Caparezza all’alba dell’Exuvia Tour:”Mi sento vivo più che mai”

da | Interviste

Alla vigilia dell’inizio dell’attesissimo Exuvia Tour, Cromosomi ha avuto l’onore di intervistare Michele Salvemini, meglio conosciuto con il suo nome d’arte, Caparezza.

Un artista che ha segnato una generazione intera, con un’esperienza più che ventennale, che ha deciso di rimettersi in gioco del tutto. Perché di questo abbiamo parlato: di cambiamenti, di maturazione, di evoluzione. Senza troppi indugi, lasciamo spazio a ciò che conta davvero: le risposte di un un performer a tutto tondo, vivo e vitale, oggi più che mai.

Intanto, Michele, come stai?

Tutto bene, anche perché sta per iniziare il tour, finalmente. Non amo tante le fasi di sospensione, preferisco quelle risolutive. Dopo questo doppio rimando, eccoci qua: è arrivata l’estate e arriverà l’Exuvia Tour.

Come ti senti, dopo due anni di stop, a ritornare nella tua dimensione naturale, il palco?

E’ molto strano. In realtà, più che due anni dal palco, ne sono passati quasi quattro: l’ultima data del Prisoner 709 Summer Tour è stata nel 2018. Fra un po’ saranno quattro anni, quindi. E’ tanto che non calco il palco, quindi ho accumulato sufficiente voglia per due motivi. Il primo, è vedere cosa accade quando sbarcherò, finalmente, sulle assi dello stage. Il secondo è perché sto portando un album che amo molto, su cui mi sono concentrato molto, anche in studio, quando facciamo le prove: voglio vedere cosa succede quando suono i pezzi di Exuvia dal vivo. Fermo restando che ci saranno anche i pezzi più vecchi, più stagionati.

Che cosa si dovrebbero aspettare le persone che verranno a vederti nell’Exuvia Tour?

Se sono persone che sono già venute a un mio concerto, sanno già benissimo cosa aspettarsi: uno show con una band assatanata che suona, corredato da oggetti in movimento molto grandi, di cartapesta e scenografie. Avremo le performer che vengono dal mondo del musical e un filo conduttore che si trascina in tutte le canzoni, fino alla fine. Quindi, sicuramente, chi è venuto a vedere i miei concerti è abituato a questo, quindi sa a cosa va incontro. Se ci sono persone che, magari, nutrono una semplice curiosità verso questo (ormai) uomo riccioluto e vogliono vedere cosa succede, beh, sappiate che il mio spettacolo è abbastanza personale. E’ difficile trovare qualcosa di simile in giro, perché a me piacciono le cose artigianali. Non troverete muri di ledwall che sopperiscono a tutto: troverete sì, il ledwall, ma anche un sacco di altre cose fisiche, che si muovono sul palco.

Se sono persone che sono già venute a un mio concerto, sanno già benissimo cosa aspettarsi: uno show con una band assatanata che suona, corredato da oggetti in movimento molto grandi, di cartapesta e scenografie. Avremo le performer che vengono dal mondo del musical e un filo conduttore che si trascina in tutte le canzoni, fino alla fine. Quindi, sicuramente, chi è venuto a vedere i miei concerti è abituato a questo, quindi sa a cosa va incontro. Se ci sono persone che, magari, nutrono una semplice curiosità verso questo (ormai) uomo riccioluto e vogliono vedere cosa succede, beh, sappiate che il mio spettacolo è abbastanza personale. E’ difficile trovare qualcosa di simile in giro, perché a me piacciono le cose artigianali. Non troverete muri di ledwall che sopperiscono a tutto: troverete sì, il ledwall, ma anche un sacco di altre cose fisiche, che si muovono sul palco.

Questi due anni di stop totale causa Covid, per te, cosa sono stati?

E’ stato un periodo di riflessione, sinceramente. Sono sufficientemente adulto da non lasciarmi impressionare facilmente, quindi l’ho presa come una cosa che è arrivata, senza saperne nulla. Non sono il tipo che sale sul balcone a cantare: lo dico subito. Questo tipo di capovolgimenti non fanno parte del mio modo di essere, sono un po’ più concreto. Detto questo, quando le cose si sono protratte nel tempo, è cominciata una serie di riflessioni su come viene percepito il mondo dello spettacolo, a che posto viene messo nella graduatoria delle persone, ma senza polemica. Io rappresento quel mondo lì e molte persone del settore hanno cambiato mestiere a causa del Covid. In tutto questo, c’era anche il fatto che ho tirato fuori il disco. Ho dovuto promuoverlo con mezzi di fortuna, non ho potuto fare il giro di instore, non potevo andare fisicamente nei posti per raccontarlo. Va da sé che sono stato relegato fra le mie quattro mura; avevo messo alle mie spalle un bosco finto per darmi un attimo l’idea di essere un fuggiasco.

