Achille Lauro è tornato. E lo ha fatto a modo suo: spiazzando, cambiando pelle ancora una volta, ma restando sempre fedele alla sua natura più profonda. Quella di un artista eclettico, poliedrico, affamato di sperimentazione e costantemente alla ricerca del nuovo. Il suo nuovo album è un intimo e personale, svela un altro lato di Lauro: più soft, più dolce, più vulnerabile. Senza maschere e senza filtri.
Il nuovo album, composto da 12 tracce, si intitola Comuni Mortali. Questa volta, al centro di tutto c’è l’amore. Un amore che assume mille forme: quello per una persona, per la vita, per sé stesso, per le proprie radici. E tra le pieghe delle canzoni si sente forte anche il legame con Roma, la sua città natale, a cui Lauro dedica versi pieni di nostalgia e riconoscenza. Cita la mamma, la famiglia, gli amici di sempre: è come se avesse voluto disegnare una mappa del cuore, con ogni nome inciso tra le tracce.
Una parte dell’album è nata durante un momento di fuga e scoperta: nel 2023, Lauro è partito per l’America, deciso a esplorare nuove sonorità e lasciarsi contaminare da ambienti diversi. Un’esperienza che ha lasciato il segno, come testimoniano titoli come “Walk of Fame”, “Happy Birthday Mr. Kennedy” o “Dannata San Francisco”, che evocano paesaggi lontani ma parlano, ancora una volta, di sentimenti vicinissimi.
Ogni brano è un tassello di un unico disegno: quello di un artista che non ha paura di mostrarsi fragile, innamorato, nostalgico. Che canta il desiderio, la mancanza, l’euforia, la perdita. Sempre con una scrittura evocativa, fatta di immagini forti, contrasti accesi, dettagli che brillano come flash in una notte americana. Un album che suona come una confessione, come una dedica, come una carezza.
“L’espressione Comuni Mortali sottolinea la grande fragilità che ci accomuna, quella vulnerabilità che ci rende tutti uguali, tutti così umani.
Credo non esista niente di più romantico.
E’ l’album che ho sempre voluto fare, un album di dediche: dalla mia citta alla mia gente, dal mio grande amore a chi mi ha cresciuto.
Un album che parla della mia vita, di amore incondizionato, di tormento e della matura consapevolezza che l’amore sia l’unica testimonianza del nostro passaggio sulla Terra.”
Achille Lauro e il romanticismo dell’apocalisse
Il disco si apre con “Perdutamente”. Achille Lauro mette in scena un amore che non salva, ma travolge. È una ballata esistenziale dal tono sospeso e disperato, in cui ogni immagine brucia di verità: un uomo che muore per gli altri, una donna che impazzisce, i due si sfiorano senza vedersi. Lauro osserva il mondo come da dietro un vetro appannato, mescolando la poesia metropolitana con lo spleen esistenziale. La canzone è attraversata da una domanda implicita: quanto può reggere una vita così? E la risposta arriva già nel primo ritornello, con una metafora:
“E se bastasse una notte per farci sparire,
cancellarci in un lampo come un meteorite“
Lauro non cerca la redenzione, ma l’impatto. Vuole godersi l’esplosione, il disastro, l’istante perfetto in cui tutto si consuma. Perché l’amore, nella sua poetica, non è mai rifugio, ma tormento necessario.
“Perdutamente, siamo in mare aperto”
Ci parla di due persone alla deriva, in una notte che potrebbe essere l’ultima o la prima di una nuova fuga. C’è un senso di libertà claustrofobica, una voglia di andare via da sé stessi, insieme. E in mezzo a tutto questo, Lauro piazza:
“Se mancasse una notte voglio un nuovo vestito”.
Come se bastasse un abito nuovo per dare un senso al vuoto. Poi il pezzo diventa quasi una riflessione sociale. Lauro fotografa una generazione che cerca il senso nell’eccesso, nella velocità, nella libertà estrema. Uomini che non tornano a casa, altri che hanno soldi per “spingersi in fondo”, e altri ancora che “vanno avanti fino al punto in cui non c’è ritorno”. Qui l’amore si dissolve in un contesto di alienazione e sopravvivenza. Lauro non ha paura di sembrare melodrammatico, perché sa che il dramma è reale, e va messo in scena con tutto il suo splendore. Anche se è un amore che brucia e anche se si incendia lo spazio. Anche se non rimane niente.
