La musica leggerissima dei Måneskin

da | Mar 8, 2021 | News

La vittoria dei Måneskin a Sanremo: «Che senso ha vestirsi da rockstar?» Zitti e buoni è presentato come un brano di rottura e i Måneskin come i nuovi profeti del Rock italiano, ma quanto ha di rivoluzionario una canzone rock benedetta da Mara Venier? L’esito dibattuto di questo ultimo Festival lascia spazio ad alcune riflessioni sul […]

La vittoria dei Måneskin a Sanremo: «Che senso ha vestirsi da rockstar?»

Zitti e buoni è presentato come un brano di rottura e i Måneskin come i nuovi profeti del Rock italiano, ma quanto ha di rivoluzionario una canzone rock benedetta da Mara Venier? L’esito dibattuto di questo ultimo Festival lascia spazio ad alcune riflessioni sul rapporto fra innovazione e interpretazione. 

Midollo

Tralasciamo, per un attimo, tutto il corredo spettacolare che ha accompagnato, come sempre, Sanremo. Dimentichiamo Sanremo in quanto restituzione culturale e sociale del “tempo presente” italiano. Accantoniamo la complessa macchina produttiva, le centinaia di professionisti, la scrittura televisiva, lo stile di conduzione, le battute, le luci, le interviste, gli orchestrali, i direttori, gli ospiti, le polemiche. Spogliamo per un secondo Sanremo di Sanremo, lasciamo solo il midollo attorno al quale il festival costruisce la sua narrazione televisiva.

Cosa resta? Resta un ventaglio di 26 brani e un premio.

Colpo d’orecchio

A Sanremo spesso si canta di amore, eppure di queste 26 canzoni una buona metà posa lo sguardo altrove, raccogliendo il prezioso consiglio che Caparezza promuoveva nella sua Legge dell’ortica: «Se devo dire qualcosa all’amata la metto chinata».


A contraddire il Brunori di Canzone contro la paura («Canzoni che parlano d’amore, perché alla fine, dai, di che altro vuoi parlare?») ci sono la ballata raffinata di Colapesce e Dimartino, la malinconia intimista di Fulminacci («quanto vuoi per tutto questo?», viene voglia di abbracciarlo) o la preziosità de La rappresentante di lista. Per non parlare dei veterani Gazzè e Ayane, del rap (old school) di Ghemon e del rap (freschissimo) di Willie Peyote, della sagacia de Lo Stato Sociale e dell’urgenza in rime sciolte di Madame.

Insomma una varietà iridescente che intacca lo stereotipo consumato del Sanremo “festival della canzonetta”. Al di là della discutibile cornice televisiva, restano infatti sul palco dell’Ariston alcune fra le figure più incisive della musica italiana affermata o emergente.
Chi ha vinto?

Una vittoria rabbiosa

Lo sappiamo. Vince un brano rock, animato da uno spirito musicale distante dal classico gusto sanremese. Trionfa sotto i coriandoli un gruppo di giovani talenti forti di una vicenda articolata e avvincente, fatta di sconfitte, rinascite e carisma. Carisma incarnato anzitutto dal personaggio di Damiano, dalla sua presenza scenica, dal suo fascino erotico e dal suo physique da leader indiscusso.
I Måneskin hanno inoltre avuto la meglio su due canzoni d’amore non appartenenti alla categoria “extra-ormonale” presentata poco fa: la canzone annacquata di Ermal Meta e il prodotto standard della coppia Fedez/Michielin, corredato di consueta garanzia di vendibilità.


Insomma una vittoria rabbiosa, ruggente, che di certo scrive nella storia sanremese una pagina inedita e rilevante. 

Parole in libertà

Sono fuori di testa 
ma diverso da loro.
E tu sei fuori di testa
ma diversa da loro.

Pur vincendo su due canzoni d’amore, Zitti e buoni parla, almeno in parte, d’amore: c’è un noi due. Inoltre sostituisce alla leggerezza della dichiarazione sentimentale quella dell’autocelebrazione: a conti fatti, il senso del testo non sarà “sei la mia aria”, ma un altrettanto esile “siamo fichi, ci siamo fatti il mazzo, spacchiamo tutto”.

Provate a fare lo stesso con la canzone di Willie Peyote. Provate a riassumere in una frase la ricchezza semantica del testo di Mai dire mai, la sua attinenza con la contemporaneità, la sagacia delle sue citazioni. Provate poi a fare lo stesso con la canzone de Lo Stato Sociale o di Max Gazzè, a riassumerle in poche parole.

