia, nessuno può negargli.

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