Roma al contrario si legge “AMOR”
“AMOR” è una lettera d’addio sussurrata sottovoce a una persona e soprattutto alla sua città. È una canzone che parla d’amore, sì, ma anche di resa, di fughe, di scelte che fanno male e che rifaresti lo stesso. Lauro la costruisce come una ballata urbana, notturna, sospesa tra la malinconia di un tramonto e la dolcezza di un’alba a Trastevere. Roma diventa coprotagonista, complice e scenario di una storia più grande della vita stessa.
Trastevere all’alba, la serenata, “amor” detto con l’accento romano. È in questi dettagli che si rivela tutta la tenerezza di Lauro: dietro l’estetica sfrontata e il tono da dandy maledetto, c’è un ragazzo che ama ancora con la semplicità di chi, nonostante tutto, vuole tornare a casa. “Me so’ fatto grande” non è solo un aggiornamento, è nostalgia per ciò che si è perso crescendo.
“Che resterà di me se non verrò da te”
È la domanda di chi ha capito che, senza amore, nessun posto è sicuro. Non ci sono hotel, camerini, palchi o luci che tengano. Il cuore, per quanto rotto, vuole sempre lo stesso rifugio. È una notte che potrebbe essere l’ultima, ma che speri non lo sia. È Lauro senza filtri: vulnerabile, diretto, struggente. E Roma, ancora una volta, non è solo sfondo ma specchio. Perché certe notti, quelle in cui ti chiedi cosa resterà, possono avere senso solo se qualcuno ti stringe prima di addormentarti.
Qualche minuto fa è uscito il videoclip ufficiale di “AMOR” , girato il 27 marzo al Foro Italico. Un luogo carico di storia e simbolismo, scelto non a caso per fare da sfondo a una canzone che parla d’amore e di disillusione con il cuore in mano. Per l’occasione, Lauro ha voluto al suo fianco alcuni fan, selezionati tramite un form lanciato su Instagram. Perché, in fondo, ogni storia d’amore che Lauro racconta ha sempre due protagonisti invisibili: il sentimento e la città che lo contiene.
“Cos’è l’amore?” ce lo dice Achille Lauro
Con “Cristina”, Achille Lauro firma la sua dichiarazione d’amore più pura. Non per una donna idealizzata, non per un amore romantico, ma per la madre. E lo fa come solo lui sa fare: con una scrittura che non cerca la perfezione ma la verità. In questo brano, Lauro si spoglia davvero di tutto: niente maschere, niente provocazioni, solo la voce cruda di un figlio che ha attraversato l’inferno e che adesso, a cuore aperto, dice grazie.
“Ricordo a quindici anni, sì, mia madre la sera
Mio fratello che era un padre, sì, ed un padre non c’era”.
È un’infanzia segnata dall’assenza, dalla precarietà, da una quotidianità che si barcamena tra scritte sui muri e pasti improvvisati. Ma in mezzo al disastro, c’è lei: Cristina, una madre che tiene insieme i pezzi, che resiste anche quando subisce, anche quando viene sminuita, anche quando tutto sembra perduto. C’è una tenerezza nel ricordo del vecchio cassiere che li lascia rubare “perché facevano pena”. Ed è proprio in queste immagini semplici ma pesantissime che si costruisce la narrazione di un amore che non ha bisogno di dichiarazioni: si vede nei gesti, si scrive nei silenzi.
“Cos’è l’amore? Quel tuo abbraccio che non smetteva mai”.
È qui che Lauro ci dice che l’amore vero è quello che non si esaurisce, che resta anche quando tutto il resto va via. È l’unico amore che non tradisce, che non lascia, che non brucia. E Lauro, abituato a raccontare l’amore come incendio o ossessione, qui lo definisce come qualcosa di sacro, fragile, eterno.