Il problema di Zitti e buoni è, anzitutto, l’assoluta vacuità del suo contenuto. Piuttosto che offrire uno sguardo tagliente sul presente, farsi portavoce di un racconto articolato sulla condizione umana (vedi Malika Ayane o Colapesce/Dimartino), sceglie il piglio della vera Musica leggerissima. Visto il periodo, può starci, per carità, un po’ di sana e circoscritta rabbia.


Ma è di rottura urlare «vi conviene toccarvi i coglioni»?
È straordinario cantare «ho visto sale poi lacrime questi uomini in macchina non scalare le rapide»?

Old (but gold?) Lato A

La relazione fra testo e cornice musicale potrebbe aprire un lungo discorso sulle parole per la musica vs. musica per le parole. Per farla breve, la magrezza del testo è realmente compensata da una musica irresistibile (vedi Gli impermeabili di Paolo Conte)?
Così Arturo Bandini sul Fatto Quotidiano: 

«Ho sentito un uomo dire “questi sono rock, quasi metallo”. Mi domando ancora se fosse in pieno possesso delle sue facoltà. Scolastici, pedissequa imitazione non “di quelli veri”, ma dei Greta Van Fleet. […] Saranno contente le mamme con figlie e figli fan.»

Too much? Forse, ma c’è del vero. Ci vorrebbe Ezio Guaitamacchi, ma direi che siamo evidentemente di fronte a qualcosa che sotto il profilo stilistico non ha assolutamente nulla di rivoluzionario.
I Måneskin suonano una musica fatta di zampe di elefante e eyeliner, in un tempo in cui il rock ha già incontrato un percorso di rinnovamento estetico straordinariamente complesso. Lo fanno attraverso un costume già parodiato negli anni Ottanta di This Is Spinal Tap.


Costruiscono inoltre la loro credibilità su un’immagine che, fra l’altro, entra in contrasto con se stessa quando i «diversi da loro» incontrano la benedizione di Mara Venier/Malgioglio a Domenica In. Dov’è l’energia contro del rock, il suo antagonismo?

La Venier li chiama «Rolling Stones» (occhio…) alludendo a un gruppo che ha un’età media di settant’anni.
Lars Von Trier è stato benedetto dai Bellissimi di Canale5? I Ramones hanno ricevuto il battesimo di Pippo Baudo?

Old (but gold?) Lato B

Esistono però i Vulfpeck. Sono dei fuoriclasse e suonano il funk divinamente. Mantengono in vita, rinnovano, interpretano una tradizione facendosi portavoce d’eccezione di quest’ultima. Il valore dei Måneskin può allora riconoscersi nell’essere interpreti d’eccezione di un genere musicale. Di essere dei fuoriclasse del rock? Decidetelo voi…


Resta poi da parlare della ripetitività come caratteristica intrinseca di un determinato tipo di musica. In un saggio meraviglioso dal titolo Lo specifico e il prezioso dell’ascolto radiofonico pop (presente nella raccolta La radio in Italia), Stefano Lombardi Vallauri sostiene che «l’innovazione non è un criterio decisivo per il giudizio di qualità» nella musica popolare. In particolare:

«Certi morfemi musicali […] non invecchiano. Non sono cliché perché continuano a essere usati in modo non inventivo e sempre più stanco, ma al contrario continuano a essere usati perché il loro potere di azione sulla coscienza è inesauribile. Rimangono sempre ottimi: perdono originalità, ma non qualità.»

Dunque si potrebbe dire che il rock dei Måneskin, anche se consumato, non ha perso (per ora) il suo potenziale galvanizzante.

Shire of Frodo

«È grande errore parlare delle cose del mondo indistintamente e assolutamente […] perché quasi tutte hanno distinzione e eccezione per la varietà delle circostanze»

Parola di Yoda? No, di Francesco Guicciardini. C’è spazio, insomma, per una serie di conclusioni.
Nel contesto sanremese, la vittoria di Zitti e buoni rappresenta un fenomeno di rottura rispetto alla storia del Festival e dei suoi vincitori.
Rispetto all’attuale pandemia, l’energia “ruggente” dei Måneskin potrà forse sfamare e sostenere psicologicamente una porzione di pubblico (quella che non andrà ad ascoltarsi gli Afterhours o il compianto Teatro degli Orrori).

Infine, nel panorama musicale italiano, la forza dei Måneskin risiede anzitutto nella loro immagine, prima ancora che nella loro musica. Sono un gruppo che ha saputo affermare la propria riconoscibilità attraverso la televisione e da questa, sabato sera, è stata consacrata. Questo va riconosciuto al di là che il gruppo possa legittimamente ispirare o meno simpatia.


Però la rivoluzione, la rottura, non si manifestano in prima serata su Rai1. «Non dico il buongusto, ma almeno il buonsenso»: parola di chi, fra una conversazione con Giuseppe Civati e una citazione a Boris, l’innovazione la sta portando per davvero.

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