Gazzelle, Superbattito Punk ad Avellino

da | Gen 13, 2020 | #Cromosomiintour

Arrivo all’Ex Base alle 21.00 o giù di lì. Appena entrato mi si apre davanti uno scenario dai grandi spazi. Sullo sfondo, il palco che aspetta Flavio, Gazzelle, e la sua band. Gli strumenti sono pronti. La piccola folla comincia a scaldare le corde vocali e gli animi. È ancora presto, ma già si respira […]

Arrivo all’Ex Base alle 21.00 o giù di lì. Appena entrato mi si apre davanti uno scenario dai grandi spazi. Sullo sfondo, il palco che aspetta Flavio, Gazzelle, e la sua band.

Gli strumenti sono pronti. La piccola folla comincia a scaldare le corde vocali e gli animi. È ancora presto, ma già si respira quell’aria di musica e abbracci. Di emozioni tenute strette nel petto e negli occhi, e pronte ad esplodere tra le note e le stelle. Gazzelle fa il suo ingresso sul palco con quella malinconica leggerezza mista a strafottenza, proprie del suo stile. Sorriso sornione. Occhiali scuri a coprire lo sguardo. “L’essenziale è invisibile agli occhi”, affermava Antoine de Saint-Exupéry ne “Il Piccolo Principe”. Non c’è bisogno di guardare quando a parlare è la musica, “non si vede che col cuore”. Flavio si avvicina al microfono. La gente trema.

Il concerto parte con “Meglio così”, un pezzo che fa saltare di tristezza.

Una canzone che con un sottofondo tutt’altro che malinconico racconta il tramonto di una relazione in due strade che si dividono. Una verso un nuovo inizio, l’altra immersa nei ricordi e nella sofferenza. Perché è questo l’affascinante ossimoro e la potenza di Gazzelle. La capacità di unire spesso dei testi che profumano di dolore e di speranze rotte, di sogni infranti e cuori spezzati affogati nelle lacrime e nell’alcool, ad una musica allegra e ritmata. Un indie dalle sfumature elettroniche che passa per il pop e il rock.

Il concerto prosegue così, tra le tracce del nuovo album “Punk”, e i pezzi più vecchi di “Superbattito”, passando per i vari singoli del cantautore, fino all’ultimo pezzo “Polynesia”. Tra un salto nell’aria, e uno nella profondità del nostro cuore, in mezzo alla sensibilità di note e parole capaci di scavarti dentro.

A metà del concerto incorro in una simpatica ma emblematica esperienza. Due ragazze mi si avvicinano, e all’improvviso mi domandano col sorriso sul volto “ma tu non stai soffrendo?”. Io le guardo e, con un sorriso ancora più largo, rispondo “se non avessi voluto soffrire, non sarei qui”. Ebbene si. Perché, si sa, la vita è fatta anche di angoscia. E questo Flavio ce lo mostra in maniera splendida. Splendida perché quest’angoscia, attraverso le sue canzoni, lui l’affronta e ce la fa affrontare. Ma soprattutto la meraviglia di Gazzelle sta nella capacità di trasformare la sofferenza in bellezza. Il dolore in speranza. È questo il talento dell’artista. Prendere il nero della vita e colorarlo con versi e note che hanno le sfumature dell’alba e della primavera.

“E non crescono i fiori, è vero, dove cammino io. Ma nemmeno è tutto nero”.

Alla fine, questa felice sofferenza l’ho condivisa, fino al termine del concerto con le due ragazze. Fino all’ultimo pezzo, ovvero “Tutta la vita”. Poi ci siamo salutati.

Ognuno per le proprie strade. Ognuno col proprio splendido bagaglio di emozioni, ma spogli di qualche paura. Ognuno con un po’ dell’altro. Ognuno un po’ più leggero, e un po’ meno solo.

“Spegnete i colori, i tormenti, i dolori, gli ombrelli e i malumori. Che noi, che noi stiamo bene anche soli”.

 

 

 

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