Intervista agli Studio Murena: il jazzcore che prende vita sul palco a Firenze

da | Lug 4, 2026 | #Cromosomiintour, Interviste

Che cosa succede quando jazz, rap, elettronica e improvvisazione si incontrano sullo stesso palco? In occasione dello Stella Rossa Fest abbiamo intervistato gli Studio Murena prima del loro concerto a Firenze, parlando di tecnica, ricerca sonora e identità musicale. A seguire, il racconto di un live in cui scoprirete almeno 5 buoni motivi per non perderti il prossimo concerto.

Durante la seconda serata dello Stella Rossa Fest organizzato da Arci Firenze, un piccolo spazio all’aperto di quartiere si è trasformato nel palco degli Studio Murena, collettivo milanese che rappresenta una delle più interessanti proposte del panorama musicale attuale. Nata nel 2018 da un trio di formatosi al Conservatorio di Milano, si è poi ampliata con l’arrivo della voce di Lorenzo Carminati, e attualmente conta sei componenti tra batteria, basso, chitarra elettrica, piano ed elettronica. 

Un gruppo che spicca per la forte ricerca musicale che si esprime non solo nei testi, introspettivi e densi di significato, ma anche nelle basi, che vengono costruite mescolando generi diversi e creando pezzi fortemente stratificati e ricchi di influenze. Nella loro musica si viene a creare una sorta di dualismo: da una parte la scrittura diretta e sociale del rap, dall’altra la libertà espressiva dell’improvvisazione che portano i ragazzi ad adottare un processo creativo peculiare. 

Per comprendere meglio il mondo artistico che si cela dietro lo Studio Murena, noi di Cromosomi abbiamo avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con il collettivo al completo prima del live. 

Nei vostri pezzi c’è una fortissima componente d’improvvisazione anche per il vostro background professionale. Pensate che il conservatorio insegni a “disimparare” le regole o ritenete che la tecnica ad un certo punto diventi un limite?

Giovanni: “Tre di noi hanno studiato Musica Elettronica al Conservatorio di Milano e lì ci hanno insegnato ad essere molto più “aperti”. Abbiamo avuto dei maestri come Riccardo Sinigallia, Ruggero Tajè con cui facevamo improvvisazione. Non veniamo proprio tutti dal Conservatorio, dalla parte estremamente accademica, quindi abbiamo un approccio molto più aperto anche proprio improntato più all’improvvisazione.. O meglio alla ricerca del suono, più che all’improvvisazione.”

Amedeo: “Io ho cambiato un po’ il mio modo di vedere questo discorso della tecnica. All’inizio  forse avevo anch’io questa visione per cui la tecnica poteva essere un limite, ma solo perché osservavo il modo in cui alcuni la interpretavano. Tutto dipende da come il musicista mette a disposizione la tecnica e da come viene usata. L’obiettivo ultimo è comunicare qualcosa, la tecnica sicuramente è un mezzo che ti può aiutare a tirar fuori il messaggio più velocemente. Non è un limite secondo me.”

Marco: “Poi ci tengo a precisare che l’esperienza in Conservatorio dipende anche dal docente che hai: ce ne sono alcuni che hanno menti aperte e ti permettono di sperimentare molto, e ci sono quelli più “chiusi”. Avendo fatto anche musica classica ho percepito molto questa cosa delle regole. Poi ho avuto anche la fortuna di avere in Jazz un docente che mi ha sempre stimolato a cercare nuovi linguaggi. Penso che la tecnica sia essenziale perché ti permette di esprimerti come vuoi e alla fine non ci pensi più, credo sia fondamentale.”

Nei vostri live tendete sempre a cambiare un po’ gli arrangiamenti, ad allungare i brani.., Come cambiano le vostre canzoni dalla sala prove, allo studio di registrazione e infine al palco? 

Marco: “Dato che nei concerti noi cerchiamo di raccontare una storia, quello che facciamo è sicuramente una selezione dei nostri pezzi per capire se vogliamo iniziare con una cosa molto di impatto o una cosa morbida, per esempio. Iniziamo con il focalizzarci più sul racconto, facciamo la selezione dei pezzi e poi pensiamo anche a questioni più tecniche, tipo il tempo e la tonalità, così da poter creare transizioni, modulazione metrica, eccetera. Quindi i pezzi vengono modificati leggermente: a volte gli assoli si allungano, facciamo anche qualche mash-up fra i pezzi… C’è indubbiamente un lavoro di arrangiamento.”

