Doppio esordio per Margherita Carducci, in arte Ditonellapiaga: album e Sanremo sanciscono l’inizio di un 2022 con il botto.
Bella, giovane, brava e solare: stiamo parlando di Ditonellapiaga che, insieme a Donatella Rettore, presenterà il brano Chimica, in gara alla 72esima edizione del Festival di Sanremo. Margherita sarà, inoltre, la nuova artista ad essere inserita nel programma di “Up Next Italia“, l’iniziativa di Apple Music rivolta all’identificazione e alla valorizzazione dei talenti emergenti.
Noi di Cromosomi l’abbiamo incontrata per parlare della nuova esperienza e dell’uscita del suo primo album, Camouflage, pubblicato lo scorso 14 gennaio.
Iniziamo parlando di Sanremo! E’ il tuo esordio al Festival. Come stai vivendo questi giorni? Hai dei riti scaramantici pre-esibizione che ti aiutano a scacciare i pensieri negativi o la tensione?
Li sto vivendo in maniera molto serena in realtà, contro ogni pronostico! Nessuno se l’aspettava, ma sono zen, molto rilassata. Ho avuto una fase di ansia durante le prove, quando ti rendi conto che tutto sta succedendo davvero. Per il resto sono molto tranquilla: mi sto divertendo, è un’esperienza nuova, molto frenetica e faticosa sicuramente, ma sono gasatissima! Per quanto riguarda i riti: no, non ne ho! L’unica cosa di cui ho bisogno è scaldare la voce, poi come va va, ma gli esercizi sono fondamentali!
Chimica, solamente leggendo il testo, trasmette molta energia. Avrà le stesse sonorità racchiuse nel tuo album? Qual è l’obiettivo a cui mirate tu e la Rettore? Oltre la vittoria, chiaramente.
In realtà la vittoria no, perché è talmente grande come vetrina che pochi forse vanno con l’obiettivo di vincere. Sicuramente il nostro è fare bene, fare una bella performance, far divertire a casa, anche perché il pezzo è 160 bpm, cassa dritta, una bella spettinata! Vogliamo divertirci e far divertire la gente che ha bisogno di sorrisi e leggerezza. Si intravede un barlume di luce lontano alla fine di questo tunnel e noi vorremmo accenderlo ancora di più se possibile.
Com’è scattata la Chimica tra te e Donatella Rettore?
La chimica con Dada a livello personale si è costruita col tempo, anche se fin da subito si è dimostrata molto empatica. E’ una persona che, da quello che traspare dai suoi pezzi più famosi – non altri più intimi in cui si nota la sua profondità a livello emotivo-, immaginavo rock, aggressiva, in maniera del tutto positiva. Invece quando l’ho conosciuta è stata dolcissima, premurosa. Ha provato stima dal primo momento nei miei confronti senza trattarmi come l’artista emergente, cosa che sarebbe potuta accadere tranquillamente, potendoselo permettere.
Ci siamo conosciute dopo la stesura del pezzo, scritto ispirandomi a lei. Mi ha fatto tanto piacere che si sia riconosciuta in ciò che ho scritto. C’è una bella intesa anche per quanto riguarda la musicalità delle parole, come devono suonare all’interno del pezzo, come costruiscono la metrica e come costruiscono esse stesse la musicalità, non devono soltanto significare qualcosa.
Sul palco dell’Ariston, via di semplicità o oserai alla Ditonellapiaga in Camouflage? Dagli outfit, alla presenza scenica.
Sugli outfit – devo essere onesta – non farò una roba alla Moira Orfei, non sarò teatrale, ecco! Sarò molto elegante, sensuale ma molto powerful. Per quanto riguarda la presenza scenica sicuramente ci divertiremo, questo poco ma sicuro!
Ultima domanda su Sanremo: cosa ti aspetti finita questa esperienza? Progettavi già una partecipazione a Sanremo o è successo tutto per caso?
