Intervista ai nuovi sogni dell’Officina della Camomilla

da | Gen 26, 2024 | Interviste

In occasione dell’uscita del nuovo album Dreamcore abbiamo fatto quattro chiacchiere con Francesco De Leo e Stefano Poletti, partendo dal presente dell’Officina della Camomilla attraversando realtà passate e sogni futuri.

Partiamo dall’album Dreamcore. È qualcosa che risiede in voi da tempo, oppure è qualcosa che è proprio figlio di tempi recenti?

F – Allora, Dreamcore secondo me è proprio il genere, l’Officina è una cosa Dreamcore. L’Officina è un concetto dreamcore che è legato all’estetica web, anche nel mondo della fotografia, del design. Ci sono dei rimandi ai mondi onirici. Tutto quello che facciamo è di matrice onirico pop. Eravamo Dreamcore prima che esistesse il termine, questo è il concetto. 

Quindi siete profeti dreamcore dopo essere stati profeti dell’indie.

F – Lo-fi. Noi partiamo dal genere lo-fi. Quello da cui noi siamo partiti che è poi anche un’attitudine in generale, anche come promuoversi, suonare..

S – È fatto anche dalla strumentazione, dalle tastierine un po’ giocattolo. Io adesso suono una sega (ndr: proprio una sega, non nell’accezione toscana che significa “nulla”), abbiamo un omnichord, xilofoni, un po’ di cosiddetti giocattoli musicali, naif, che si rispecchiano anche dai testi, suoni, insomma.

F – Sì, è l’attitudine del do it yourself, ti produci le cose da solo. All’inizio era proprio autoprodotto tutto, di etichette ce n’erano poche. 

S – Questa cosa poi è uscita su Spotify (Antologia Della Cameretta), che raccoglie proprio le cose che faceva lui (Francesco) letteralmente da solo nella sua cameretta. L’estetica è quella, un pochettino ripulita, ma tenendo comunque conto della sua anima. I suoni devono avere quel sapore lì, oggi ha un nome che prima non c’era, ma era lo stesso concetto.

Il modo di scrivere è cambiato dal 2008 ad oggi?

F – Prima forse era più istintivo, era anche proprio un’altra età, scrivevo più cose adolescenziali magari, sicuramente è rimasto lo stile di scrittura un po’ scollegato e sconnesso che mi porto dietro. Poi ho letto anche un po’ di più in questo periodo, sono venuto a conoscenza di certe tecniche di scrittura, tipo il cut-up, questi esperimenti, tipo laboratorio creativo. L’Officina è un po’ un laboratorio creativo, sia sonoro che di scrittura, non seguiamo dei canoni troppo pop. Sono per lo più flussi di coscienza che ti portano a scrivere queste cose, seguendosi e collegandosi al mood che le tiene incollate. 

S – Noi siamo pre-Spotify, perché parliamo di esperimenti? Perché non è che ricerchiamo una canzone pop, fare il ritornello perfetto pensando a cosa ascolta la gente. Seguiamo una strada un po’ più punk, se vogliamo, scrivendo le cose e sperando che piacciano. Ma proprio perché c’è questa direzione così, risultiamo più sinceri, probabilmente.

Quanto vi tocca la critica musicale?

F – La critica ci sta, sia negativa che positiva, sono cose costruttive. Poi recentemente, forse ha un po’ perso anche il suo valore, la critica. Ci sono tanti progetti che secondo la critica potrebbero fare schifo, ma acquisiscono valore, formano delle fanbase.

S – Noi comunque non scriviamo una canzone o un disco pensando alla critica. Poi ci frega quando, appunto, capiamo come è arrivato il nostro album, se è arrivato come volevamo noi, i testi, la musica e tutto quanto. Però non è che poi ci facciamo condizionare da quello che poi può pensare la critica. 

Avete mai avuto paura o incertezza prima di salire sul palco, davanti alla gente?

F – A volte sì. Nei primi concerti di un tour c’è la paura delle prime volte. Poi, come tutte le attività, la prendi in mano e non lo sai… un po’ di brividi, ma… No. Tu? No, risposta… Non è che devo dire tutte le risposte. No.

S – Da questo punto di vista, mi sento come un supereroe. Salire sul palco mi piace molto, non ho paura. Da questo punto di vista, non ho paura. Sappiamo di avere il nostro pubblico lì, quindi salire e dare ciò che il pubblico non può trovare altrove è meraviglioso: i nostri fratelli sono lì. Forse per un artista mainstream avere paura delle reazioni del pubblico è normale, cercando di intercettare un po’ il gusto di tutti. Noi no. Sappiamo che il nostro gusto è quello e quindi non cerchiamo di accontentare tutti. Non puoi accontentare tutti, non siamo così pop. 