Quando si parla della vostra musica ci si riferisce spesso a generi come “jazz rap” o “fusion contemporanea”. Fra queste etichette, jazz, rap e fusion, c’è qualcuna che vi sta particolarmente stretta? Se sì, per quale motivo? 

Lorenzo: “In realtà forse oggi per parlare di musica, più che di etichette avrebbe senso in generale parlare di tag, di influenze. Adesso la musica è talmente commista, i generi si toccano talmente tanto che poi alle volte il discorso delle etichette è limitante. Non ci sono poi delle etichette che ci stanno strette nel senso proprio del termine, però sicuramente ci rendiamo conto che la nostra vibrazione non si esaurisce dentro dei generi molto codificati. Tocchiamo il rap, abbiamo un’attitudine jazz quando siamo in cantina e scriviamo in maniera circolare, però è molto difficile sentirci parte di un singolo genere. Avevamo improvvisato questa parola che ci piace e ci diverte, che è quella del “jazzcore”, che un po’ cerca di raccontare la nostra personalissima visione. Ci sentiamo parte di tanti mondi e anche forse ogni tanto fuori dagli stessi mondi nello stesso momento. E’ molto particolare il posizionamento dello Studio Mu.”

I vostri testi sono sempre molto introspettivi e profondi. Dopo “Notturno” c’è qualcosa che avete imparato su voi stessi come collettivo che negli altri dischi non era emerso?

Amedeo: “Mamma mia, che domanda..!”

Lorenzo: “Credo che sia un disco che rappresenta tanto un periodo di transizione, di cambiamento inteso proprio come crescita di tutti e sei e lo è stato sotto tanti aspetti. Penso proprio anche dal punto di vista del tempo: ci abbiamo messo tanto a sviluppare bene le idee che avevamo in mente e quindi questa cosa ci ha proprio accompagnato durante periodi di cambiamento, anche della vita personale di ognuno. Un po’ questa cosa si percepisce appunto nei testi: quello che abbiamo vissuto lo sappiamo noi, lo abbiamo passato assieme. Non so se come collettivo abbiamo imparato qualcosa, però io a livello personale mi sento di essere stato accompagnato da questo disco, in questo periodo.”

Giovanni: “In generale da che abbiamo iniziato a creare, a comporre e a vederci come gruppo c’è sempre stata una crescita. I vari dischi sono un po’ dei tasselli; ad un certo punto abbiamo chiuso un ciclo e ne abbiamo aperto un altro, almeno io ho questa sensazione. Un po’ come se in tutto questo fosse condensata l’esperienza di un essere umano, dalla nascita, al conoscersi, al toccare, scoprire cose nuove, pian piano rendersi sempre più individui. E secondo me siamo in un punto in cui tutti noi guardiamo indietro con nostalgia, credo. Cioè, siamo molto contenti di quello che abbiamo fatto, però abbiamo anche molta energia per poter tirar fuori cose nuove. “Notturno” è stato appunto quest’ultimo tassello che ha chiuso anche un momento un po’ più… Non so se definirlo “intimista”, però comunque siamo andati a toccare anche delle corde un pochettino più sensibili rispetto ai dischi precedenti. Questo è sicuramente un bagaglio che ci porteremo e sarà un colore nuovo che potremo utilizzare anche nei prossimi lavori.” 

Come abbiamo accennato prima, i vostri live sono sempre diversi: improvvisate, vi esibite proprio come una jazz band. Che idea avete di live? Cosa dovrebbe offrire a chi vi ascolta che l’ascolto del disco, per sua natura, non può dare? 

Marco: “Sicuramente dinamicità, interazione, offrire un’esperienza più che un ascolto passivo anche. Come dicevamo prima, noi pensiamo anche agli intro, agli outro che sono cose che a volte vengono sottovalutate, ma che sono forse le prime cose che ascolti e impostano più o meno la chiave di lettura di quello che stai per ascoltare. Noi ci teniamo tanto che ogni tour abbia il proprio intro, quindi è per questo che invitiamo tutti a venire ai concerti: scoprirete sempre cose nuove!” 

Giovanni: “Il live ti dà molto di più rispetto all’ascolto dell’album. Tu il disco te l’ascolti in cuffia, è una cosa puramente uditiva, esprime solo un senso. Nel live devi stimolare tutti gli altri sensi: quindi abbiamo i visual per la parte visiva, anche solo i silenzi che si creano, le pause, l’interazione, il movimento tra noi e il pubblico, i giochi ritmici. Il coinvolgimento è una cosa essenziale per i live.”

