Cantautore dinamico e oramai non più emergente, FADI è l’espressione di una sensibilità rara.
Nigeriano d’origine e romagnolo fin dai tempi dell’infanzia, FADI nelle sue canzoni unisce il ritmo travolgente dell’Africa al mondo classico del cantautorato. Dipinge la sua terra e cala in una visione artistica la quotidianità e le didascalie. Il vedutismo di Canaletto.
Un Gaugin originale, in stile “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?”, per l’uomo. Picicca, la sua etichetta, ha per le mani il Jay Jay Okocha della musica italiana.
“Teresa ha gli occhi secchi guarda verso il mare…” sono le parole d’avvio di “Rimini”, storica canzone di De Andrè. Tu dai un volto nuovo al capolavoro del cantautore genovese, all’interno di “Faber Nostrum”, il quale rievoca la storia attraverso la personificazione della città romagnola. Quanto è stato importante per te essere parte attiva di un progetto come “Faber Nostrum” e com’è stato cantare “Rimini”, poi inserita anche nel tuo album “Fadi”, per te che sei cresciuto su quella costa e che hai vissuto la “figlia di droghieri e di pirati”?
Poter partecipare ad un progetto del genere è stato un super onore, Faber è Faber. Quando mi è stata chiesta questa cosa qua (Faber Nostrum ndr) mi sono chiesto se fossi all’altezza. Per cantare una canzone di un artista di quel calibro ci vuole spessore, è una roba da farsi una benedizione! E’ un pilastro. Ho cantato “Rimini” con in mente i volti a me cari, i volti a me familiari. Io sono nato in quella terra e l’ho cantata con questa cosa in testa e dentro al petto.
Sanremo 2020. Fadi arriva all’Ariston e porta “Due Noi”, brano introspettivo nel quale è presente di nuovo la tua terra, in questo caso Bologna. E’ significativo questo aspetto a mio avviso soprattutto perché hai avuto il coraggio di portare l’uomo prima dell’artista sul palco. Un filo conduttore che lega pezzi di foto della tua vita in musica. Mi ha colpito molto, tra le tante figure, quella di Andrea. Figura ispirata a Dalla e De Andrè. Fadi ad oggi è un po’ “Andrea” di De Andrè o, per trovare un riferimento geografico, “il bambino perso nel centro di Bologna” di Dalla?
Vanno prese in considerazione entrambe le figure. Questa canzone è nata nel periodo universitario, in viaggio, mentre facevo la tratta Rimini-Bologna. Mi ha sempre fatto impazzire in “Andrea” di De André, l’idea che lui si fosse perso e non conoscesse la strada per tornare. O, ancora, quando racconta del pozzo e dice “mi basta che sia più profondo di me”. Mi ha sempre provocato, nel senso buono del termine, questa frase: è una roba davvero forte. Scrissi, quando avevo una band punk, una canzone sul treno regionale Rimini-Bologna: il treno da Bologna Centrale alla città del mare. Raccontava di questo Andrea nel quale mi immedesimavo. Mi rivedo in queste figure, così come mi rivedo in Dalla quando dice “[…]nel centro di Bologna/Non si perde neanche un bambino/Mi guarda con la faccia un po’ stravolta/E mi dice Sono di Berlino”. Mi fa ridere e sorridere…
In OWO, traccia del tuo album, ho ritrovato un personaggio molto importante per quanto riguarda la storia africana e umana: Fela Kuty. Sue le importanti battaglie per i diritti umani in Nigeria e sua è la frase «nessun uomo può vantare diritti sulla vagina di una donna». Quanto è importante dare spazio per te a queste tematiche nella musica di oggi, soprattutto in questo momento storico?
Penso che prima della differenza donna-uomo ci sia l’essere umano. Serve il rispetto, poiché ognuno porta avanti le proprie pene e le proprie battaglie. E’ una questione di valore non di genere. Ognuno ha i propri limiti e i propri pregi ma, bisogna dimostrare il valore. Soprattutto ora, in questo momento storico in cui il nemico è invisibile, dobbiamo provare a guardarci con rispetto per noi stessi e per gli altri. Credo che il Corona Virus possa essere un’occasione per ritrovare questo sentimento.
Rino Gaetano, Ornella Vanoni, Luca Carboni, Bob Marley e molti altri sono i nomi presenti nella tua playlist Spotify ,del 2018, “Ascolti per il nuovo disco”. E’ ammirevole che tu prenda d’ispirazione i grandi nomi della musica ma è particolare questa playlist perché svela un po’ lo scheletro del tuo album. Come mai questa scelta di pubblicarla e quanto ti ha aiutato nella stesura del tuo disco?
Io vado molto a mio compiacimento e a ciò che mi corrisponde. Rino Gaetano mi piace moltissimo. Molti degli artisti hanno attinto da quella musica. Mi faceva impazzire il suo essere genuino nonostante tutto. Sotto questo aspetto mi considero molto curioso, un pragmatico. La scelta di pubblicare la playlist era per far capire cosa mi corrispondesse a livello musicale. In verità non sono un ascoltatore incallito di musica, mi piacciono i silenzi, quelli pieni.
“Sembra una vita intera in sala d’attesa” è una delle frasi più forti dell’album. Cardine è un canto liberatorio che dà avvio all’album. E’ però una canzone che pubblichi nel 2018 e che ti ritaglia un posto importante nella musica. E’ un inno di liberazione, un canto di rabbia o tutt’altro?
Vuole essere liberatorio. La vita stringe. Quando scrivo le mie canzoni ho bisogno, ad un certo punto, di confrontarmi con qualcuno. Questo concetto va trasportato alla vita di tutti i giorni. Cardine vuole essere una liberazione dalla routine quotidiana. Arriva, c’è il bisogno di un qualcosa che scardini la quotidianità. Ed è proprio il confronto che può rompere questa monotonia. E’ un “e te”. Così facendo il disastro si trasforma un po’ in uno spasso.
FADI conclude con una dichiarazione/appello, data la situazione creata dal Covid-19:
“Sembra una cazzata, ma anche uno può fare la differenza. Ognuno può fare la sua e, stare a casa, è l’unico modo ragionevole di combattere”.