Qual è il vostro rapporto con i fan? 

F – Super familiare, sono i nostri parenti, ci sono i fan storici ma anche quelli nati in questo periodo, vedere le nuove generazioni che sono mega-entusiaste, che vengono a cantare, a cantare canzoni di 10 anni fa, che non ha alcun senso logico se ci pensi, perché non abbiamo mai avuto un grande boom mediatico.

S – Secondo me ha un senso logico, nel senso che la sua scrittura è intergenerazionale, parla a diverse generazioni.

F – Forse siamo finiti in quella wave lì, di quei gruppi che parlano a diverse generazioni. Mi vengono in mente un po’ i Tre Allegri Ragazzi morti (magari avere la stessa carriera e seguito!). Sì, è un po’ quello che ci sta succedendo ed è una cosa molto bella.

S – È strano, ma quando parli molto nel profondo, delle emozioni, dei sentimenti, quelli mica cambiano da generazione a generazione, quelli saranno sempre validi. Come… Pascoli, che tu lo leggi adesso, lo leggevi al suo tempo, non passerà mai di moda. Fra, ti ho paragonato a Pascoli, sì.

Off topic: qual è il vostro film preferito? 

Gummo di Harmony Korine, Elephant e Paranoid Park di Gus van Sant. (ndr: più o meno all’unisono).

Se doveste scegliere tre canzoni che tra 50 anni rappresenteranno ancora l’Officina della Camomilla, quali sarebbero? 

Un fiore per coltello, Agata Brioches e Léon (ndr: che se l’è giocata fino all’ultimo con Ti porterò a cena sul braccio della ruspa). 

Dopo tutti questi componenti che ci sono passati, chi è l’Officina della Camomilla

S – No, lo dico io, è Fra. No, lo dico io. Noi tutti siamo dei colori nelle sue canzoni, ma è lui. Al 100% lui, perché le canzoni le ha scritte lui. Il sound iniziale l’ha pensato lui. Tutto quanto, quindi è Fra. Io mi sento, di tutti quelli che hanno suonato con lui, il secondo più importante perché… non lo so come posso dirlo… non l’ho proprio scoperto io però… in un certo senso è vero… perché comunque quando lui scriveva questi pezzi strumentali da solo in cameretta quando aveva 17 anni, io l’ho scoperto su MySpace, sono andato lì da lui, gli ho chiesto di cantarci sopra. Lui aveva bisogno di persone che avessero un’estetica simile alla sua, che sposassero questo tipo di musica e che gli dessero una mano dal vivo. All’inizio era un progetto che aveva lui e non usciva dalla porta della sua camera. Sono arrivato io e gli ho aperto la porta.

Per Stefano: Cosa ti mancava di più dell’Officina? 

S – Io sono nato come musicista, quindi mi è sempre piaciuto molto andare sul palco. Tornare sul palco a me mancava molto e quando c’è stata l’occasione di fare un nuovo album sono stato contento di tornare a bordo. 

Per Francesco: come vivi dentro di te la differenza tra i progetti da solista e quelli dell’Officina? 

F – L’Officina sono io a 20 anni, De Leo sono io più verso i 30. Per me l’Officina è riportare quello spirito lì che avevo a 17 – 18 anni. Un po’ una roba come il giovane Holden che c’è in me che dice “ce l’abbiamo fatta” e che torna. Io da solo ho fatto degli esperimenti di altro tipo legati alla musica, allo stile, al sound. Volevo semplicemente sperimentare anche un altro progetto, non so, potevo anche chiamarmi in un altro modo, fare musica elettronica, che ne so. Tutto è nato in modo naturale anche lì, cioè sono andato a sentire Giorgio Poi, lì per lì è nata una sorta di amicizia, mi hanno chiesto se volevo fare un disco con lui e ho detto sì. 

Sempre per Francesco: se non avessi fatto il musicista, cosa avresti fatto?

S – Lo dico io: avresti fatto il musicista, lo sei da sempre e senza scampo.

F – Sì, non ce l’ho mai avuto un piano B. Forse l’autore per altri, o il ghost-writer.

Quali sono i live più belli che da spettatori avete visto?

F – Parcells e i Polo & Pan allo Sziget del 2019.

S – Forse gli Einstürzende Neubauten, la prima volta che li ho visti mi sono piaciuti tanto.

In attesa dei nuovi appuntamenti live a marzo (fate in fretta perché i biglietti stanno volando via), vi lasciamo sognare in pace cullati da Dreamcore.

Articoli Correlati