Exuvia ruota un po’ tutto intorno al brano La Scelta, per quanto riguarda il significato, secondo me. Ti sei trovato a un bivio nella tua vita personale, artistica o, magari, in entrambe. Con Exuvia, sei riuscito a risolvere il dilemma? Che strada hai imboccato?

Exuvia mi ha regalato la consapevolezza dei problemi, ma anche del fatto che si cresce e si cambia. Chi fa il mio mestiere è come se vivesse in una bolla. Fondamentalmente, il tempo è relativo, per me: nella mia vita è sempre stato scandito da due macro-mondi, che sono l’entrare in studio, quindi creare un disco, e salire sul palco, ossia riproporlo. Questo fa in modo che, a un certo punto, ti svegli ed è passato un sacco di tempo. Tu sei cresciuto, sei diventato adulto e la tua vita è cambiata, non può più essere quella di una volta. Vale per tutti, però, nel mio caso, è come se avessi avuto un cambiamento repentino. Exuvia mi ha regalato la consapevolezza di questo: non c’è niente di male a cambiare, prendiamo tutto quello che ci arriva come un’opportunità per metterci alla prova e cerchiamo di superare queste sfide. Intendo sia a livello artistico, infatti Exuvia è diverso da tutti gli altri dischi, sia a livello personale, dove combatto forte.

Exuvia, già dal titolo, dà l’idea di una metamorfosi, di un qualcosa che lasci per permetterti di diventare altro. Tu cosa ti sei scrollato di dosso con questo disco? E cosa, invece, hai tenuto?

Beh, ho lasciato la mia voce nasale, che usavo come maschera, quella che usano quando vogliono fare la mia imitazione. Quello era un orpello artistico che mi è sempre piaciuto molto e che mi serviva quasi un po’ a dar fastidio, del tipo “accorgetevi di me, dovete ascoltarmi, perché sono uno stridore nelle orecchie, come i pianti dei neonati“. Crescendo, mi è sembrato un po’ troppo. Ho deciso di sperimentare la mia voce normale, ho cantato anche di più in questo disco. Mi sono lasciato andare ad arrangiamenti un po’ distanti dal solito: ho sempre creato mondi musicali in cui, se sto parlando del toro, musicalmente c’è la corrida. Con Exuvia sono partito dalle melodie, ci ho messo riferimenti, ma meno espliciti: mi sono reinventato, ma io ero già cambiato. Nella vita reale, i miei cambiamenti sono continui. Mi piace far parte dell’età che ho, non ho voglia di sembrare più giovane.

Exuvia è uscito anche in vinile, in un formato molto particolare. Sei un fan della musica digitale o di quella analogica?

Questa è una domanda che mi mette molto in difficoltà, fammi riflettere. Sono un ammiratore della musica, quindi che mi arrivi in forma digitale, che mi arrivi in forma analogica, teoricamente, per me è la stessa cosa. Però, quando suono un sintetizzatore analogico provo delle sensazioni che non provo con i synth digitali o con i plug-in, che sono strumenti performanti.

Ho bisogno del pianoforte, di sentire la corda, per avere idee. Mi piace mettere il vinile sul piatto e sentirlo, se non altro perché mi costringe a dedicargli del tempo. Quando ascolto la musica digitale, io stesso skippo, come se mi dessero in mano un telecomando con cui fare zapping, o un telefono su cui scrollare. Fondamentalmente, però, si parla di musica, il succo è quello: se arriva in digitale o in analogico, va bene comunque. Sono proprio finezze, differenze dovute al fatto che sono del ’73.
Questa è una domanda che mi mette molto in difficoltà, fammi riflettere. Sono un ammiratore della musica, quindi che mi arrivi in forma digitale, che mi arrivi in forma analogica, teoricamente, per me è la stessa cosa. Però, quando suono un sintetizzatore analogico provo delle sensazioni che non provo con i synth digitali o con i plug-in, che sono strumenti performanti.

