Pubblicato il 18 settembre, “Luoghi Comuni“ è il nuovo capitolo discografico di Lil Jolie, un lavoro intimo e stratificato che esplora il doppio valore del suo titolo: da una parte la condivisione di spazi ed esperienze con gli affetti più cari, dall’altra il superamento dei pregiudizi sociali.
Attraverso temi che spaziano dalla nostalgia per la propria terra ai viaggi di formazione tra America, Valencia e Scozia, fino alle contraddizioni del successo e all’attaccamento ai legami veri, il disco trova nell’empatia il suo elemento cardine.
Sul piano musicale, l’album unisce influenze pop, rock, grunge e indie, avvalendosi della produzione e della complicità artistica di Dario Mangiaracina (La Rappresentante di Lista) e includendo una rilettura di Gomma dei Baustelle. Abbiamo incontrato Lil Jolie per farci raccontare la visione e la genesi di questo progetto.
L’intervista a Lil Jolie
Partiamo dal titolo del disco, Luoghi Comuni. Hai giocato molto con questo doppio significato: quali luoghi comuni hai voluto sfatare all’interno del disco? Quali, invece, sono i luoghi comuni fisici di condivisione che hanno dato vita a queste canzoni?
«Sicuramente è un disco in cui sono stata molto empatica, mi sono lasciata ispirare dalle storie delle persone della mia vita e dalle mie. Parlo molto dei miei migliori amici. Mi è piaciuto giocare con il duplice significato di “luoghi comuni”, ma mi riferisco in primis a luoghi condivisi. Infatti volevo chiamarlo “risonanze” ma luoghi comuni era molto più terra terra, come me. Mi sono liberata di tante sovrastrutture e ho smesso di voler piacere a tutti a tutti i costi. Ho giocato con queste due mie anime e chi le conosce le ama entrambe, fanno entrambe parte di me.»
Nell’album racconti storie molto intime non solo tue, ma anche dei tuoi amici. C’è stato un momento specifico in cui hai avuto paura di raccontare qualcosa che non era direttamente tuo, e come hai trovato il confine tra empatia e appropriazione di una storia?
«Non ho avuto paura perché ho avuto proprio la necessità di raccontarle: non riuscivo a metabolizzarle se non in questo modo. L’empatia è un sentimento molto bello però, al tempo stesso, molto rischioso perché è facile farsi trascinare e viverla male. Per metabolizzare certe emozioni io ho bisogno di scrivere canzoni e molti pezzi del disco sono nati proprio da questo sentimento. Addirittura molte mie storie hanno un filo conduttore con quelle di altri e mi piacerebbe che fosse così anche per l’ascoltatore.»

Ci sono diversi brani in cui emerge il tema della partenza (Tra Passaporti e Caramelle e Destini Infelici). Qual è stata la partenza più importante della tua vita artistica, quella senza la quale non esisterebbe questo disco?
«Mi sono dovuta lasciare andare e ho dovuto lasciare andare tante cose. Sono partida, anche proprio fisicamente: ho viaggiato tanto e sono tre i viaggi catartici e diversi tra loro che ho fatto: America, Valencia, Scozia. Ogni viaggio mi lascia qualcosa ed è come se io lasciassi un pezzo di me ogni volta che parto, si tratta di uno scambio reciproco.»
C’è un brano, Voglio i Money, in cui affronti il tema del prezzo del successo. Se la Lil Jolie di oggi potesse incontrare quella che entrava ad Amici, quale sarebbe il compromesso che le diresti di non accettare mai, a prescindere dalle opportunità?
«Le direi “Fai quello che ti senti”, perché è esattamente ciò che ho fatto. Non ho mai avuto bisogno di recitare una parte o un ruolo. Forse le direi anche di essere un po’ più calma, ma dal punto di vista artistico non ho nulla da recriminarle. Sono stata fedele a me stessa e quindi non tornerei indietro.»
Nel disco il Sud è un elemento importantissimo, non solo come luogo geografico ma proprio come stato emotivo. Qual è una cosa che ti porti dietro della tua terra che senti presente in ogni tua canzone, anche quando non la nomini esplicitamente?
«Porto con me un sentimento di malinconia, che per me è un sentimento bellissimo. Sono una persona estremamente nostalgica, mi piace guardare fuori dalla finestra ed immaginarmi tanti luoghi. A volte mi piace stare nel dolore, è come essere cullati da una madre: mi sento fragile quando la provo, ma al tempo stesso molto più sincera di quando performo mostrandomi per quella che non sono.»
Com’è nato l’incontro con Dario Mangiaracina? In che modo la sua visione ha influenzato la produzione e il disco?
«L’incontro con Dario è stato bellissimo: ho visto entrare dalla porta un altro pazzo come me e ci siamo subito riconosciuti. Secondo me nel disco si sente bene questa cosa, c’è tanta verità. L’incontro con lui è stato un incontro con un’anima estremamente affine alla mia.»
Se tra vent’anni una persona trovasse una copia di Luoghi Comuni senza sapere nulla di te, quale pensi sarebbe la cosa più importante che capirebbe della tua generazione ascoltandolo dall’inizio alla fine?
«Capirebbe, senza ombra di dubbio, che siamo una generazione molto fragile, che fa fatica a mettere nel cassetto giusto le emozioni.»