Studio Murena in live a Firenze: jazzcore e un rap che toglie il fiato

I concerti intimi hanno sempre una marcia in più: abbattono un po’ quel muro che si percepisce fra pubblico ed artista, rendendo l’atmosfera molto più familiare e rilassata. E’ questa l’aria che si respirava durante il live degli Studio Murena a Firenze: una piccola area attrezzata a palco, una cinquantina di spettatori fedeli e la semplicità con cui guadagnarsi la front row. 

Il gruppo ha proposto una scaletta che ha toccato l’intera discografia, dai brani dell’omonimo album d’esordio “Studio Murena” (2021) fino a pezzi dell’ultimo disco del 2025, tra cui “Il cane di Pavlov”, eseguito dal vivo per la prima volta. Allo stesso modo si sono susseguiti generi diversi, che si intersecavano e si amplificavano l’un l’altro perfino nello stesso pezzo. I visual vagamente horrorcore arricchivano la scenografia, rendendo l’atmosfera ancor più adatta ad ascoltare i loro testi così cupi e complessi. 

Il live si è sviluppato come un continuo alternarsi di atmosfere: dalla dimensione intima e malinconica di “Vienna” si passava alle tinte cupe e inquietanti di “Baba Jaga”. Ispirato all’ambigua figura del folklore slavo, capace di incarnare tanto una guida quanto una minaccia, il brano utilizza questo personaggio come metafora di una mente intrappolata in un incubo fatto di paranoia e autodistruzione. “Nostalgia”, invece, è stata introdotta da un visual che riproponeva immagini distorte del celebre film “Persona” di Bergman, accompagnate dal suo iconico monologo.

Sempre fedeli alla loro vocazione sperimentale, gli Studio Mu hanno proposto una sorprendente versione rock di “Marmo”, storico brano del 2021. Il nuovo arrangiamento ha reso il pezzo ancora più incisivo e comunicativo, amplificandone il significato e mettendo in luce, ancora una volta, la versatilità della band.

Il concerto si è concluso con “MON AMI”, travolgente brano tratto da “WadiruM”, lasciando il pubblico con un’ultima, potente scarica di energia. Ascoltare il collettivo milanese dal vivo è stata un’esperienza difficile da descrivere a parole: non solo per la forza della loro musica, ma anche per la totale immersione con cui i componenti della band vivevano ogni istante dell’esibizione. Osservarli sul palco, completamente assorti nella loro performance, era parte integrante della magia del concerto.

Studio Murena: sei artisti che si potenziano a vicenda 

Il flow di Lorenzo Carminati è stato potente: scandiva un susseguirsi fitto di rime, mantenendo alta la tensione per tutto il concerto. Marco Falcon, alla tastiera, sfoggiava il suo background jazz con improvvisazioni capaci di aprire nuovi spazi sonori senza mai spezzare il groove del collettivo. Le linee di basso di Maurizio Gazzola hanno dato corpo ai brani, mentre i sintetizzatori ne ampliavano la dimensione sonora. La chitarra di Amedeo Nan ha aggiunto dinamismo ai brani, dialogando continuamente con il resto della band. 

L’elettronica di Giovanni Ferrazzi ha arricchito il concerto di texture e stratificazioni che si fondevano con gli strumenti acustici senza mai sovrastarli. Campionamenti, effetti e interventi sonori hanno contribuito a costruire quell’identità sospesa tra jazz, hip hop ed elettronica che rende immediatamente riconoscibile il suono degli Studio Murena. A concludere il tutto, il drumming energico, dinamico e ricco di sfumature di Marco Campanale

Gli Studio Murena hanno quindi dimostrato quanto la loro musica trovi la sua dimensione ideale dal vivo. Ogni brano è uno spazio di dialogo tra gli artisti, dove tecnica, improvvisazione e ricerca sonora si sono intrecciate senza perdere i propri contorni. I testi complessi e introspettivi hanno amplificato l’intensità dell’esperienza: ogni barra arrivava al cuore e lo dilaniava. Non possiamo che dare ragione a Giovanni Ferrazzi! Assistere a un live degli Studio Murena significa vivere un’esperienza completa, fatta tanto dell’intensità dei brani quanto dei silenzi tra una canzone e l’altra, dell’energia del pubblico e della complicità che lega il collettivo.

La Playlist di Cromosomi