Ho bisogno del pianoforte, di sentire la corda, per avere idee. Mi piace mettere il vinile sul piatto e sentirlo, se non altro perché mi costringe a dedicargli del tempo. Quando ascolto la musica digitale, io stesso skippo, come se mi dessero in mano un telecomando con cui fare zapping, o un telefono su cui scrollare. Fondamentalmente, però, si parla di musica, il succo è quello: se arriva in digitale o in analogico, va bene comunque. Sono proprio finezze, differenze dovute al fatto che sono del ’73.

Hai una carriera più che ventennale e hai nel tuo roster brani e dischi che sono diventati, ormai, delle istituzioni a livello italiano. Exuvia dove si colloca in questo percorso artistico?

Exuvia si colloca come il primo disco in cui mi sono raccontato veramente. Ho incominciato questo percorso con lo scorso album, Prisoner 709, ma era un po’ ibrido. In questo, ho racontato molto i miei dubbi, le mie perplessità. Se prendiamo dei pezzi come Fuori dal tunnel o Vieni a ballare in Puglia, per parlare di pezzi nazional-popolari, e li confrontiamo con quelli di Exuvia, tipo La Certa (che parla della morte) o El Sendero (che tratta della vita), sono concettualmente diversi. In uno c’è quel piglio aggressivo, grottesco; nell’altro la riflessione. Quindi, forse, verrà considerato il disco adulto, della maturità. Speriamo non sia sinonimo di noioso: ho tentato di metterci comunque un po’ di brio.

Exuvia si colloca come il primo disco in cui mi sono raccontato veramente. Ho incominciato questo percorso con lo scorso album, Prisoner 709, ma era un po’ ibrido. In questo, ho racontato molto i miei dubbi, le mie perplessità. Se prendiamo dei pezzi come Fuori dal tunnel o Vieni a ballare in Puglia, per parlare di pezzi nazional-popolari, e li confrontiamo con quelli di Exuvia, tipo La Certa (che parla della morte) o El Sendero (che tratta della vita), sono concettualmente diversi. In uno c’è quel piglio aggressivo, grottesco; nell’altro la riflessione. Quindi, forse, verrà considerato il disco adulto, della maturità. Speriamo non sia sinonimo di noioso: ho tentato di metterci comunque un po’ di brio.

Nella tua carriera lunghissima, hai conquistato dei traguardi invidiabili. Qual è la vetta più alta che hai raggiunto e qual è quella che ti manca?

Non ho più sogni nel cassetto, forse qualche sognino, ma mai dire mai: crescendo, improvvisamente, ne trovi altri. Non ho mai desiderato suonare in posti sempre più grandi. Per me, ci sono stati vari top. Il primo l’ho raccontato spesso: al Villaggio Globale a Roma, per la prima volta, ho visto il locale pieno di gente che era venuta a vedermi e gli striscioni, con persone che cantavano i miei pezzi. Fino a quel momento era raro che accadessero cose del genere. Poi, potrei considerare un picco quello di aver fatto sold out al Forum di Assago dopo tanti anni di tour, nel giorno di San Nicola (il santo che porta i regali ai bambini di Molfetta): mi è sembrato quasi un suo regalo.

Avere la possibilità di fare un disco, vedere che ci sono persone che lo aspettano e che lo ascoltano, per me è sempre un picco. Non sempre deve coincidere col picco di vendite, ma meglio col picco di soddisfazione. Beh, anche il Primo Maggio a Roma non è stato male: mi è sembrato di essere diventato il referente dell’evento, quando ho visto tutta la piazza che saltava su Abiura di me. Mi ricordo di aver detto una frase tipo:”Vediamo se saltiamo tutti insieme se spostiamo l’asse terrestre” e mi presero in parola. Saltarono tutti, dal palco era incredibile da vedere: creavano onde, perché il suono arriva più tardi dietro, anche se in realtà andavano tutti a tempo. Incredibile.

Sei sempre stato un artista molto politico, molto sociale. Nel processo creativo, arriva prima la voglia di dire la tua o l’ispirazione musicale?

In realtà, non c’è una vera regola. Ho un modo bizzarro di fare musica: io immagino dei contesti e poi scrivo. Immagino dei posti, di essere lì e questo mi suscita qualcosa. Mi do una disciplina, di solito: vado in studio e compongo o scrivo, a prescindere dall’ispirazione, perché nel mio caso non funziona che aspetto l’illuminazione, guardando gli astri. L’ispirazione mi viene mentre faccio cose. Una Chiave è nata perché un giorno stavo facendo digging, quindi stavo prendendo campioni per creare basi. A un certo punto ho creato questa base e, appena sentita, mi ha trasferito il desiderio di scrivere un pezzo come quello che ho scritto, parlando a me stesso da bambino.