Cristina che si priva di tutto per portare i figli a Parigi, che accoglie i figli degli altri, che si fa madre anche per chi non ha nessuno. È la storia di una donna che ha lottato, amato e protetto senza mai risparmiarsi. E Lauro, oggi, riesce finalmente a comprenderlo. Il racconto si fa ancora più duro: la violenza domestica, il fratello che si ammala, la figura paterna come ferita aperta. Ma ancora una volta, Lauro non cerca colpevoli, non giudica: fa memoria, e nella memoria trova la forza di dire a sua madre che ha vinto. Perché è grazie a lei se oggi lui e suo fratello sono “trattati diversamente”, se hanno imparato a dare senza aspettarsi nulla in cambio.
“Cristina” è una canzone che non si dimentica. È una carezza dolorosa. Achille Lauro, spesso etichettato come provocatore, qui si conferma autore profondo, capace di raccontare con delicatezza e potenza anche le situazioni più difficili.
L’amore tossico che non smette di far male
Achille Lauro firma un inno all’amore come dipendenza, come ossessione che fa male ma della quale non si riesce a fare a meno. “Fiori di Papavero” è una canzone che tra eccesso, notti insonni, relazioni borderline, ha il fascino di tutto ciò che è sbagliato ma irresistibile, tra farmaci, papaveri, ipocondrie e notti che non finiscono mai. La metafora del papavero, un fiore fragile, di oblio, ma anche legato alla dipendenza.
“Non sono carezze, fiori di papavero”
Ciò che sembra tenerezza è in realtà veleno dolce, qualcosa che ti spegne lentamente mentre pensi di essere vivo. L’amore, dice Lauro, non è Cupido, ma un centro di recupero. C’è amarezza, certo, ma anche lucidità: l’amore qui non salva, ma si consuma e consuma.
“Amore disperato” la conosciamo bene. Lauro mette in scena una relazione che sembra un ring, dove si alternano carezze e colpi bassi. L’amore è qualcosa che non si capisce, ma si combatte e si perde. La tossicità che diventa passione, la passione che si fa dipendenza. Ma dentro al caos ci sono scorci di poesia: Via Tina Pica, Piazza Sempione, De Gregori come colonna sonora. È la storia di due anime che si rincorrono tra le macerie del sentimento.
L’album contiene anche il brano sanremese “Incoscienti Giovani” dove canta gli amori acerbi, quelli vissuti senza rete, con la fame di chi ha poco da perdere e troppo da sentire. Parla degli ultimi romantici, quelli che si promettono l’eternità sotto i portici o in una Peugeot scassata. Roma fa da sfondo, Villa Borghese, all’Autogrill, ai vecchi film.
L’amore come medicina (amara) e tentazione
“Forse il vero amore è fare a meno di te, come le medicine”
Con “Walk of Fame”, Achille Lauro continua la sua esplorazione emotiva più intima, firmando uno dei brani più teneri e disillusi del nuovo album. Qui l’amore non è più l’incendio caotico di “Dirty Love”, né la devozione struggente di “Cristina”. È qualcosa di più complesso, più cinico, più vero. È una medicina che si prende anche quando fa male, un “gelato al limone” che rinfresca e punge allo stesso tempo.
L’amore viene paragonato a qualcosa che si prende solo per necessità, ma da cui si starebbe meglio senza. È un antidoto che diventa tossina. Quello che dovrebbe curare, in realtà, consuma. Ci racconta di una relazione disfunzionale e speculare, un legame in cui i protagonisti si somigliano, si rincorrono e si feriscono. C’è qualcosa di generazionale nel modo in cui Lauro racconta i rapporti: l’instabilità, la paura dell’intimità, il romanticismo che si nutre di caos.
L’amore è poi descritto come una dipendenza in “Dirty Love”, una “maledetta tentazione” da cui non si riesce a fuggire. La figura femminile è insieme “vipera” e “fiore”, angelo e diavolo, in un dualismo che ricalca l’eterno fascino del proibito. L’atmosfera è volutamente dirty, sporca, ma nel senso patinato del termine, come un film anni ’90 che mescola erotismo e ribellione.
Lauro non racconta un amore dolce, ma una vera e propria possessione, dove il dare e l’avere si annullano, e resta solo il brivido. È il dirty love: irresistibile, tossico, impossibile da spegnere. Ed è qui che sta la forza del pezzo: non vuole spiegare, vuole far sentire sulla pelle quel tipo d’amore che ti strappa il respiro e ti lascia vuoto. E che, proprio per questo, continui a cercare.
