FRESH TALENT: Amalfitano

da | Ott 22, 2025 | FRESH TALENT, Interviste

Basta ascoltare un qualsiasi brano di Amalfitano per cogliere la sua frenesia espressiva. Un'urgenza costante che oggi si traduce in 12 brani densi e ricchissimi.

Raccontare la fine è diletto di tanti ma mestiere di pochi.

Amalfitano è capace di coglierne sfaccettature solitamente ignorate: una fine positiva, la fine del dolore.

In un mondo fatto di slogan, per il suo nuovo album Amalfitano sceglie un titolo lungo quanto una scritta sul muro. Una frase enigmatica e al contempo così perfettamente chiara: “Sono morto x 15 giorni ma sono tornato perché l’amore è”.

L’amore è al centro, ma non nel modo che ti aspetti: speranza, ripartenze, perdizione, evasione dalla realtà. Le relazioni stavolta le lasciamo al pop.

Troviamo tantissimo in queste 12 tracce. C’è l’Iliade che racconta la vita quotidiana, c’è la cattiveria di un mondo egoista e sopraffattore. C’è un brano in inglese (quasi a memoria dei Joe Victor) a celebrare la leggenda del santo bevitore.

Ci sono la Francia bohémien di Charles Aznavour e la mediterraneità di “Azzurrissimo“.

La passione di Amalfitano si percepisce in ogni parola, mentre racconta il suo album e la sua vita con l’entusiasmo di un bambino e la saggezza di un decano.

L’intervista ad Amalfitano

Come mai questo titolo così lungo, che si presta poco al marketing?

«Ho sempre amato i titoli molto lunghi, mi hanno sempre intrigato. Penso ad esempio ad alcuni titoli di Battisti o ad altri titoli degli anni ‘70 in Italia. Ma soprattutto una cosa che mi aveva colpito, durante quella formazione culturale che ognuno di noi ha di solito intorno ai 20 anni, erano i film di Lina Wertmüller, che hanno quei titoli lunghissimi. Mi hanno detto che anche il mio titolo è così: cioè che non te lo ricordi perfettamente tutto da ripeterlo, ma ti ricordi un po’ il senso…»

«Questo titolo è una scritta che lessi su un muro. Non era fatta con la bomboletta, ma incisa. Mi rimase parecchio impressa per il modo in cui era fatta: “Sono morto per 15 giorni ma sono tornato perché l’amore è”. In realtà quell’accento sulla “e” finale non si capiva, c’erano vari segnacci. Quindi non si capiva se fosse “l’amore è” o “l’amore e… qualcos’altro”, e poi c’era un segno che andava verso il basso, che cadeva, come se questa persona fosse morta, tornata per incidere quella scritta e poi morta di nuovo.»

«L’interpretazione era vaga e rimase dentro di me per anni, fino ad arrivare a un momento in cui mi ci sono ritrovato, in cui gli ho dato io l’interpretazione che volevo. Quindi con l’accento: “sono tornato perché l’amore è”. Ognuno di noi passa una vita con momenti più bui, più scuri, più particolari, e poi si ritorna a vivere. Quindi mi sembrava perfetto, mi piaceva questo titolo lungo, mi piaceva tutto.»

Questi quindici giorni di morte cosa rappresentano per te? E quanti sono stati nella tua realtà?

«Sono durati qualche annetto, neanche tanto in realtà. La morte in questo caso è un luogo. Quando la si vive, non la si vive: filosoficamente è un annullamento.»

«Sono situazioni che, nel momento in cui ci sei immerso, non sai di vivere. Quando finisce, ti rendi conto che la morte è un luogo della contemplazione, un luogo dove, anche involontariamente, hai contemplato delle cose, hai acceso dei recettori che magari da sveglio non accendi. È come un altro tipo di viaggio, un altro tipo di assorbimento della vita: assorbi cose diverse. È come se improvvisamente passi dal respirare al fare la fotosintesi. Accendi altri recettori e, se riesci a farli tuoi e a oltrepassare questa cosa, sono un ottimo bacino per creare, avere idee, fare arte o raccontare.»

Come ti sei accorto che questi quindici giorni erano finiti?

«Te ne rendi conto quando inizi ad amare, quando capisci i tempi. Quando inizi a capire che riesci a mettere anche a freno certe tue cose. L’amore non è un luogo solo di passioni: i greci lo identificavano come un luogo della morte della passione. Ma l’amore è anche un luogo di sacrificio, un luogo dove metti te stesso in discussione costantemente.»

«Il dialogo è un luogo della vita, e te ne rendi conto con queste piccole cose. Non è che accade come San Paolo sulla via di Damasco, che vieni colto da un’illuminazione, o come Lazzaro. Non è quel tipo di rinascita. È un tipo di rinascita che, a un certo punto, ti sveglia e ti fa iniziare a rivedere le cose in maniera diversa. È un processo che più o meno facciamo tutti, ognuno con storie diverse, ma tutti lo viviamo.»

Con l’amore ti senti più in debito o in credito?

«Bella domanda. Dipende. Entrambi: forse qualcosa mi deve ancora, e devo qualcosa anch’io a lui. Siamo ancora in uno scambio, in piena trattativa, anzi, è stata proprio riaperta. L’amore è centrale nel disco, ma per me non è solo la relazione: è l’amore per la vita in generale.»