Nessuno si aspettava questa cosa, si era parlato al massimo di Sanremo Giovani, ma mai tra i Big, perché appunto non lo sono. Non sono mai stata una di quei cantanti che snobbano Sanremo perché “è classico”, ma ti assicuro, da musicista, che cantare con un’orchestra è una cosa che non capita praticamente mai. La discografica non ha più i budget di una volta, siamo abituati a lavorare in studio con quelle poche cose. L’emozione quando senti 54 persone suonare con te è immensa, impagabile.
Parliamo di Camouflage, il tuo album d’esordio uscito meno di un mese fa. Ho amato il tuo essere camaleontica e devo dire che stai bene su qualsiasi genere. L’idea di questa variazione di mood è subentrata durante la stesura del disco o c’era un’idea di base pre-creazione?
Questo è un disco d’esordio, il mio primo approccio alla scrittura in maniera seria. Prima ho scritto altro, ma non con l’obiettivo di fare questo nella vita. Il disco si è costruito strada facendo, inizialmente non era nei piani nemmeno farlo uscire, ma canzone dopo canzone, arrivati a cinque pezzi, abbiamo detto: “forse lo stiamo facendo davvero!” e da lì è subentrata la discografica, il management, si è costruito tutto il quadro che un artista deve avere alle spalle. Quindi, in realtà, abbiamo semplicemente sperimentato rendendoci poi conto che ci piaceva far tutto. Non c’è mai capitato di dire: “questo non fa per me”, abbiamo esplorato nuovi orizzonti e ci siamo trovati sempre bene. Io sono camaleontica, è vero, ma anche i miei produttori lo sono. E’ stato tutto spontaneo, sia come tentativo di sperimentazione e un po’ perché credo di averlo nel sangue: a me piace molto recitare, travestirmi. Essere camaleontica mi permette – attraverso questo linguaggio teatrale – di spaziare e di giustificare il mio passare da un pezzo raggaeton, ad una ballad piano e voce, ad uno cassa dritta. Penso che tutto questo lo manterrò nei miei futuri progetti!
Tra tutti i generi presenti in Camouflage – citandone alcuni come il nu-soul, elettronica, pop, raggaeton – qual è quello che ti rappresenta di più e perché?
Ci sono generi che sicuramente ho esplorato di più in passato, in cui viene fuori un po’ di più la mia emotività e che quindi riconosco come più personali, per un tipo di approccio che ho avuto nella scrittura. Per esempio l’R&B è un mondo a cui sono molto legata perché ho iniziato a scrivere e cantare partendo da quel genere, ma in realtà il progetto è nato con Parli e Morphina, due pezzi che si allontanano molto da quello stile, ma che mi hanno dato la possibilità di tornare all’R&B con più consapevolezza e senza scopiazzare le cose che già ascoltavo. Sono partita, nella scrittura, da una cosa che mi metteva in difficoltà, diversa da quella che avevo sempre fatto che però mi ha aperto mille porte. Quello che ho capito è che: non è vero che se sai fare una cosa bene, sai fare solo quella, si presenteranno sempre occasioni nuove. Magari tra un po’ di tempo mi piacerà fare la chef – anche se non penso, perché sono una pippa – chi lo sa, è così bello stupirsi! E’ quello che ho imparato scrivendo questo disco.
Hai detto tu stessa che il testo di Repito, che narra di un omicidio, ti è stato suggerito dal giro di basso. Funziona così per tutta la stesura della tua musica? Parti sempre dalla base?
Nel caso di Repito, un pezzo in cui non c’è assolutamente un astio verso qualcuno da cui ho subito un torto – anzi attinge molto all’immaginazione – e che per questo mi sono divertita a scrivere, mi era arrivato il beat di una cosa un po’ latineggiante ed in quel momento ero in un mood opposto. Ho subito espresso la mia voglia di qualcosa di più intimo ed è nata Come fai. Poi su Repito ci sono ritornata, dopo il momento catartico in cui mi son liberata di tutti i fardelli emotivi. Di base, però, secondo me il suono suggerisce tantissimo l’immaginazione, quel basso sembrava la macchina che sfreccia, sgomma e cambia direzione, era perfetto.










