La musica è democratica?

da | Feb 16, 2023 | News

Finita la settimana del Festival di Sanremo non finisce mica la musica, anzi. Dopo qualche giorno di detox musicale, tra le mille domande che arrovellano il mio Gulliver, tra futuro personale e tutto quello che accade fuori dalla mia navicella spaziale, alias casa mia, la domanda che più mi ha tormentato è stata una: LA […]

Finita la settimana del Festival di Sanremo non finisce mica la musica, anzi. Dopo qualche giorno di detox musicale, tra le mille domande che arrovellano il mio Gulliver, tra futuro personale e tutto quello che accade fuori dalla mia navicella spaziale, alias casa mia, la domanda che più mi ha tormentato è stata una:

LA MUSICA È DEMOCRATICA?

Forse negli anni si è diffusa un’idea distorta sul come fare musica. Forse negli anni si è diffusa un’idea distorta del mercato musicale. Forse davvero si crede che basti un computer per “fare la musica”.

Ecco, quello che più mi tormenta è, esattamente, la distorsione di questa realtà. Ma perché dico questo? Perché in uno dei svariati deliri notturni ho pensato esattamente questo?

Giuro, non è follia, sono giorni che ci rifletto, giorni che analizzo playlist e leggo dati sugli ascolti. Ecco, il primo problema sono i dati. Perché? Semplice, chi si avvicina alla produzione di un brano, spesso, è tormentato dal numero di stream che farà, al punto magari di mettere in discussione la propria identità musicale, pur di riscontrare il gusto della massa.

Ma perché?

Semplice, siamo acciecati solo da quello che “funziona”, e allora spesso ci si riduce ad eseguire quello che gli altri vorrebbero ascoltare. Dove si crea il primo grande cortocircuito? Nella produzione e nella distribuzione, perché le piattaforme richiedono degli standard così alti che un giovane artista non potrà sostenere.

Si prova ad aggirare questo grande scoglio come? Omologando tutto e tutti, lasciando la creatività e la propria persona chiusa in camera e nascosta sotto le coperte, facendo credere che questo processo sia naturale, che i giovani stiano creando qualcosa di nuovo e unico, qualcosa che “funziona”, ma sicuramente meno performante di un big che si trova sulla cresta della wave o, più semplicemente, di un mostro sacro intoccabile.

Ecco, forse in questo modo potrebbe arrivare, ma il condizionale è d’obbligo e il buon esito della vicenda non dipenderebbe dal solo artista, ma dalla squadra che riuscirà a crearsi attorno per promuovere il suo lavoro, che sarà ovviamente in linea con il suo budget.

Tradotto: non se ne esce. Non c’è gara. Lo squalo resta squalo, il pesce piccolo vivacchia, confidando di essere bravo abbastanza per essere notato da quel pescatore che lo prenderà per la sua gara di pesca e lo mostrerà alla giuria.

Resta però in sospeso un punto: dannazione, tutto il resto cosa fa? Perché concentrare lo sguardo solo sull’onda di “quello che va”? Ci saranno altrettanti ragazzi che vorranno fare altro, non credete?

Come se ne esce?

Bella domanda, ma potrebbero esserci degli ingredienti che potrebbero essere d’aiuto per far invertire questo trend. Pensiamo ad un modo diverso di lavorare, di vivere la musica. Pensiamo di non dover competere, ad esempio, con il resto. Pensiamo a far musica per il piacere di trasmettere noi stessi agli altri, per trasportare gli altri nel nostro mondo, non per dipingere un mondo che gli altri vorrebbero ascoltare.

Che poi, che senso ha pensare di poter competere con un big?

Un conto è l’ambizione, un conto la competizione. Viviamo in un mondo che ci alleva per competere sin da bambino: negli sport, negli studi, nei traguardi da raggiungere. E se facessimo un passo indietro? Se provassimo a concentrarci sul tragitto e non sulla meta? Se provassimo davvero ad essere semplicemente noi stessi, con la nostra musica, le nostre influenze, senza scivolare nella ricerca ossessionata del piacere agli altri subito e in quanto parte di quell’onda che travolge, temporaneamente, il “sistema musica”?

Datevi tempo di crescere, di sbagliare e di migliorare. Datevi modo di capire il percorso che volete intraprendere, di definire la vostra identità e la vostra credibilità.

C’ho più contaminazioni di una disco di Frank Zappa
Premo l’acceleratore, Formula uno
Nella vita serve il coraggio e la botta di culo
Non mi spaventa la caduta, ma l’atterraggio
In mezzo a tutti sti borghesi, mi sento a disagio
Qua conta solo la classifica, il risultato
E siamo tutti incantenati da logiche di mercato
Ma io dico fanculo, perché da solo sto meglio
E piscio sopra il disco di platino della major

Giuse The Lizia nel suo ultimo singolo racchiude l’essenza di questo scritto che potrà sembrarvi polemico, ma in realtà è un monito sulla realtà che ci avvolge ogni giorno.

Vi vogliono far credere che la musica sia trasparente, che sia per tutti e di tutti. Ecco, forse oggi non è proprio così. Forse oggi fare musica è diventato elitario come moltissime altre cose. Forse per tenere il passo serve avere tutto quel cash che vediamo nei videoclip dei trapper. Forse oggi c’è davvero poco spazio per emergere, ma non mollate, siate caparbi, testardi, e forse qualcuno potrà dire di avercela fatta.

(Ci scusiamo per l’ingente dose di realismo di questo scritto, ma dopo Sanremo è sempre necessario ricordare che la musica non è solo concentrata in quei cinque giorni e che ne restano altri 360)

La Playlist di Cromosomi