Emanuele Dabbono: “le parole, come le canzoni, hanno un dna: incontrano chi devono incontrare”

da | Nov 14, 2022 | Interviste

Dopo l’uscita di Buona Strada, un album variopinto dalle vivide versatilità stilistiche ed emozionali, ho avuto l’occasione ed il piacere di fare quattro chicchere con il cantautore e polistrumentista genovese Emanuele Dabbono.

Emanuele Dabbono è ciò che io amo definire un artista a tuttotondo: dalle capacità artistiche, alla nobiltà d’animo, al vocabolario sublime; in lui risuona l’esperienza empatica di un professionista d’altri tempi.

In queste righe ci racconta l’esperienza di un viaggio percorso mano nella mano con le sue intimità. Buona Strada racconta un’importanza, quella che tutti noi dovremmo impiegare, quella che differisce dal frammento e trova forza nell’utilizzo della parola, quella che Emanuele ci racconta cosi:

Ciao Emanuele, venerdì 21 Ottobre è uscito Buona Strada, pensi che a distanza di una settimana si possa iniziare a parlare in maniera più concreta di sensazioni rispetto all’album?

Direi proprio di sì anche se, a mio parere, la vita degli album dovrebbe tornare ad essere lunga. Mi ricordo, quando ero ragazzo, che le canzoni dei dischi per me duravano tantissimo! Avevo album che tenevo in mano e che duravano più di un’estate.

Spero e mi auguro che queste sedici canzoni possano fare molto più di una semplice compagnia, poiché anche la durata dell’album stesso, prima del singolo, dovrebbe chiedere più ascolti per rivelarne l’essenza. Un po’ come fosse una persona che vedi per la prima volta e devi poi rincontrare per capire se la magia provata fosse effettiva.

Buona Strada è infatti un disco alla vecchia maniera: non ci sono short track, ma tante parole, tante melodie e di conseguenza anche tante tracce. Viene da pensare che questo album non sarebbe mai potuto essere diverso

Esattamente, è proprio come quando incontri qualcuno per la prima volta. In alcuni casi si straparla, si cerca di dire di più. Io avevo questa urgenza di raccontarmi fino in fondo e di far uscire tutto ciò che avevo in campionario: dalla ballata, al brano super acustico, al pezzo gospel ecc.. dal punto di vista dello stile.

Dal punto di vista delle parole invece, sono andato a cercare le radici, quindi la famiglia, quei valori che per me prescindono da tutto e da tutti. Avevo bisogno di spazio e di tempo per tirarlo fuori. Tiziano (si riferisce al cantautore di Latina Tiziano Ferro, per il quale ha prodotto più brani) poi mi ha dato la consapevolezza che potessi farlo con la mia voce e così l’ho fatto

Non dimentichiamoci che l’approccio cantautorale ai brani ha un riscontro ed un coinvolgimento emozionale completamente diverso

Si, hai colto il punto! C’eravamo chiesti infatti, soprattutto su Cerezo, se valesse la pena provare a modificare il testo per farlo entrare nella voce di un’altra persona. C’è stato un momento in cui anche Tiziano aveva pensato di cantarla, ovviamente modificando parti del testo.

Però esiste una sorta di corrispondenza fra chi scrive i brani in solitaria e poi la reale esecuzione. Dalla voce puoi capire poi tante sfumature del testo, anche se, si dice che le parole debbano mantenere una sorta di mistero, che siamo sempre più attratti da chi ha il pugno chiuso e non la mano aperta, perché questa gestualità stilistica ti lascia la possibilità d’immaginare che cosa ci sia realmente all’interno di quella stretta, però la voce poi tradisce sempre un po’ qualcosa, un po’ come le note a margine del libro che contengono la spiegazione

Partendo dalla prima traccia Le chiavi all’ingresso, fino alla chiusura del disco, si evince un’intensità narrativa che racconta però, proprio fra le righe, una preziosità spirituale: quella del cammino. Un cammino nel quale ho ritrovato ad esempio, grazie alle intenzioni vocali, una veridicità in essere anche fanciullesca

Si! C’è una diceria che per fare un’ottima canzone d’autore ci si debba spersonalizzare, cosi’ che questa possa avere un ampio raggio. Io sono profondamente contrario, credo che più ci si apra, si racconti una verità, più si riesca a toccare nel personale gli altri.