Lauro tra mito, Bibbia, letteratura e limousine
“Nati da una costola” è un brano che unisce il sacro e il terreno, l’antico e il moderno, l’universale e l’intimo. Lauro ci porta in un Eden alternativo, dove il peccato è amare troppo e l’unico paradiso possibile è resistere insieme anche quando fa male. Si parte da Dante e si arriva alla Bibbia, dalle stelle alla polvere. In poche righe Lauro racconta l’intero cammino dell’umanità: la nascita, l’istinto, il peccato, l’amore e la rovina. L’amore è dolce e tossico, è creazione e distruzione. La mela, Eva, il serpente: la mitologia si fa personale. Ma qui la colpa è un gioco condiviso.
“Happy Birthday Mr. Kennedy” sembra uscito da un sogno anni ’60, dove mito, amore tossico e cultura pop si intrecciano in un. Lauro non racconta solo una storia d’amore, ma la trasfigura: la trasforma in simbolo, in eccesso, in spettacolo. È un amore che non salva, ma che brucia come LSD e Fentanyl e lo fa con stile.
Achille Lauro costruisce un universo parallelo dove la letteratura e la cultura pop si fondono. Il brano è un patchwork di citazioni, in cui ogni nome evoca una storia, un’emozione, un destino. Marilyn è la musa fragile e luminosa, quella che ammalia e si spegne troppo presto; Mr. Kennedy, più che un presidente, diventa un’icona del potere destinato alla rovina. È il punto di partenza perfetto per raccontare un amore che ha il sapore della fine, una relazione vissuta come overdose.
Poi Larry Flint, simbolo del porno e della provocazione, si affianca a Lady D, emblema di una fragilità regale. Shakespeare entra in scena con la “tempesta” e infine arrivano Romeo e Giulietta in ecstasy, che cancellano ogni patina scolastica per diventare adolescenti di oggi, persi in una love story sotto luci stroboscopiche.
Lauro gioca ancora con la cultura pop come Warhol con le lattine di Campbell: prende ciò che conosciamo, lo deforma, lo fa esplodere. E dietro il glamour tossico e le limousine sgangherate, resta sempre la verità di fondo: l’amore è una droga che cambia forma, ma ti manda sempre fuori di testa.
“Barabba III”: l’amicizia come salvezza e condanna
Era da tanto che aspettavamo “Barabba III”. Lauro torna a parlare da dentro le sue cicatrici, riprendendo il filo interrotto di un’amicizia, di una vita ai margini, di un’umanità sporca ma vera.
Insieme, le due canzoni formano un racconto completo: “Barabba II” è la causa, “Barabba III” la conseguenza. Una è il presente urlato di chi vive ai margini, l’altra è la voce spezzata di chi guarda indietro e capisce troppo tardi. E in mezzo, sempre, ci sono loro: i ragazzi senza alternative, la famiglia che non c’era, i sogni più grandi della realtà.
“Barabba III” è una ferita aperta. Qui Lauro non è più dentro la storia, ma la guarda da fuori, come chi è sopravvissuto e si porta dietro il peso di chi non ce l’ha fatta. È il racconto di un’amicizia che si è trasformata in tragedia, di un fratello perso per sempre, di una giovinezza consumata troppo in fretta. Dove prima c’era incoscienza, ora c’è rimorso. Dove si rideva tra motorini rubati e supermercati saccheggiati, ora si piange sulle lacrime di una sorella e su un’amicizia diventata fantasma.
È un racconto a cuore aperto, intimo come una confessione e violento come un ricordo che fa ancora troppo male. Come una lettera d’addio a un amico perduto e a un’infanzia vissuta ai margini, dove la sopravvivenza aveva il sapore dolceamaro della trasgressione. Lauro ricorda litigi, risate, corse in motorino, la sorella dell’amico da proteggere.
“Fratello sai ti voglio bene come da bambini”
Con questo nuovo album, Achille Lauro ci consegna la sua versione tra amori che bruciano, amicizie perdute, Roma che lo culla e lo trafigge. Lauro canta la vita così com’è: confusa, fragile, piena di ferite e di bellezza. È un disco che cerca l’autenticità.