«Nel disco c’è una canzone in particolare che è fatta di consigli che do a mio figlio. La meraviglia delle piccole cose, l’amore che può darti la vita ogni tanto, queste esplosioni di meraviglia: quello è, più che altro, l’amore.»

«Non è solo l’amore verso una persona. Quello è solo una parte dell’amore per la vita. L’amore per una persona diventa riduttivo: se fosse solo quello, che senso avrebbe anche stare su questo pianeta? Le persone sono importanti, ma è importante tutto: il vivere stesso lo è.»

Lo vedo molto legato al concetto della Bohème, che è abbastanza centrale nel disco.

«La Bohème è un grande dialogo tra morte e vita. È figlia della città, non della campagna, è figlia dell’Ottocento, della fine del Settecento, nasce con i primi libertini. È figlia di gente che vedeva nel progresso, in un nuovo modo di vita che per noi adesso è normale, un luogo di morte. Loro pensavano di vivere staccati dalla società.»

Come si vive da bohémien in un mondo che spinge verso la performance e la competizione?

«La Bohème la consiglio come educazione culturale. Non credo che sia la soluzione per la felicità, ma la consiglierei per capire che arte, bellezza, vita e dialogo non devono essere funzionali alla produzione.»

«La Bohème è una battaglia persa in partenza, ma le battaglie perse spesso sono genesi di grandi racconti. Parlare solo di chi vince è quello che il mondo vorrebbe, ma le storie interessanti sono quelle di chi ha perso qualcosa e poi l’ha ritrovato in qualcos’altro.»

«La Bohème dovrebbe essere un’educazione culturale: facendo certe cose magari perdi, ma poi ritrovi. E questi ritrovamenti sono il racconto della tua vita.»

«Se sei educato solo per vincere, vivi nell’ansia e ti perdi tante cose della vita.»

Racconti in un brano come immagini il tuo ultimo concerto. Tornando all’inizio della tua carriera, l’avresti immaginato allo stesso modo?

«Sicuramente no. L’unica cosa che ho capito presto è che alcune canzoni sono per tutti, altre no. Chi non ha mai fatto il palco non può capire: come io non potrò mai capire cosa prova un calciatore. È una canzone dedicata a tutti quelli che hanno avuto a che fare con il palco.»

«Il palco è un luogo sacro, da rispettare. È l’unico luogo dove puoi sentirti “sto cazzo”, dove puoi trascendere, diventare qualcun altro, essere chi vuoi.»

Una canzone per i tuoi colleghi, insomma.

«È una canzone per i colleghi, ma anche un racconto di come lo vivo io. Le luci del palco sono magiche, insieme al palco stesso. Sei colpito da qualcosa che arriva dall’alto, e il tuo dialogo diventa automaticamente il dialogo del mondo.»

Ci sono anche riferimenti verso il sogno americano. Quel sogno anni ’70 può essere ancora vivo oggi?

«No, quell’America non c’è più. La mia generazione non l’ha vissuta, ha vissuto forse solo il colpo di coda.»

«L’America ha creato mitologia, dal cowboy al viaggiatore solitario sull’autostrada. Ci ha dato un immaginario: la libertà americana, la solitudine, l’assaporare il cosmo da soli. Ma ora non lo sa più raccontare, sa di averlo perso. Però quell’immaginario mi ha formato, mi ha educato. Da sempre ho voluto fare un disco con quei sapori americani.»

«Forse quell’America è finita già negli anni ’80. Ma quel momento mistico che aveva, quella religiosità laica, è quello che mi affascina ancora.»

Leggevo da qualche parte che ti rendi conto di essere diventato adulto quando passi da sognare l’America a ringraziare di non esserci nato.

«Esatto, è quello, sì!»

A vederti sul palco sembra impossibile immaginarti altrove: se non fossi un artista, che lavoro faresti?

«Il professore. C’è un palco pure lì.»

Di cosa?

«Avrei voluto fare il professore di storia delle religioni. Mi piace vedere la religione nella vita della gente, ma non solo i credi o le fedi: i riti, il pensiero religioso dietro le cose. Anche credere nella scienza è un pensiero religioso, ha un fondo filosofico. Noi andiamo avanti per queste cose. L’America ha vissuto un momento mistico, ora non più. Si aggrappa a Dio ancora di più perché non lo trova.»

«Avrei voluto fare lo storico delle religioni. Nelle canzoni cerco di non appesantire troppo i testi, ma metto dentro un po’ di riferimenti di questo tipo.»

Questo fascino mistico che una volta era dell’immaginario americano, oggi dove lo trovi?

«Una è il mondo della religione in generale: la gente cerca tanto lì qualcosa che va oltre la politica. La cultura sta riacquistando spessore, la gente è in cerca: già questa ricerca è una mistica.»

«Ma soprattutto viviamo un momento in cui la mistica non è più geografica, è nel tempo. La gente guarda al futuro, ma sempre con paura. Questo pensiero apocalittico ha qualcosa di religioso. Viviamo un po’ come alla fine dell’impero romano, quando si pensava che il mondo stesse finendo.»

«Anche oggi molti vedono la vita eterna come in Black Mirror, o nel transumanesimo: quello è un pensiero religioso. Indagare il futuro è il nuovo modo di cercare il divino.»

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