Quando trovi il coraggio, la spudoratezza e, utilizzando un neologismo, l’ingenuninità di raccontare il perché non ti piaci allo specchio, le persone si sentono libere e meno sole rispetto ad un sentimento che non riuscivano ad esprimere. Quindi si crea una specie di sentimento da riconoscimento

Cerezo racconta di un saluto mancato, solitamente quando si affrontano questi temi, lo si fa con manierismi quasi egoriferiti di rabbia o nostalgia. Qua invece compare una malinconia solare, positiva, sempre fanciullesca. Troviamo quindi parole che simulano il rincorrersi ma che lo fanno con dolcezza, con delicatezza. Sembrano quasi sorridersi a vicenda

Hai colto proprio l’essenza, non solo di questa canzone, ma dell’intero disco. Chi legge, ma soprattutto chi scrive, secondo me, vive sei o sette vite. Ed in questo porsi mille domande, avanza sicuramente anni di terapia perchè se la fa da solo, ma soprattutto, riesce a mantenere intatto e vivo lo sguardo che aveva quando era un ragazzino, quando ti meravigliavi di niente e stavi sulla panchina ad aspettare gli altri per andare da qualche parte e poi non c’andavi mai.

A proposito di ciò, ti faccio una domanda coraggiosa, che solitamente si fa ai bambini, poiché hanno quella capacità di districare, di non portarsi addosso le consapevolezze o le pesantezze che ha poi l’essere umano adulto. Se tu non avessi fatto il cantautore cosa avresti voluto fare da grande?

E’ una bella domanda. Ti posso dire che prima di fare il cantautore, facevo l’educatore, in contesti anche abbastanza difficili. Lavoravo con gli adolescenti a rischio, in campi nomadi, ho lavorato in comunità per minori difficili e tutto quello che ho raccolto da li me lo sono poi portato nel modo di scrivere perché ho imparato una lezione importantissima che è l’empatia, cioè il suonare insieme agli altri.

Ecco, non so se avrei fatto questo, una cosa però è certa: avrei fatto un qualcosa per gli altri e non avrei mai smesso di scrivere canzoni, perché per me significa esprimersi.

Il disco è ricco di parole, che rapporto hai con la scrittura?

E’ quotidiano, come quello di un artigiano. Capita di scrivere in momenti assurdi, completamente slegati dall’ispirazione, che io credo essere una menzogna, non mi piace l’idea di dover aspettare che arrivi dall’alto la luce di questa musa ad illuminare che ti dica quando e cosa scrivere.

Io scrivo sempre sulle note del cellulare, anche per anni sono stato un amanuense: ho quaderni e quaderni pieni di parole scritte a penna, però adesso la tecnologia mi ha permesso di avere sempre con me e sempre a portata di editing un foglio, quindi: copio, sposto, finché non trovo la forma giusta, può capitare di scrivere ovunque: in coda al semaforo, in sala d’attesa dal dottore.

Mi piace trovare la parola giusta ma questo è un qualcosa a cui lavoro sempre in un secondo momento. La scrittura deve essere un piacere, gli inglesi dicono play, che poi vuol dire giocare, quindi divertirsi con le parole, trovare dei suoni, delle rime interne.

Mi piace molto più scrivere per assonanze che in rima in realtà, perché è li’ che si vede il giocatore brasiliano che è in te. La parola andrebbe anche un po’ ririempita di significato perché quotidianamente le svuotiamo.

Riesci sempre a districare i flussi di pensiero? Come lavori sui nodi che possono formarsi?

Te ne volevo parlare tantissimo, perché ho inventato un metodo di scrittura creativa che insegno ai miei ragazzi, che sono anche andato a presentare poi alla Cattolica.

Io vivo la scrittura non soltanto nel suo lato romantico ma anche in quello professionale. Partendo proprio dall’alto, secondo me, un modo per dare ordine è il titolo.

Ogni volta che scrivi qualcosa, appena vivi questo flusso di coscienza, fermati e pensa: “okay, che fuoco ha questa cosa?” se non lo trovi vuol dire che non stai andando in una direzione precisa.

Se ti sforzi di dare un titolo, di trovare una sintesi, fai subito chiarezza e generalmente nel nostro lavoro quando trovi un titolo, ma soprattutto quando lo trovi all’inizio, significa che non sai ancora che forma prenderanno le parole ma che esiste un letto del fiume in cui versarle. Incanto è nato da titolo, Il Conforto è nato dal titolo.

A proposito di questo, nel disco ho rilevato un’importanza d’effige per quanto concerne i titoli. Nessuno di questi sembra essere lì per caso: sia per la scelta della parola in sé, sia per l’ordine quasi cronologico, in cui vengono disposti, anzi. Buona Strada da proprio l’idea di varcare l’ingresso di una casa, dove ci troveremo poi immersi in un viaggio, ed al contempo, ogni traccia, sembra l’impersonificazione di una chiave emozionale che ci fa da guida al suo interno. Ci sono delle tracce che, attraverso il titolo, ci aiutano ad immergerci in una storia all’interno della storia?

