Un percorso che parte dal centro della propria intimità e si allarga progressivamente per trovare una nuova dimensione. Con l’EP Isola, pubblicato per Macro Beats e distribuito da Artist First, la cantautrice calabrese Paola Pizzino firma un lavoro in cinque tracce che esplora il significato dello spazio emotivo, il confronto con il passato e la necessità di fare i conti con quello che rimane quando il rumore esterno si spegne.
Prodotto da gheesa e Macro Marco, il progetto combina la scrittura diretta dell’artista con sonorità pop contemporanee e R&B, avvalendosi anche della collaborazione con Wrongonyou nel brano Cliché.
Dall’isolamento inteso come sano rifugio fino al confronto con le proprie insicurezze davanti allo specchio, la musica diventa uno strumento di analisi e di ritrovata consapevolezza.
L’abbiamo incontrata per farci raccontare questo nuovo capitolo del suo cammino artistico.
In Cliché racconti il rischio di perdere pezzi di sé pur di adattarsi alle aspettative. Quanto è difficile capire quanto stiamo cambiando davvero e quando, invece, stiamo diventando la versione che gli altri si aspettano di noi?
«Onestamente credo di essermi accorta di essere cambiata nel profondo soltanto a posteriori, magari a distanza di anni; i momenti di transizione sono spesso troppo caotici per restare lucidi e consapevoli. Accorgersi di star diventando la versione che gli altri si aspettano di noi, invece, credo sia più facile, come fosse un vestito forse troppo stretto che, nonostante tutti i tuoi tentativi di starci dentro, col tempo inizia a darti fastidio, finché l’unica soluzione al fastidio diventa toglierselo.»

In questo progetto le fragilità hanno un ruolo centrale. Trasformarle in musica ti aiuta anche a comprenderle meglio?
«Decisamente sì. Tornare a leggere ciò che ho scritto, a distanza di tempo, è da sempre uno dei modi migliori che ho di guardarmi dall’esterno, di analizzarmi con lucidità. Secondo soltanto ad una chiacchierata con le persone a me più care.»
Sei partita da una dimensione essenziale, chitarra e voce, mentre oggi il tuo progetto si muove tra pop, R&B e una produzione più stratificata. Quanto è stato naturale trovare questo nuovo suono e quanto hai dovuto allontanarti dalla comfort zone?
«Nella scelta del vestito che più si adatta ai miei brani mi è fondamentale l’aiuto di tutta la squadra che lavora con me nella produzione. Non ho ancora ben chiara la mia strada: mi piacciono tanti generi diversi e non credo di averne uno solo in particolare che mi rappresenti appieno – e forse nemmeno lo vorrei. In tutti i casi, in ogni direzione esplorata finora non ho mai avuto l’impressione di dover uscire dalla comfort zone, è stato abbastanza naturale.»


L’isola del disco è insieme uno spazio che protegge e che separa dagli altri. Quando, per te, la solitudine smette di essere rifugio e diventa isolamento?
«Quando nell’isolamento cerco la salvezza, sento di aver fallito. L’isola diventa un sano rifugio quando la abito serenamente, senza scappare.»
In Povera me racconti il confronto con lo specchio, gli schermi e il desiderio di assomigliare a qualcun altro. In un momento in cui siamo costantemente esposti alle immagini di altri, cosa significa per te riuscire a “tornare a se stessi?”
«Nonostante tutti i tentativi di vincere le mie insicurezze, mi capita ancora molto spesso di non stare bene con me stessa e di non riuscire ad evitare il paragone con gli altri. Mi salva però guardarmi intorno (ed indietro) ed osservare lucidamente ciò che ho costruito nel tempo: le scelte che ho fatto, le persone che ho intorno. Sento che quello in un certo senso mi definisce, riesce a farmi “tornare in me”. Ed alla fine scoprire che non è neanche poi così spiacevole. Mi sento molto fortunata.»









