Disco inverno è il primo album di quel “Mecna è sottovalutato”. Sì, ad oggi suona strana e inadatta questa frase per uno che nell’ultimo tour ha fatto sold out ovunque.
Disco inverno è l’opera prima di un ragazzo alto quasi due metri che con le rime ha toccato anche il cielo, mostrando come il talento, alla fine, ripaga sempre.
Eppure era questa la frase più ricorrente sotto i video di Corrado Grilli fino a pochi anni fa. Nel 2012, in Italia, la scena rap è una fossa dei leoni. Salmo, un dobermann da beat, fonda la Machete con Slait, El Raton ed En?gma. Guè pubblica FastLife vol.3, Gemitaiz e Madman arrivano ai più con Detto Fatto ed Emis Killa raccoglie i frutti di una gavetta lunga e travagliata. Nel settembre di quell’anno un ragazzone pugliese della MacroBeats, proveniente dai BlueNox, sta per spaccare in due la scena rap e l’opinione pubblica.
Aveva già lanciato dei segnali di fumo durante l’anno con i video di Senza Paracadute e Kryptonite. Non bastava. Alla fine di quell’estate, anzi, all’inizio di quell’inverno, Mecna pubblica il suo primo album. Il “rap canterino” stava per spartire le acque e per generare quello che oggi chiamiamo Indie-rap. Disco Inverno, per quelli che hanno vissuto il periodo, ad oggi sulla copertina presenta un motto: Divide et impera.
Hai testi in Arial
Io ho caratteri classici e flow fantastici, Narnia
Nella natura straordinaria dei ritardi
E il mio messaggio è che io resterò io
Anche se voi sarete anni luce, distanti
La ballata dell’odio, prima traccia dell’album, è un avvertimento. Un’autocelebrazione di chi ha la stoffa e lo sa. Un inno di disillusione dal mito del rap duro che si mescola, in una natura omogenea, ad una scrittura di impegno umano. Senza Paracaduteè la miccia, da dove tutto è partito. Una lirica che entra in circolo figlia di un’irresponsabilità, un’inconsapevolezza che l’essere umano non svela. La gravità che diventa facoltativa per chi, dal riflesso di una pozzanghera, vede la luna grigio cemento.
E nel borsone ho questo inverno che si è chiuso
Un insieme di nuvole che si chiudono in una pioggia che pesa come il piombo. L’addio ad un asfalto, ad una terra, è complesso. I fili dell’alta tensione del torace si ingarbugliano e la sicurezza si raggomitola in un timido angolo di vita. Sul serio è tutto ciò in rime, con la seconda strofa firmata Bassi Maestro. Due passi diventa dunque la consecutio di una necessità dell’io. Una guida turistica, in prima persona, del sentimento che passa tra gli edifici e attraverso le turbe dell’anima.
L’inverno non è più stagione gelida, ma titanica speranza di un’elevazione.
È risaputo che odio il sole ed amo la pioggia
Anche se a volte sto nel buio aspettando che sorga
Perenne lotta e pure un sorriso diventa una sorta
Di surrogato per le parole che non sopporta
La giustificazione di una paura, del timore di amare è in Fatto Così. La volontà che non si esprime e si reprime, inesplicabile groviglio di personalità che sintetizza un tremolio delle ossa. Non delusione ma controllo dei passi, analisi sentimentale pedissequa del terrore del sentimento stesso.
Piastrelle sollevate con le mani nude
La lancia egocentricamente legittima della scena targata Blue Nox è Bravo. Ghemon e Mecna danno l’interpretazione di una frangia dell’hip hop che non ha bisogno di screditare o di imitare. Le dimensioni musicali coesistono pur dividendo nel fascino di un momento. Un momento che riempie i polmoni e ti tiene con il fiato sospeso.
Palette policromatica, ma pur sempre cupa, di una rugiada traslucida che si stacca dall’iride. Servirà una scala è la fine del giorno che ti tiene nelle catene del buio di una storia finita. Un continuo brancolare nei ricordi senza luce.
Mentre domenica ogni sera e lunedì ogni alba
Ed il tramonto parla di quando tu eri la mia spalla
E la distanza volevamo cancellarla
Devo rifarmi un’altra, un’altra vita intendo
Dicono di chiuderne una per aprirne cento
Ho chiuso quella porta e sono al freddo
Le chiavi del portone le ho lasciate sul tuo letto
Ponte sentimentale che collega la monotonia settimanale ad una varietà domenicale soltanto mentale è Kryptonite. Lunga strofa di Mecna che nella solitudine primordiale, nel ritrovarsi, sente un pezzo di sé quasi in necrosi. Un organo stuprato dall’amore per una lei che è fuggita. Ghemon chiude e giustizia. Manifesto esoterico di una scrittura che unisce le facce musicali del rap è Tempo per noi. Nasty e Lustro, insieme a Mecna, sfornano una gemma autoriale.
Siamo amici per la pelle e ci strappiamo pelle e trono
Riusciamo a divertirci senza ruolo, io
Suono ancora e suono forte ma ridimensiono
Ogni goccia con cui coloro il cielo che trovo
ll chilling autobiografico di Corrado è Grazie Mille.
Un pezzo che strappa le viscere, sradica le radici del cielo della quotidianità. La dedica è al padre ma le liriche sono un bisturi che trapassa piano piano tutti gli strati della pelle. La soggettività è originale in un pezzo che dà una sferzata di azzurro tra le cose nere. Un cubismo che si fa sempre più spigoloso in Senza le Idee. Un periodo florido, quello, per Killacat che presta le sue corde vocali per il ritornello. Una visione della vita che si ingolfa e non riparte. Uno stallo totale che, però, Mecna lascia alle sue spalle. La decadente storia delle circostanze che uccidono il pensiero, l’individuo.
Ma non sta qui per questo ed io non sto uscendo più
Da questo disco inverno gelido dentro igloo
L’ultimo addio è Aeroplani. La verità e la non curanza della tristezza che non ha bisogno di essere limata. La pioggia è una metafora di una tempesta interiore. Un’individualità quasi da superuomo decadente che, Mecna, interpreta nella sua accezione malinconica.
Perché ferire se non per fare un salto
Scappare e godersi lo schianto
Boom! Sei tu che cadi se rimanevi testardo
Ma ora puoi raccontarlo
Un album che scrive e descrive l’uomo e non i rapporti. Un’antropologia mista a scienza dell’io che si manifesta attraverso la cultura del proprio. L’altrove diventa oscuro, buio di dubbi.