E’ molto difficile risponderti, sicuramente ci sono dei brani che in me ancora esercitano una potenza, un fascino forte. Penso a Il rumore del tempo, quando l’ho scritta me la sono immaginata legata a due persone che avevano vissuto la vita insieme e che dovevano salutarsi, quindi due anziani, e che comunque continuavano a volersi bene, quindi se vuoi anche una specie di sentiero fatto insieme.

Anche perché quando penso alla canzone Buona Strada non la immagino sull’asfalto, ma come una camminata. Quella camminata che può riferirsi ad un qualsiasi spazio ma, fatta per mano e non sostanzialmente con una persona, magari anche con le proprie difficoltà.

Mi piace citarti le Spotify canvas, in Buona Strada abbiamo fatto una cosa che non so se fosse già stata fatta, abbiamo legato tutte le canzoni ad una camminata, quindi se le scorri puoi veramente entrare dentro a quel concetto del: un passo dopo l’altro.

Hai citato due canzoni che sono Il rumore del tempo e Per mano, c’è un qualche collegamento tra loro?

Si, sono le uniche due interamente d’amore. C’è uno scrittore che si chiama Raymond Carver, che diceva: “voi non sapete che cos’è l’amore”, io penso di non saperne veramente niente, però lo pratico e lo cerco tutti i giorni.

Queste due canzoni raccontano il senso d’inadeguatezza davanti a qualcosa che ti prende e che ti fa sentire impreparato, come davanti ad un’interrogazione dove tu credi di essere pronto ed in realtà fai scena muta.

L’amore è quella roba lì, è un film muto. Tu sei lì e speri di saper dire qualcosa, ma poi, t’accorgi che conta di più quel che fai, rispetto alle parole che usi.

Noi cantautori in questo siamo fregati perché lo cerchiamo di descrivere da sempre e non ce la faremo mai

La tua visione di Buona Strada è più vicina a ciò che desideri per te oppure a ciò che meglio ti racchiude?

Bruce Springsteen ha scritto un album bellissimo che si chiama Darkness on the Edge of Town, buio ai bordi della città, secondo me sono tempi veramente bui, dove ci serve più stare uniti, farci coraggio che darci contro. Non so dirti se la pandemia ci ha aiutato in questo. Secondo me ci ha reso molto più individualisti nelle nostre piccolezze che comunità.

Se la penso in musica, tanti anni fa esistevano delle personalità artistiche che vivevano la canzone come una cosa di tutti. Se usciva Let it be, era per tutti. C’erano più canzoni volte al cantarle insieme.

Io intendevo Buona Strada come pochi o tanti. Come un qualcosa che potesse parlare, credo anche che le canzoni incontrino chi devono incontrare, hanno una specie di dna, hanno un sonar. Vanno a trovare chi devono e s’infilano nelle vite quotidiane di chi gli ha lasciato uno spiraglio per farlo

In Buona Strada scrivi: “rovisti nei miei occhi e ci trovi dei ricordi” ecco, è possibile a tuo avviso conoscere noi stessi nell’alba di un ricordo ritrovato?

E’ sempre difficile spiegare i testi, poiché sono frutto di un momento già passato. Penso agli occhi come dei sacchi, che possano davvero contenere una miriade di informazioni: belle, brutte, più difficili, più complicate, ma penso anche che i ricordi veri funzionino se si è in due. Si ha sempre bisogno di un’altro sguardo per ottenere dei colori, delle sfumature e delle forme diametralmente diverse dalle tue

Invece quando “guardi il fiume e pensi al mare” quali sono le intenzioni che ti navigano?

Tante volte crediamo di essere arrivati quando invece stiamo semplicemente osservando una goccia in un oceano. C’accontentiamo di cose non sapendo che dietro l’angolo potevamo trovare il paradiso, oppure scambiamo e sbagliamo, rischiando proprio di confondere l’aspettativa con quello che può succedere.

Quindi, per me, guardare il fiume e pensare al mare sono tutte le domande che comportano la curiosità, il sinonimo di quella meraviglia infantile che ti coglie per piccolezze e dettagli a cui, ormai da adulti, non badiamo più

Se dovessi racchiudere in una parola, un aggettivo, un’emozione o ciò che preferisci, quel che ti ha insegnato questo disco, quale sarebbe?

Mi ha insegnato che non bisogna assolutamente avere paura di chi siamo e che bisogna ricordarci assolutamente di quelle persone che ci hanno visto quando eravamo invisibili.

E’ facile quando tutto va bene ottenere l’affetto degli altri, ma ci sono persone che si accorgono di noi proprio quando non brilliamo e vanno tenute strette e soprattutto glorificate

Articoli Correlati