Non so per quale motivo, probabilmente perché la scansione armonica mi ricordava qualcosa che ascoltavo durante l’infanzia. Altre volte, invece, ho un chiodo fisso, vorrei raccontare qualcosa. Quelle sono le situazioni peggiori: quando voglio raccontare qualcosa e non trovo un modo per farlo. Mi è capitato anche in questo disco, con pezzi faticosissimi, come Il mondo dopo Lewis Carroll, che parla della perdita della meraviglia: avevo perso proprio tutto, non riuscivo più a meravigliarmi. E’ stato proprio complicato scrivere questo pezzo, infatti è una sorta di patchwork di cose.

In realtà, non c’è una vera regola. Ho un modo bizzarro di fare musica: io immagino dei contesti e poi scrivo. Immagino dei posti, di essere lì e questo mi suscita qualcosa. Mi do una disciplina, di solito: vado in studio e compongo o scrivo, a prescindere dall’ispirazione, perché nel mio caso non funziona che aspetto l’illuminazione, guardando gli astri. L’ispirazione mi viene mentre faccio cose. Una Chiave è nata perché un giorno stavo facendo digging, quindi stavo prendendo campioni per creare basi. A un certo punto ho creato questa base e, appena sentita, mi ha trasferito il desiderio di scrivere un pezzo come quello che ho scritto, parlando a me stesso da bambino. Non so per quale motivo, probabilmente perché la scansione armonica mi ricordava qualcosa che ascoltavo durante l’infanzia. Altre volte, invece, ho un chiodo fisso, vorrei raccontare qualcosa. Quelle sono le situazioni peggiori: quando voglio raccontare qualcosa e non trovo un modo per farlo. Mi è capitato anche in questo disco, con pezzi faticosissimi, come Il mondo dopo Lewis Carroll, che parla della perdita della meraviglia: avevo perso proprio tutto, non riuscivo più a meravigliarmi. E’ stato proprio complicato scrivere questo pezzo, infatti è una sorta di patchwork di cose.

Negli anni, hai fatto numerosi featuring con artisti semi-sconosciuti al mercato musicale mainstream. Come scegli con chi lavorare?

Stiamo parlando di artisti che trascino nel mio mondo, perché io mi presto anche a fare featuring per altri: quasi sempre mi gaso per persone che, magari, sono all’inizio. I featuring dei miei album li faccio con artisti con cui abbia senso farli: non quello del click su Spotify, ma quello del “devono essere lì, perché in quella canzone stanno bene, o perché mi piace la voce sui miei pezzi“. In Exuvia, c’è Mishel Domenssain, una ragazza che ha composto quello che è diventato il ritornello del pezzo: era giusto che ci fosse lei. C’è Matthew Marcantonio dei Demob Happy, perché in quel periodo ascoltavo loro. Avevo campionato un pezzo da un vinile, ma non riuscivo a trovare i permessi per usarlo, quindi ho pensato di farlo cantare da un artista inglese. In quel momento ascoltavo loro e la voce di Matthew mi piaceva tantissimo, era perfetta per il pezzo. Il brano è un po’ alla Pink Floyd (perdonatemi per questo riferimento, lo dico in ginocchio sui ceci), nel senso che è un viaggione; i Demob Happy sono nati come cover band dei Pink Floyd. Era tutto perfetto. Deve avere tutto un senso: non è metto l’artista famoso per avere stream. Quando ho fatto un pezzo con Darryl McDaniels dei Run DMC, l’ho fatto perché avevo Forever Young in testa, una canzone che parlava del rap come terapia. Io avevo conosciuto il rap a 13 anni, quando ascoltavo i Run DMC. Idealmente, lui per me era il mio Freud. Sono tutti featuring molto ragionati.

Probabilmente odierai etichettarti, ma se dovessi usare una parola sola per descrivere il Caparezza del 2022, quale sarebbe e perché?

Ho capito che tu mi devi fare le domande difficili! Non è che odio darmi etichette, è che è impossibile. Direi vivo, vitale, perché questa è una cosa certa, l’unica della mia vita. In questo momento sono vivo perché ancora nutro interesse verso le cose: questo significa essere vivi e vitali.

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