Era il 13 dicembre 2024 quando, senza alcun preavviso e di prima mattina, è comparso un nuovo album di Marracash sulle piattaforme. È finita la pace – terzogenito di una trilogia impeccabile composta da Persona e Noi, loro, gli altri – si è posto da subito come il disco più controverso del rapper. Nessun feat, qualche campionamento ad hoc e l’urgenza fortissima di chi, una volta arrivato in cima, usa la propria posizione privilegiata per dire tutto.
In un mondo di hit pre-confezionate e pronte da vendere sul mercato, Marracash non gioca mai facile. Con il successo consolidato e l’esperienza accumulata, basterebbe qualche pezzo vecchio stile o qualche feat per scalare le classifiche, eppure Marra non si adagia mai sugli allori.
Né dal punto di vista stilistico, dove prende la trap e la rivoluziona campionandoci i Pooh in “Uomini soli” o inserendo l’indimenticato Ivan Graziani nella bellissima title track ”È finita la pace”, né dal punto di vista contenutistico, dove in un periodo storico in cui ancora ci si interroga sulla responsabilità politica degli artisti, critica esplicitamente la mancanza di posizione dell’Italia di fronte al genocidio palestinese. Parla anche di lavoro e delle condizioni di vita disumane cui la società ci conduce inevitabilmente, e di attualità in senso stretto, come in “Crash”, dove punta il dito verso chi governa, definendo l’esecutivo Meloni “governo di fasci con idee preistoriche”.
Ma È finita la pace non è neanche solo un disco politico. Come solo i grandi sanno fare, Marracash rende lo specifico universale, e quelle stesse storture raccontate un anno fa sono tutt’oggi tremendamente attuali. Pur parlando di politica, società e attualità, la narrazione di È finita la pace non è mai cronachistica, quanto piuttosto un ritratto strutturale di un’epoca in cui la pace sembra ormai sgretolata, ma tutti si rifiutano di fare i conti con questa realtà.
“Chi finanzia il genocidio a Gaza? Chi comanda? Siamo solo una colonia e basta! Ma la gente è stanca, mica le riguarda, vuole stare su Temptation Island, il rumore come ninna nanna”, canta in una fotografia lucida più che mai dell’ipocrisia del presente.
Con la scrittura franca che ha contraddistinto anche Persona e Noi, Loro, Gli altri, Marracash in È finita la pace dimostra una penna ancora più chirurgica. Rifiuta la solita narrazione rapperistica del superuomo intangibile e proiettato solo al materialismo. Anela a una pace politica, ma ancor più a una calma psicologica che, forse, dopo aver messo per iscritto tutte le proprie incertezze (come nel brano DUBBI dell’album precedente), si sta lentamente ricostruendo.
Marracash e la conquista di una pace nuova
L’album inizia e finisce con una constatazione: la pace – intesa come equilibrio mentale, sociale e culturale – è finita, e Fabio Bartolo Rizzo, con produzioni di Marz e Zef, è il primo a far scoppiare la “bolla” in cui siamo tutti immersi, fatta di pressioni sociali, conflitti interiori e tutte le contraddizioni del nostro tempo.
La scelta di non includere featuring e di affidarsi completamente al proprio sguardo aveva reso l’album un salto nel vuoto che, a distanza di un anno, possiamo dire perfettamente riuscito. Marracash non propone soluzioni preconfezionate e di facile ascolto, ma tende uno specchio a un passato che resta presente.
“Non esiste altro modo di essere se stessi se non scegliere. È finita la pace, l’accondiscendenza. C’è una nuova pace, la consapevolezza. Fabio è Marracash, e alla fine è un Happy End”, è la citazione che chiude il disco.
Ed è proprio per questa libertà espressiva agognata e finalmente rivendicata che, a un anno dall’uscita, È finita la pace è ancora un punto di osservazione imprescindibile.










